L’ossigeno-ozonoterapia in trattamento di Covid-19

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Foto: Archivio dr. Mazzeo

Tra le varie terapie proposte in via di sperimentazione, certamente l’ossigeno-ozonoterapia riveste un posto di rilievo per le sue tre azioni fondamentali: migliora il trasporto di ossigeno, riequilibra lo stress ossidativo e modula la risposta immunitaria. Senza trascurare ovviamente l’attività antivirale, la cui evidenza si è dimostrata in vitro ed è in corso di studio anche in vivo.

Ormai è certo che un’abnorme risposta immunitaria è la causa principale della precoce compromissione delle funzioni polmonari, dato il tropismo del virus per quest’organo. Ecco perché l’unica terapia disponibile è quella di supportare la funzione polmonare con i respiratori automatici che, mettendo a riposo i polmoni, consentono una terapia prettamente sintomatica con dosi massicce di antinfiammatori. Da questo punto di vista, l’impiego terapeutico dell’ozono per via sistemica potrebbe essere utile nelle fasi iniziali dell’infezione in quanto il suo effetto immunomodulatorio blocca l’abnorme risposta infiammatoria mediata dalle citochine (cytokine storm, tempesta di citochine), proteine prodotte da diverse cellule ematiche, causa principale dell’aggravamento della sintomatologia e del ricorso alla terapia intensiva.

La terapia è detta comunemente Gaet, ossia grande autoemoterapia, e prevede il prelievo di un certo quantitativo di sangue venoso dal paziente e la sua ozonizzazione con una miscela gassosa di ossigeno ed ozono mediante appositi dispositivi. In questo modo l’ozono a contatto col sangue, per il suo elevato potere ossidante, reagisce istantaneamente con le molecole lipidiche dando luogo alla formazione di composti (perossidi, aldeidi, idroperossidi) che, a seguito della reinfusione, da veri mediatori chimici agiscono come messaggeri, favorendo le azioni descritte.

Per comprendere meglio l’effetto dell’ozono bisogna riferirsi ai due stadi in cui si sviluppa la malattia. Nel primo stadio si ha la fase replicativa del virus all’interno delle cellule polmonari (pneumociti) della durata di qualche giorno, con sintomi lievi come febbre, tosse secca, dolori osteoarticolari, congestione orofaringea e nasale, diarrea. Il tutto può risolversi in pochi giorni. Il secondo stadio è quello dell’adattamento immunitario con lo sviluppo di anticorpi specifici. È la fase critica in cui il 10% dei pazienti va incontro a una severa compromissione polmonare, che può portare alla morte. Avviene in pazienti affetti da altre patologie (anziani, oncologici, immunodepressi) o per un’abnorme reazione immunitaria (adulti e giovani in buona salute): la tempesta di citochine cui si è accennato. Si capirà bene allora come l’ozono può mitigare fino a interrompere questi stadi attraverso la sua azione immunomodulante, iperossigenante (aumenta il trasporto e la cessione di ossigeno ai tessuti), immunostimolante aspecifica, antinfiammatoria, antidolorifica e antiedemigena.

Ora gli studi e la sperimentazione si stanno concentrando maggiormente sull’effetto virucida dell’ozono che in vitro ha dimostrato di inattivare il virus, oltre a distruggere batteri e funghi, attraverso l’ossidazione della sua parete esterna e dei recettori che gli permettono di aderire alle cellule che infettano. In definitiva l’ozono migliora le condizioni generali dell’organismo ospite, impedendo l’evoluzione della malattia verso la tempesta citochinica, con la conseguente forte carica infiammatoria nei polmoni, e favorendo la inattivazione del virus col suo potere ossidativo.

Recenti risultati della sperimentazione con ozono nel contrastare il Covid-19 vengono, oltre che dallo Spallanzani, dall’ospedale di Udine dove il professor De Monte ha trattato con la Gaet 36 pazienti all’inizio del secondo stadio, che rischiavano di essere intubati. Ebbene 35 sono nettamente migliorati ed alcuni dimessi, mentre solo per uno è stata necessaria la ventilazione assistita. In conclusione, si può affermare con un certo ottimismo che mentre per ora la ossigeno-ozonoterapia è una eccellente terapia complementare ad altri farmaci antivirali, ci sono buoni presupposti sperimentali perché diventi primaria nelle fasi iniziali del secondo stadio come arma da affiancare a un altro storico antinfiammatorio dal costo irrisorio, che sta dando buoni risultati in Inghilterra, il desametazone.

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