Può dal male nascere il bene?

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Antonio Cifrondi (1656–1730),
Sant’Agostino d’Ippona nel suo studio
(Fonte: BeWeb)

Della piaga che ci sta affliggendo si è già detto tanto e si continuerà a dirne ancora per molto tempo perché è la prima volta nella storia recente che si verifica un fatto del genere. Sembrerebbe, dunque, che aggiungere ulteriori commenti alle miriadi già esistenti, spesso eruditi, molte altre volte inconsistenti, sia un esercizio piuttosto inutile. Alcuni dicono che ne usciremo migliori, altri che tutto rimarrà come prima, altri ancora che le cose peggioreranno; nessuno per adesso può dirlo ed è quindi sprecato il tempo che si dedica a discettare su questo. E allora? Allora, come per tutti gli avvenimenti della storia una cosa che può esser fatta c’è, ed è il porsi la domanda che nel suo Enchiridion ad Laurentium si pose sant’Agostino, e cioè se è possibile trarre il bene dal male, e questo male che ci piaga è veramente grande. Non si tratta di una guerra, anche se spesso viene definita così; non vi è un nemico umano da combattere che, di sua scelta, ha deciso di impugnare le armi. Questa pandemia non è frutto di un disegno malvagio, né di una punizione divina, ma è semplicemente una delle tante manifestazioni della natura che non sempre sono favorevoli all’uomo, come un terremoto o un’eruzione vulcanica o uno tsunami. Questi fenomeni sono portatori di lutti e di dolore, eppure da essi l’uomo può trarre del bene, imparando qualcosa da ciò che è accaduto per evitare che si ripeta. Certo, non si può evitare il ripetersi di un’eruzione vulcanica o di un terremoto, ma ciò che si può e si dovrebbe fare è tenere conto di questo fenomeno naturale e non costruire sulle pendici dei vulcani, come avviene per il Vesuvio e per l’Etna. Non si possono impedire i terremoti, ma si può costruire tenendo conto delle regole antisismiche e con materiali idonei. Si può quindi imparare dal male per cercare di impedire, per quanto possibile, che faccia ancor più male.

Un’altra cosa che noi esseri umani abbiamo appreso nel corso della storia è che “l’unione fa la forza”, ma molto spesso ciò è servito a scopi non proprio benefici. Si prenda l’evento di un terremoto: quante volte abbiamo assistito a episodi dove un superstite, intrappolato sotto una trave, non può uscirne e rischia di morire? Gli sforzi di un volontario, forse di due o tre probabilmente, non servirebbero a niente, ma se ci si mette tutti insieme, la trave viene sollevata e la persona è salva. In questo caso la forza di molti messa al servizio del bene ha prodotto un risultato positivo. Adesso ci troviamo di fronte a un evento che riguarda l’intero pianeta e allora è l’intero pianeta che deve mettere insieme la sua forza per sconfiggere il male affinché si possa produrre il bene della guarigione. Ma che lezione possiamo trarne? In questo momento, nei laboratori di tutto il mondo vi sono migliaia di persone di tutte le razze e nazionalità che stanno lavorando senza sosta e con assoluta dedizione per trovare un rimedio, che esso sia un vaccino o dei farmaci idonei a contenere e a contrastare il morbo, i cui sforzi congiunti porteranno, è la speranza di tutti noi, a farci uscire da quest’incubo. Questi sforzi, uniti, quando avremo sconfitto la pandemia, avranno dimostrato, ancora una volta, che “l’unione fa la forza”, e la forza vince. Eppure, anche se si tratta di un concetto semplicissimo da capire, sembra che molti, in particolare i “potenti” del mondo, fatichino a comprenderlo. Come abbiamo già sottolineato in un recente articolo, un’antica e saggia riflessione vecchia di secoli ci ricorda che “una casa divisa non può durare”. Ma, qual è lo spettacolo a cui assistiamo? Invece di badare al benessere dei suoi concittadini seriamente messo in pericolo dalla malattia che dilaga in tutti gli Stati Uniti, il presidente Trump alimenta pericolose tensioni con un altro grande paese dello scacchiere mondiale: la Cina; mentre tutti e due i paesi hanno un solo e comune nemico da combattere: la pandemia. A prescindere dalla fondatezza o meno delle sue farneticanti dichiarazioni, smentite dai più autorevoli virologi, egli, consapevole della sua attuale debolezza nei sondaggi, cerca di usare lo strumento della minaccia contro il “pericolo cinese” per risalire nel gradimento di un popolo che, come egli sa bene, ama le esibizioni di forza e le sfide all’O.K. Corral. È evidente che quest’uomo non ha imparato granché.

Passiamo all’Europa, per la quale in tanti abbiamo sognato e per la quale tanti si sono spesi al fine di farne un continente unito, che oggi si chiama Unione Europea. L’Europa ha la capacità, la forza, la competenza, il personale specialistico necessari per affrontare qualsiasi sfida, eppure ogni giorno che passa quest’Unione si sfilaccia sempre di più. Per ultima ha gettato il suo notevole peso sulla bilancia della disgregazione anche la Corte Costituzionale tedesca che, sotto la spinta di un gruppo di accademici e imprenditori tedeschi, ha messo in dubbio la validità del “quantitative easing” mettendo a rischio tutti gli sforzi, immani, che le autorità monetarie europee e internazionali stanno mettendo in atto per sostenere lo sforzo di ricostruzione più grande dopo il piano Marshall del secondo dopoguerra. Ci sono momenti in cui la giurisprudenza dovrebbe tacere, in funzione della realizzazione del bene più grande che è la coesione dei popoli e il loro benessere, perché sono solo i popoli uniti e che stanno bene che possono affrontare e vincere questa e le altre sfide, forse ancor più grandi, che il futuro ci porrà. Bisognerebbe ricordare a giuristi e legulei le indimenticabili parole secondo le quali il “sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato”. Il sabato era una delle ricorrenze più sacre dell’antico Israele, violarlo comportava la pena di morte; bastava accendere un fuoco di sabato per essere lapidati, eppure ci fu qualcuno che, più dei sommi sacerdoti e dei maestri della legge, aveva capito, lui solo, il vero significato di quella norma che intendeva aver cura dell’uomo nella sua interezza, fisica e spirituale, ma mai a scapito del bene più grande: la vita; anche la vita di un animale. Infatti fu sempre quell’uomo che disse: “Chi di voi, se suo figlio o un toro cade in un pozzo non lo tira immediatamente fuori in giorno di sabato?” Le leggi devono servire al bene dell’uomo, altrimenti perdono funzione e significato. Come accadrebbe se si dovessero bloccare i finanziamenti europei ai paesi in difficoltà in questo momento drammatico. E, infine, una parola sui fatti di casa nostra. Qualche giorno fa papa Francesco, molto attento a ciò che accade, pronunciò una frase piena di significato: “Non si cambia cavallo mentre si è nel mezzo del guado”. Non è per niente difficile da capire, eppure i nostri politici di mezza tacca, si agitano quotidianamente per fare che ciò accada, incuranti delle conseguenze. L’opposizione (e anche chi fa per il momento parte della compagine governativa) dovrebbe ricordare le splendide parole che Rui Rio, il capo dell’opposizione in Portogallo, ha indirizzato al capo del governo: “La minaccia che dobbiamo combattere esige unità, solidarietà, senso di responsabilità. Per me, in questo momento, il governo non è l’espressione di un partito avversario, ma la guida dell’intera nazione che tutti abbiamo il dovere di aiutare. Non parliamo più di opposizione, ma di collaborazione. Signor primo ministro Costa, conti sul nostro aiuto. Le auguriamo coraggio, nervi d’acciaio e buona fortuna, perché la sua fortuna è la nostra fortuna”. Chissà se Salvini, Renzi, Crimi, Meloni e la corte dei miracoli che li circonda sono in grado di farsi anche solo sfiorare da nobili parole del genere. No, essi non ci pensano nemmeno per un istante, occupati come sono a tener d’occhio i sondaggi in attesa che nel mezzo del guado sul cavallo salga un nuovo cavaliere, che in breve verrà anch’egli disarcionato e così via, fino a che il Paese non vada in frantumi. Rio ha usato parole come “unità, solidarietà, senso di responsabilità”. Chissà se, una volta tanto, come quando imperversavano gli “anni di piombo”, questo Paese e la sua inadeguata opposizione riusciranno a ritrovare e a comprendere il senso di quelle parole, per il bene di tutti noi.

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