Se non ora, quando?

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Foto Archivio Capuano

Nel web circolano immagini con l’acqua della laguna di Venezia trasparente, i delfini nel porto di Napoli, animali selvatici che girovagano per le città deserte. Su questi bucolici aspetti, esaltati con innocente gioia infantile, Massimo Cacciari ha espresso la sua posizione in un intervista dell’ huffingtonpost.it . Al giornalista che gli chiedeva cosa pensasse del“mare di nuovo blu della sua Venezia”, ha risposto con sfiduciata perplessità e con il caustico stile che lo caratterizza “ho potuto sentire quelli che lo raccontano sospirando, e vorrebbero che la città fosse sempre così. … come vede, non c’è nessuna rottura nella storia. Le teste di cazzo sono rimaste proprio uguali, identiche a com’erano prima del Coronavirus”.

Per evitare di rientrare nella categoria di cui parla Cacciari, auspichiamo che questa “ferma biologica” non duri a lungo e che gradualmente sarà di nuovo possibile muoversi nelle nostre città e da un capo all’altro del mondo, per lavoro, per studio, affari o per puro svago e divertimento. Una cosa è certa, di idiozie ne circolano molte in questo periodo. Tre in particolare risultano irritanti.

La prima, a cui fa certamente riferimento Massimo Cacciari, è l’idea che il mondo prima dell’industrializzazione fosse migliore, che è esistito un periodo di grazia in cui uomo e natura vivevano in pace ed in equilibrio perfetto. Insomma il mito dell’Eden, del Paradiso terrestre.

La seconda è quella che paragona la nostra eccezionale e provvisoria condizione a quella di chi è vissuto e vive in condizioni di guerra.  

La terza è che la messa a punto del vaccino, o ancora prima quando calerà la curva della diffusione dei contagi, tutto potrà ritornare come prima, anzi dovremo darci sotto per recuperare livelli di produzione e di consumo e, secondo i più stupidi, per aiutare questa ripresa, sarà necessario azzerare la tassazione per tutto il 2020 e poi renderla strutturalmente molto più bassa.

Ai primi va ricordato che se oggi siamo chiusi in casa con tutti i confort, ciò è stato possibile per l’industrializzazione e l’innovazione nella produzione di beni e servizi, dietro ai quali c’è l’infinito processo della conoscenza scientifica e tecnica. Fenomeni che certo si sono svolti, anche con la globalizzazione, in modi disordinati e diseguali per aree geografiche e per fasce di popolazione ma per questo richiederanno un governo più equilibrato basato sempre più sulla cooperazione (quindi flessibilità) e non sull’omologazione (rigidità).

Ai secondi vale la pena invitarli a rileggere qualche libro, rivedere film e documentari e ripescare dalla memoria i racconti dei propri nonni o anziani genitori. E poi c’è la triste cronaca della guerra guerreggiata a suon di bombe micidiali, di missili, di colpi di mortaio in tante parti del mondo con i suoi profughi, i loro volti impauriti, lo sguardo stranito dei bambini, i racconti delle condizioni di vita in cui sono costretti da decenni i palestinesi richiusi in una piccola striscia di terra, isolati, senza poter uscire per andare a lavorare, senza potersi approvvigionare di generi di prima necessità, di medicine e di tanto altro ancora, così come in tanti altri campi profughi di cui è disseminato il pianeta. Allora basta con questa ipocrita retorica, che qualcuno spinge fino al limite di considerare la nostra esperienza peggiore di quella. Questa è pura cecità da benessere, in cui la sola idea di privazione del superfluo ci appare insopportabile. La guerra è ben altra cosa: uomini e donne che deliberatamente, intenzionalmente uccidono altre donne e uomini e in più hanno come “effetto collaterale” la distruzione di case, villaggi e città, con tutte le conseguenze di morte, di fame, di sete, di diffusione di malattie, di disperazione.

Ai terzi va detto che da questa pandemia vanno colte le occasioni per fare meglio molte cose e che la soluzione non sta nel pagare meno tasse ma semmai farle pagare finalmente a tutti. Quanto sta accadendo sta incalzando le opposte fazioni politiche e culturali a cercare forme inusitate di confronto. Trasformare in decisione politica le indicazioni di medici, virologi e di scienziati che non danno certezze assolute ma scenari possibili e probabili, è una sfida nuova per la politica abituata a fare promesse da piazzisti e che oggi toglie spazio alla ossessiva ricerca del leader, del decisore unico. Come ha affermato Gianni Rezza, direttore del Dipartimento di malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità e componente del comitato tecnico nella conferenza stampa della Protezione Civile del 7 aprile, “quando c’è incertezza è bene ammetterlo”, invitando ad adottare nelle scelte il principio di precauzione. Un registro comportamentale che ha richiesto e richiederà un immane sforzo da parte delle strutture tecniche, amministrative ed economiche diffuse su tutto il territorio. 

Oggi in Italia si discute del rapporto con l’Unione Europea secondo i soliti schemi pro o contro, tutti però ne invocano l’intervento. Certo il comportamento di Germania e Olanda non aiuta a rasserenare gli animi. È però da chiedersi se l’aiuto richiesto agli altri sia ammissibile senza essere prima noi pronti ad impegnarci in un sacrificio per garantirci il funzionamento delle strutture pubbliche.

A sinistra si teme il controllo eccessivo sulle libertà individuali, a destra si teme un controllo eccessivo sulle attività economiche e sui redditi. Due posizioni estreme che rischiano di bloccarci per un tempo superiore al necessario. Una cosa è certa: in qualche modo andranno recuperate le risorse finanziarie che ci sono servite e ci serviranno per il sistema sanitario, nazionale e regionale, per aiutare le famiglie e le persone a più basso reddito, le imprese e i professionisti. Parlare di azzerare il prelievo fiscale per tutto il 2020 è una stupidaggine, così come negare e creare false aspettative sul dopo: alla ripresa sarà necessario e giusto ripartire lo sforzo finanziario richiesto allo Stato tra tutti i percettori di reddito e di rendite che ancora una volta sembrano immuni dalle conseguenze della crisi. Uno sforzo ripartito in modo progressivo e proporzionale come da Costituzione ma tutti, dal lavoratore dipendente, all’artigiano al professionista ai grandi industriali ai redditieri, dovremo essere disponibili a rinunciare a parte del nostro reddito per garantirci nuove prospettive. Di questo nessuno ha ancora il coraggio di parlare, ma, se non ora, quando?

3 commenti su “Se non ora, quando?”

  1. Chissà perché la sinistra teme la limitazione delle libertà individuali. Se il fondamento è il popolo, come dovrebbe essere anche per la democrazia, la trasparenza dovrebbe essere la guida per ogni cosa. Alla legge dovrebbe toccare la salvaguardia di chi è trasparente e la punizione per chi abusa dell’onesta degli altri.
    Voi giornalisti ne Sapete qualcosa merito.

  2. Maria Lanzuise

    ..condivido pienamente…non stiamo soffrendo le pene di una vera guerra ma stiamo comodamente a casa a goderci vite con ritmi più naturali e tranquilli..è il superfluo a cui stiamo rinunciando e va bene così..occorrerebbe un vero spirito solidale più che mai subito alla ripartenza…ma temo sia un ragionamento dei pochi come noi che questo spirito ce lo aveva anche prima…E poi si ..bisogna trovare sistemi seri fiscali per redistribuire ricchezza..Credo che l unico modo in cui possiamo contribuire personalmente è adottare economicamente ognuno per quel può persone e famiglie che in questo momento non hanno lavoro e far sentire la propria voce per le scelte inadeguate del governo.

  3. alfredo festa

    anche io condivido pienamente. Ho molto apprezzato che, scrivendo dell’ importante contrapposizione tra paesi”mediterranei” (Italia, Fracia, Spagnia…) e paesi “rigoristi” (Germania, Olanda…), oltre a riportare la (credo molto fondata) posizione italiana, si esponga anche il punto di vista opposto.
    I nostri sovranisti, come sempre in queste occasioni, ripropongono la solita teoria complttista: i paesi “rigoristi” si opporrebbero alle giuste richieste dei paesi “mediterranei” per dannegiarli deliberatamente, allo scopo di poter acquistare a prezzo di saldo pezzi dell’ econmia del povero paese mediterraneo, dopo aver distrutto la sua economia. Recentemente tra i tanti: Alessandro Di Battista, Bagnai…hannno dato su quest’ argomento il peggio di se.
    La loro tesi é puerile. E’ incontrovertibile (e coroborato da oltre un secolo distudi e statistiche economiche) che tra due econmie legate normali rapporti commerciali esistono correlazioni sempre positive: ossia un incremento di reddito di un econmia produce effetti positivi sulle altre econmie, i e viceversa: se un paese va in crisi, i suoi partner commerciali ne risentono negativamente. E’ ovvio che se la Grecia o l’ Italia vanno in crisi, la Germania e l’ Olanda esporteranno meno nei nostri paesi con gravi danni anche per loro; danni accentuati dal fatto che le le nostre economie sono molto integrate alle loro.
    In caso di aggravamento della crisi italiana, l’ interesse (eventuale e futuro) di qualche singolo capitalista tedesco a comprare industrie (peraltro a rischio) a prezzi di saldi da un Italia ancora più in crisi, non può assolutamente compensare una sicura riduzione generalizzata delle esportazioni tedesche in un paese come l’ Italia, che è uno dei suoi clienti più importanti, con effetti negativi generalizzati a tutta l’ economia tedesca. Non è per sola generosità o per logica di guerra fredda che l’ America del dopoguerra ha varato il Piano Marshal; ed oggi non a caso anche gli industriali e molti economisti tedeschi appoggino le nostre richieste, avendo interesse a che i loro acquirenti superino al meglio la crisi da coronavirus; tesi in contrasto con i sovranisti tedeschi, anch’ essi pregiudizialmente contrari ai paesi “mediterranei”, anche contro i loro stessi interessi.
    In definitiva oggi lo sconntro non è tanto tra paesi “rigoristi” e “mediterranei”, che (pur tra visioni divergenti in campi anche importanti) hanno comunque un forte interesse comune: nell’ immediato a superare lacrisi da coronavirus, ed in generale a sostenere la comune crescia economica. Lo scontro é artificiosamente alimentato tra i sovranisti dei due gruppi di paesi contrapposti: entrambi alimentano, ciascuno nei propri paesi, paure e diffidenze, reciproche ed ingiustificate; tutto contro ogni evidenza economica e buon senso, solo per massimizzare il loro consenso.
    L’ articolo, illustrando in modo molto sintetico ma efficace i due punti di vista, contribuisce anche ad una discussione costruttiva tra le due posizioni, l’ unico vero antidoto alla deriva di posizioni sovraniste.

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