Cosa accade in Svizzera?

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Archivio Neiviller

Lucerna, Svizzera centrale. Città capitale dell’omonimo Cantone. Poco meno di 300 km di distanza da quello che appare come l’epicentro europeo del terremoto provocato dalla diffusione della pandemia, il cuore della Lombardia, al di là delle Alpi. Anche qui contagiati e vittime crescono ogni giorno di più. Certo, nei cantoni elvetici non si sta vedendo lo stesso disastro lombardo, ma salgono a quota 21.190 gli infetti, 7.298 guariti e 734 morti (dati all’8 aprile), e in un Paese che conta 8,6 milioni di abitanti sono davvero troppi ora. Eppure, le autorità di Berna non hanno optato per il lockdown, come nel resto degli altri paesi europei. La vita, seppur con alcune restrizioni, va avanti. Nella Svizzera tedesca, ragazzi, adulti e bambini sono in giro a giocare all’aperto nelle giornate di sole. Non c’è il divieto di andarsene in giro, purché il gruppo non sia più di cinque persone.

Rispetto agli europei e agli americani, i cittadini elvetici temono meno la crisi economica e la disoccupazione; la fiducia nello Stato, che ha affrontato altre crisi con una strategia considerata giusta, offre agli svizzeri spensieratezza e tranquillità, nessuna paura per il futuro. Qui nessuno usa le mascherine, nessuno usa guanti, nei supermercati pochi rispettano le distanze e nessuno è lì a controllare, i provvedimenti disposti nei supermercati sono semplicemente degli adesivi rossi a terra che indicano il metro di distanza e un sapone disinfettante all’entrata. Il Governo elvetico confida nel senso di responsabilità della popolazione, cosi come la popolazione confida nel Governo. Le disposizioni per evitare il diffondersi del virus assumono qui più la forma di raccomandazioni che di veri e propri divieti. Ed il Governo elvetico sembra in qualche modo apprezzare l’atteggiamento dei propri cittadini in relazione alla battaglia contro il diffondersi del virus. Il modello adottato da Berna sembra un po’ a metà strada tra quello della chiusura totale italiana e quello, al contrario, dell’apertura totale svedese. Bar, negozi, ristoranti sono chiusi, così come ogni genere di attività ritenuta non essenziale e questo vale per tutti e 26 i cantoni della Confederazione. Quindi anche in Svizzera l’obiettivo è evitare assembramenti e fare in modo che non vengano avviate manifestazioni, quali concerti ed eventi sportivi, in grado di richiamare migliaia di persone in uno stesso posto. Inoltre, le frontiere l’8 marzo scorso sono state chiuse e la stessa mobilità interna alla Svizzera è fortemente limitata con cancellazioni di treni e bus in grado di collegare le principali città del Paese. Dunque le misure stringenti non mancano, ma i governi dei diversi cantoni decidono singolarmente in base ai casi. Alcuni hanno deciso di inasprire le misure preventive, come ad esempio il Canton Ticino, dove gli over 65 non possono assolutamente mettere piede fuori casa. Secondo il Governo di Berna, anche durante l’emergenza occorre preoccuparsi anche del dopo, di quando cioè tornerà la normalità. È come se quella “fase 2”, di cui si parla tanto in Italia, in Svizzera fosse stata applicata già dall’inizio. Impossibile, secondo il Governo di Berna, annullare del tutto la vita delle persone e l’economia: al fianco delle restrizioni, occorre tenere acceso, seppur al minimo, il motore della società e delle attività economiche. Raccontare agli svizzeri quello di cui si parla sui tg italiani, la situazione che c’è al di là delle Alpi, è come buttare parole al vento, è come se si sentissero invincibili. Ho sentito dire frasi del tipo: “non possiamo fermare l’economia per un po’ di tosse”. Insomma qui è come se nulla fosse cambiato, nonostante il continuo avanzamento del virus. Molti sono gli italiani rimasti in Svizzera, chi per lavoro e chi in vacanza, ormai bloccati in questo Paese, la maggior parte teme le scelte fatte dalla Confederazione, sostenendo a pieno le scelte limitanti italiane. È difficile vivere all’estero in una situazione mondiale d’emergenza, all’istante fuoriesce il patriottismo che è in ognuno di noi e quindi inevitabilmente ci si sente lontani da casa. Leggere e sentire le notizie dei nostri cari chiusi in casa mentre qui è come se non fosse cambiato nulla è strano, per questo ciò che cercano di fare gli italiani in questa situazione è seguire le regole dei concittadini in patria. Molti lavoratori italiani, che erano qui per lavorare, sono stati costretti a tornare nel proprio paese, il Governo ha stanziato fondi solo per lavoratori in pianta stabile, per i lavoratori su chiamata stipendi solo per chi lavorava già da sei mesi. In ogni caso la Farnesina, il nostro Ministero degli Esteri, garantisce assistenza agli italiani che chiedono di rientrare nel loro paese.

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