La paura

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Edvard Munch, l’urlo, prima versione del 1893, pastello su cartone, Museo Munch, Oslo (Fonte: Wikipedia)

Se oggi Shakespeare avesse dovuto riscrivere l’Amleto, probabilmente avrebbe cambiato una delle sue espressioni più famose: “Frailty, your name is woman”. Ciò che sta accadendo ormai in tutto il mondo e di cui non si può fare a meno di discutere, anche volendo, è una crisi di fragilità planetaria che non risparmia nessuno. Ha certamente ragione Michele Serra quando scrive: «L’opinione pubblica contemporanea è soggetta al panico in misura direttamente proporzionale alle sue aspettative … di integrità, longevità, salute, benessere. La morte, la malattia, la fragilità, il limite in ogni sua forma sono considerati una specie di lesione del diritto, di offesa inaudita».

Ilvo Diamanti, come di consueto, centra il punto quando scrive che: «L’insicurezza, l’incertezza ci accompagnano da molti anni. Probabilmente da sempre … Sul piano politico è ormai da vent’anni e forse più che “le paure” sono diventate il tema ricorrente, decisivo nelle campagne elettorali. Cioè sempre, perché viviamo in un’epoca di campagna elettorale permanente. La paura e le paure coinvolgono diversi ambiti e diversi fronti. L’economia, la criminalità, l’instabilità economica. Infine: le “minacce globali”, che hanno sempre avuto grande spazio nella nostra vita». L’articolo (la Repubblica del 9 c.m.) andrebbe letto per intero e meditato, ma la sua conclusione va riferita: «Così, la paura è entrata nella nostra vita, nel nostro mondo: il “Pauravirus”». Un effetto già lo si è visto. Quando ancora il mondo era “normale”, non c’era un giorno in cui Salvini, per esempio, da ogni dove vomitasse le sue geremiadi contro gli stranieri, contro gli immigrati, contro l’Europa. Oggi questo “megafono” gliel’hanno tolto e, d’improvviso, gli “stranieri”, “gli immigrati di ritorno”, gli “untori”, i “portatori di contagio” sono diventati gli stessi italiani: i lombardi, i veneti, i romagnoli, gli emiliani, i nostri “fratelli”, dividendo quasi in due con una nuova “linea gotica” l’Italia. Il virus andrà via, è questione di tempo; ma ciò che rimarrà per lungo tempo è “l’effetto Lucifero” (copyright Philip Zimbardo) che avvelenerà i rapporti fra gli stessi italiani, fra l’Italia che è invasa dal contagio e quella che ancora lo è solo in parte e che teme che avvenga anche da lei. Di norma le disgrazie affratellano, ma dipende dal tipo di eventi. Se non ti toccano, se non ti tolgono niente, se non ti minacciano, allora puoi permetterti il lusso d’essere generoso, soccorrevole, solidale.

Poiché di questa epidemia si sta parlando anche troppo, non è qui il caso di infierire. Va, invece, fatta una riflessione sulla natura umana che mai in precedenza era stata così duramente messa alla prova come in questo frangente. Come scrive Zimbardo: «La natura umana in certi contesti sociali può subire drastiche trasformazioni come la trasformazione chimica nell’affascinante storia del dottor Jeckyll e di Mister Hyde … brave persone che diventano improvvisamente portatori di male». Noi speriamo sinceramente che tali trasformazioni spariscano con la fine di questa crisi, ma temiamo però che non sarà così facile. Già in questi giorni “strani” stiamo guardando il mondo con occhi diversi: sembra identico a prima, eppure non è più come prima. Gesti consueti, spontanei, vanno adesso pensati, calcolati come, per fare un esempio banale, pigiare il pulsante dell’ascensore, digitare il PIN nella macchinetta bancomat, o girare il pomolo del portone del condominio. Gesti di sempre che ora vanno fatti con le opportune protezioni. I genitori, forse i nonni, ci hanno raccontato del coprifuoco, della borsa nera, e del terrore che scatenavano le sirene d’allarme degli attacchi aerei. Prima il rombo dei motori, poi il sibilo della bomba, poi il rumore dell’esplosione. Ma erano rumori, li sentivi, capivi da dove arrivavano, potevi scappare, ripararti. Adesso no. È tutto silenzioso. Il “mostro” è invisibile, non ti avverte e tu non sai se, quando e dove colpirà. Ed è questo l’effetto più devastante che genera la paura; è una sorta di roulette russa nella quale speriamo sempre che il colpo sparato contro di noi sia quello a vuoto, il solo “click”. Questa paura sta cambiando in tempi rapidissimi la percezione di tutti gli altri pericoli che ci circondano e che rimangono sempre lì, non scompaiono, forse addirittura si aggravano; ma adesso è la paura il protagonista. L’Antartide si scioglie? I ghiacciai scompaiono? La siccità devasta il pianeta? In Siria muoiono come le mosche sotto le bombe? Si, si, vabbè, poi ci pensiamo, ora c’è lui: il VIRUS. La paura è devastante, ci impedisce di ragionare, ci costringe a comportamenti primordiali, istintivi. Per il momento sembra che l’ordine ancora regni sovrano. Ma, man mano che anche i reggitori di quell’ordine vengono colpiti, loro, quelli che sembravano intoccabili e sono invece come tutti gli altri, chi rimarrà a proteggerci? Durante la seconda guerra Churchill vinse rimanendo blindato e al sicuro nel suo “war cabinet”, nascosto nelle profondità della terra, dal quale via radio incoraggiava la popolazione a resistere. Oggi nessun politico, nessun alto funzionario può rifugiarsi in un bunker, il virus è democratico, ignora le gerarchie, entra dappertutto senza bussare.

E allora? Poiché nessuna epidemia della storia ha mai estinto la razza umana, siamo certi che anche questa passerà. Ma ciò che rimarrà, e a lungo, saranno i suoi effetti: molti negativi, certo, ma altri no, come per esempio l’Europa che, pur tardivamente, sta schierando tutte le sue batterie a sostegno dell’Italia e poi degli altri paesi che ne avranno la necessità, senza tener conto di vincoli di bilancio e altro perché adesso è in gioco la VITA.

Poi, forse, la nostra stessa classe politica dovrà tener conto che tutti i “nemici” che ci aveva proposto per lucrare voti sono stati bruscamente ridimensionati dall’unico, vero, reale, grande nemico, e chissà che non la smetteranno di giocare con le paure immaginarie, da loro stessi create, ora che l’intera nazione ha visto con i suoi occhi cos’è la paura, quella vera. Ci sarà un cambiamento, questo è innegabile; starà a noi, a tutti noi saperlo gestire con intelligenza, umanità, misericordia, pace. Perché abbiamo capito che questa volta nei barconi che affondano ci siamo tutti noi, e solo dandoci la mano l’un l’altro, potremo, forse, farcela.

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