Musica proibita: cosa vuol dire “classica”?

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Nella seconda tappa di questo viaggio di “avviamento” alla musica classica abbiamo proposto altri sei brani che tendevano esclusivamente ad ampliare l’incontro istintivo con quelle che potremmo chiamare “belle musiche”. Ed infatti i brani di Chopin e di Schumann non richiedono alcun commento: o piacciono o non piacciono, almeno secondo me. Lo stesso si può dire sia del brano incalzante di Grieg, sia della vena magiara e boema che serpeggia nelle danze rispettivamente di Brahms e di Dvorak. Mentre qualche spiegazione, così come si è fatto in riferimento al Preludio di Bach, va data a proposito del Canone di Pachelbel, perché anche questo brano ci mette di fronte alla ripetizione di un tema musicale che viene continuamente variato ma che riusciamo, in questo caso, a seguire con una certa facilità tendendo l’orecchio alle modifiche, le aggiunte, gli abbellimenti che di volta in volta sopraggiungono rendendo il brano molto espressivo, sia pur nella misura serena a distesa di tanta musica barocca. Riascoltatelo dopo aver còlto la stessa sequenza di accordi nel famoso brano “Rain and tears”, che portarono al successo internazionale gli Aphrodyte’s Child degli anni ’60.

Prima di presentarvi i nuovi brani è però giusto fornire alcuni chiarimenti di ordine generale. Innanzitutto, che cos’è la musica “classica”? Al di là dei perduranti dibattiti circa la sua natura e la sua collocazione storica, ci conviene intenderla come un insieme di musiche destinate ad esecuzioni pubbliche, nelle chiese, nelle corti settecentesche, nelle sale da concerto, nei salotti borghesi dell’Ottocento e nei teatri. Comprende brani per strumento solista (piano, violino o altro), per formazioni cameristiche (es. sonate per violino e piano, trii, quartetti, quintetti, settimini, ottetti e c’è anche qualche rarissimo nonetto), musica sinfonica (che comprende a sua volta sia le sinfonie vere e proprie, sia i concerti per strumento solista e orchestra, sia i cosiddetti Poemi Sinfonici ed anche dei brani di durata più modesta che avremo comunque modo di incontrare). Vanno poi aggiunte le musiche dei balletti, nonché i brani sinfonici tratti da opere liriche, come Ouvertures, Preludi, Intermezzi e Balletti. Ed infine va inclusa, in un posto tutt’altro che secondario, la musica sacra.

Ciò che unifica tutte queste forme musicali è la loro destinazione al pubblico né più e né meno di quanto lo sia stata a partire dal secolo scorso la musica leggera, ma in un’epoca in cui la musica leggera non esisteva ancora. In quell’epoca la musica di consumo coincideva con quella che noi abbiamo definito musica classica, fatta eccezione di quella che accompagnava le feste e le tradizioni popolari. E infatti, a misura che si affermava la musica leggera rivolta a platee sempre più vaste, la musica classica si esauriva e sopravveniva una musica di ricerca o sperimentale che si è sempre più allontanata dal pubblico perché, a mio parere, non più in grado di suscitare alcuna emozione. Se dovessimo definire un periodo storico nel quale collocare la musica di cui parleremo potremmo dire che nasce nel Seicento e si protrae, con rare eccezioni, fino agli anni ’40 del secolo scorso. Alla luce di questo chiarimento invito i lettori a cercare su Wikipedia, se hanno tempo, i dati storici e biografici di ciascuno dei compositori già proposti e di quelli che lo saranno nelle prossime tappe: è importante, dopo un primo impatto, diciamo così, sensoriale (oggi si direbbe “a pelle”) sapere chi viene prima e chi dopo!

Come prossimi ascolti suggerisco:

Edvard Grieg  – Alla primavera, da “Pezzi Lirici”;

Georg Friederich Handel – Alla Hornpiper, dalla “Watermusic”;

Claude debussy – Clair de lune, dalla “Suite Bergamasque”; (Attenzione! Ai lettori di sesso maschile consigliamo di ascoltare Debussy ad occhi chiusi: la pianista, la famosa e avvenente, ma anche brava, Kathia Buniatishvili potrebbe distrarre, non poco).

Johann Sebastian Bach –  Badinerie, dalla “Suite n. 2 per orchestra BWV 1067”; Richard Wagner – Preludio atto I, dal “Lohengrin”;

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