L’algoritmo sovrano

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Quanti ricordano il caso della Cambridge Analytica? Qualche anno fa questa società ha utilizzato illegalmente i dati di milioni di profili Facebook per manipolare le opinioni politiche degli elettori. Il che ha riproposto il tema delle conseguenze della rivoluzione digitale che, su questo giornale, è stato posto da Concetta Russo: “dobbiamo preoccuparci per l’invadenza e invasività di queste tecnologie, o è un’insistente esagerazione, segno di uno stile sensazionalistico e spettacolare che va sempre più prendendo piede? … Chi orienta le problematiche e le loro soluzioni? Sappiamo ponderare i reali rischi che corriamo? Come innescare una conoscenza diffusa e adeguata, a partire dalla formazione scolastica in senso lato, per un uso consapevole, responsabile e benefico degli strumenti tecnologici, che al momento ci appaiono magici e dotati di potere intrinseco?”
È di tutta evidenza il fatto che tante piattaforme digitali sono al servizio del profitto privato: fanno soldi trasformando le informazioni raccolte in dati calcolabili in termini di marketing; vendono comportamenti individualmente controllati. Ma c’è dell’altro.
Come osserva Mauro Barberis nel suo Populismo digitale. Come internet sta uccidendo la democrazia (Chiarelettere 2020, pp. 224, € 16), “la rivoluzione digitale è la causa principale, benché non l’unica, del populismo odierno”. Recensendo il libro di Barberis su MicroMega, Gabriele Giacomini scrive: «I populisti, infatti, come mostra Barberis, hanno una principale caratteristica: “se ne fregano” di quanto, in democrazia, va oltre il mero consenso elettorale. Ma, come hanno insegnato chiaramente i padri del liberalismo politico (Locke, Montesquieu, Constant, Tocqueville, Mill ecc.), se contasse solo il voto e se non ci fosse nient’altro, vivremmo nella dittatura della maggioranza. Il governo potrebbe fare quello che vuole, senza freni.» Quindi, il populismo appare come un prodotto deformato della democrazia; assolutizza il principio maggioritario come se il bene dei cittadini fosse solo uno e non i tanti fra i quali mediare; relativizza la separazione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) e tende ad alterare il sistema degli equilibri costituzionali tra questi poteri, ritenendoli ostacoli da superare.
Ma cosa c’entrano le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC o ICT dall’inglese Information and Communications Technology) con lo stile politico populista? «Secondo Barberis, la spinta inedita e propulsiva per realizzare lo stile politico populista corrente è Internet: lo riscontra … analizzando fenomeni recenti come Brexit, l’elezione di Trump, il governo giallonero in Italia. … Internet, oltre a incentivare tendenzialmente reazioni “calde” e “di pancia” rispetto a riflessioni “fredde” e “di testa”, produce una (falsa) dis-intermediazione: tramite i social si ha l’illusione di avere un contatto diretto con il proprio “idolo”. Il leader può – appunto – appellarsi direttamente al popolo, addirittura ad ognuno di noi! E viceversa. Ma è una truffa: attorno al leader ci sono spin doctor, staff di comunicazione, addirittura algoritmi automatici che manipolano gli elettori, e che creano una cortina fumogena, una vera e propria “filter bubble” attorno al cittadino. Il digitale facilita “l’investitura elettoral-popolare” del leader, ma in realtà è un nascondimento di ben altri filtri; più misteriosi ed opachi di quelli del passato, ma non per questo inesistenti, anzi proprio per questo rilevantissimi: la Bestia, oppure gli algoritmi delle piattaforme di partecipazione diretta, Cambridge Analytica. Il rapporto diretto politico-popolo è solo un’illusione populista.»
È un fatto, per usare le parole di Corrado Augias nella sua recensione al libro di Barberis, che «oggi molti pensano di essere vaccinati contro ogni imbonimento grazie alla pronta accessibilità di dati sul telefonino multifunzioni. Errore fatale dal momento che “l’informazione fai da te sugli smartphone è in realtà orientata dagli stessi algoritmi della pubblicità commerciale”.»
“Questo per dire – con Concetta Russo – che non è l’innovazione tecnologica che deve spaventarci bensì il non avere nessun controllo sull’uso indiscriminato e discriminante che se ne potrà fare”.

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