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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Le paure sembrano ormai il nostro carburante quotidiano distribuito in modo capillare e in grande quantità. Le buone notizie sono sempre più scarse e difficili da intercettare, sommerse in un orizzonte di continue iatture annunciate e compiute.

Tutti ormai ci aspettiamo la peggior notizia e, se non compare in prima pagina in maniera ossessiva e allarmistica, scatta l’idea del complotto dei nemici occulti che falsificano dati, che nascondono le prove, che non ci dicono la verità. Esempio tipico del nostro distorto modo di interpretare le notizie ci viene dall’infezione influenzale, non ci bastano le rassicurazioni di esperti, abbiamo il bisogno di insinuare le nostre giornate con inquietudini e preoccupazioni e, se qualcuno di noi osa distrarsi, viene redarguito e richiamato alla giusta attenzione, succede anche in occasione di manifestazioni amene come quella di Sanremo, non c’è verso di sottrarsi. Oltre le ignoranti semplificazioni, anche le illusioni culturaliste rischiano di commettere lo stesso errore amplificando e scaricando raffiche mediatiche contro un imbecille isolato, trasformandolo in un eroe per la destra reazionaria, postulando in buona fede che così si tiene alto e vigoroso il ricordo di eventi nefasti del passato: mentre è il segno di una società plurale mai perfetta e mai del tutto giusta.

È il rischio che si corre ogni anno nel Giorno della memoria dell’olocausto e quando, pur con l’intento di combattere l’antisemitismo, si dà troppo spazio mediatico a scellerati e provocatori episodi come quello della comparsa di scritte antisemite sulle case di quelli che furono dei partigiani antinazisti. Già perché proprio gli ultimi episodi, la scelta di sporcare con una svastica e con una scritta in tedesco la casa degli eredi di un partigiano antifascista, mostrano che chi ha commesso l’ignobile atto non è un generico cittadino che ha avuto un rigurgito antisemita ma l’opera di chi è fascista militante, che conosce la storia del Paese, i nomi degli eroi della resistenza, la loro vecchia residenza, tutte cose, ahimè, sconosciute ai più, e certamente a quella plebaglia che mentre arrostisce salsicce inneggia ai naufragi dei migranti come possibile soluzione finale al problema dell’immigrazione.

La questione che poniamo è semplice: nonostante questi episodi dobbiamo riconoscere e rivendicare la differenza tra il clima civile e politico che vigeva nel regime fascista e in quello nazista, come in ogni altro sistema totalitario, e quello dei nostri giorni, almeno lì dove vige la democrazia con tutti i suoi limiti, tortuosa scalcagnata e continuamente aggredita. Nel bellissimo libro di Hans Fallada “Ognuno muore solo” (di cui è stata realizzata nel 2016 anche una versione cinematografica con il film “Lettere da Berlino”, scritto e diretto da Vincent Pérez) il protagonista, uomo semplice anonimo e indefesso lavoratore della Germania nazista, si pone il problema di sollecitare la coscienza dei suoi concittadini. Con la dimessa e amorevole complicità della consorte, scrive delle missive che in piena e assoluta clandestinità lascia in luoghi diversi con la speranza di suscitare la ribellione e incrinare un clima di assecondata complicità. Il suo piano fallisce, il destino di quelle lettere è sorprendente, ognuno le evita e si sente un malcapitato nel momento in cui ne viene in possesso, nell’impossibilità di disfarsene – è così che si arriva a pensare nei sistemi totalitari – le consegna alle autorità competenti e da qui inizia la caccia al nemico della Patria. Oggi per fortuna le scritte sui muri possiamo paragonarle solo alla voglia di un malsano egocentrismo. Un poco come tutte le scritte oscene che si incontrano nei bagni pubblici, chi lo fa si nasconde e assiste con soddisfatta eccitazione alla indignazione pubblica.

Quanto è accaduto in Europa nel secolo scorso dovrà per sempre inorridirci, ma una domanda forse non abbiamo mai avuto il coraggio di farci: se in molti hanno avuto la forza di provare a raccontare, perché in tanti hanno taciuto e per sempre? Stiamo parlando delle vittime e non dei carnefici e dei loro complici. Quanto è avvenuto nei campi va ben oltre l’odio razziale, è la furia umana che si è scatenata. Nei campi non c’erano nazisti contro ebrei ma uomini contro uomini.

Abbiamo avuto una fortunata infanzia e adolescenza, arricchita anche dai racconti serali che strappavamo dalla memoria di nostro padre, classe 1920, uno dei tanti normali soldati che scelsero di non combattere più e si ritrovarono nei campi nazisti dopo l’8 settembre 1943 rifiutando la falsa libertà prospettata: uscire dal campo per andare a combattere con i fascisti della Repubblica di Salò. Racconti sommessi, privi di ogni coloratura ideologica, ma intrisi della ferocia di uomini contro uomini. E tra i tanti racconti delle cose viste e in parte subite nei campi, gli scappavano anche cronache di una guerra, del suo cammino forzato in una strada jugoslava dove furono “sistemati” lungo i crinali i corpi di soldati italiani “impalati” dalle truppe nemiche e antifasciste del generale Tito. Orrori registrati in mille e mille altre guerre, rivoluzioni o rivolte. È accaduto in Spagna, in Italia, in Francia, nell’Unione Sovietica, in Polonia, in Vietnam, in Israele, in Palestina, in Iran, in Iraq e nelle guerre tra gli stati dopo il dissolvimento della Jugoslavia, nei tanti paesi della martoriata Africa, nell’America Latina di Pinochet e di Vileda e di tanti altri dittatori. E accade anche nei luoghi e nei tempi di una parte del mondo dove non più te lo aspetti. Come dimenticare ciò che avvenne alla caserma Diaz a Genova? Come classificare le azioni omicide, i tanti complici, contro il povero Stefano Cucchi? E quello che da anni avviene in Palestina, nella striscia di Gaza e negli altri territori occupati? La guerra in Vietnam si è ormai conclusa da 45 anni e non è più di moda parlare delle atrocità commesse dall’alleato americano, ma i fatti rimangono. L’elenco è lunghissimo e antichissimo quanto è lunga e antica la storia dell’umanità. Noi occidentali abbiamo inventato la democrazia parlamentare e giustamente ce ne vantiamo ma, se siamo stati dei buoni inventori, non possiamo nasconderci che per preservarla ci vogliono istituzioni vigorose e attente al disagio sociale che rischia di naufragare in acque malsane, quando non adeguatamente veicolato e interpretato, e questo non può reggersi sull’opera di uomini potenti accerchiati da vigili burocrati. La democrazia non è stata e non è un farmaco definitivo, non ha debellato il cancro umano e i mille virus letali che il nostro essere umani produce, ma ha l’innegabile vantaggio di fornirci gli strumenti per isolare gli assassini, i vigliacchi, i torturatori. Strumenti che si rinnovano, che si perfezionano, a volte mostrano difetti e hanno bisogno di una continua manutenzione. Avere fiducia nell’umanità è difficile, ma possiamo sperare, favorire e sorreggere l’impegno di uomini e donne, grandi o piccoli, che con costanza, perseveranza e onestà compiono gesti semplici o grandiosi per salvare e difendere la vita degli altri. Il nostro maggior rammarico è che a loro non si dedicano le prime pagine dei giornali, di destra e di sinistra, ma si predilige il racconto della vita degli infami.

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