LETTERA ALLA REDAZIONE

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

LA SCUOLA INGESSATA   di Lucia Veneruso  (Pubbl. 22/02/2019)

Si è scritto tanto sull’autonomia scolastica. Un’autonomia “incompiuta”, “sospesa”, “imperfetta”, “non autentica”. Questi i termini più utilizzati per definirla e per esprimere la delusione per un modello che non è riuscito a realizzare aspettative e promesse di innovazione e cambiamento della nostra scuola. Una scuola che al suo interno racchiude molti elementi di vitalità, ma che nel concreto fa fatica ad evolversi, ad andare al passo con i tempi. Una scuola ingessata, un elefante con l’anima di una farfalla. Sono tanti i docenti e i dirigenti scolastici che attendono da tempo la complicata metamorfosi. Certamente non sono poche le difficoltà nel modernizzare il nostro sistema di istruzione, per renderlo più flessibile ed efficace, “sburocratizzandolo” davvero, ma esse non possono rappresentare l’alibi per accettare un immobilismo che incide anche sullo sviluppo culturale ed economico del nostro Paese.

In una situazione di stallo come quella attuale, nella quale si interviene un po' qui, un po' là, ritoccando quell’aspetto o quella norma, senza mai adottare precise scelte strategiche che perseguano una “vision” basata su una cultura veramente riformista, occorrono grandi slanci e forti azioni per “cambiare verso”.

Le proposte innovative che partono “dal basso”, da uomini e donne di scuola, rappresentano in questa fase gli unici elementi di dinamismo e andrebbero ascoltate e vagliate con la dovuta attenzione. Mi riferisco, ad esempio, alla proposta di legge dell’ADI (Associazione Docenti e Dirigenti Scolastici Italiani), che sull’esempio delle Academies inglesi, che hanno trasformato in buone scuole gli istituti deboli in zone deprivate, ha come oggetto la costituzione degli Istituti Scolastici ad Autonomia Speciale (ISAS). Con grande interesse e soddisfazione personale mi sono dedicata all’approfondimento dell’articolato normativo, efficacemente completato da una Nota di accompagnamento dell’Associazione. I punti salienti, ma soprattutto la “ratio legis” della norma, sono in sintonia con il cosiddetto “Modello Scampia”, frutto di un lavoro sviluppato nell’arco di 3 anni dal “Gruppo di lavoro per la prevenzione e il contrasto dell’abbandono scolastico e del disagio giovanile” dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Campania, del quale sono stata componente. E questo spiega la mia soddisfazione personale. Il Modello, costruito a seguito di un’indagine sull’VIII Municipalità del Comune di Napoli (Scampia, Chiaiano, Marianella e Piscinola), mirava a dare risposte concrete al fenomeno dell’abbandono scolastico precoce, in zone ad alto rischio di esclusione sociale. La possibilità di “predire”, già nella scuola dell’infanzia o nel primo ciclo di istruzione, attraverso dati concreti e un preciso indicatore relativo alle assenze saltuarie e ricorrenti (“Frequenza a Singhiozzo” o F.a.S.), un destino di abbandono scolastico di molti alunni, aveva portato ad ipotizzare un prototipo di scuola più flessibile. Si trattava di un modello che intendeva, in buona parte, affrancarsi da una burocrazia troppo vincolante e da parametri finanziari privi di specificità e pertanto inadeguati a rispondere alle esigenze di una platea in particolari situazioni di disagio socio-economico e culturale. Si trattava di costruire una struttura snella che fosse in grado di “determinare il proprio progetto con riferimento alle situazioni concrete e non in via preventiva e astratta”. È quanto recita la Nota ADI, ed è proprio questa la finalità che intendeva realizzare il Modello Scampia.

La bozza della proposta non ha mai ricevuto ulteriore sviluppo anche se l’indicatore F.a.S, fin dal 2015, risulta suggerito alle scuole, da parte dell’USR Campania, per la costruzione del Rapporto di Autovalutazione (RAV) e, dal 2017, inserito nel Piano di Valutazione dei Dirigenti Scolastici, tra gli obiettivi regionali e i traguardi da raggiungere. Troppo complicato cambiare il modello di scuola?

Ritornando agli ISAS, i motivi che hanno dato vita al dibattito e al progetto normativo che ne è scaturito appaiono, ad una prima analisi, diversi da quelli che sono a fondamento del modello ipotizzato per combattere, già nel primo ciclo di istruzione, l’abbandono scolastico. Essi trovano origine nell’insostenibilità di gestire con le attuali norme due situazioni, relative agli istituti scolastici del secondo ciclo: la prima riguarda gli Istituti Professionali, la seconda la sperimentazione degli Istituti e Licei quadriennali. Non è questa la sede per entrare nel dettaglio di ciò che, con l’istituzione degli ISAS, si potrebbe realizzare in questi due fondamentali settori dell’istruzione e della formazione. Va sottolineato però che la proposta di legge sugli Istituti Scolastici ad Autonomia Speciale appare costruita con intelligente lungimiranza, poiché la sua applicabilità riguarda anche la scuola dell’infanzia e il primo ciclo di istruzione e quindi rappresenta, di certo, uno strumento utile per gestire, con una marcia in più, situazioni formative particolarmente rilevanti o complesse. Viene proposta la costituzione di Istituzioni Scolastiche ad “autonomia rafforzata”, favorite da un sistema di finanziamento basato su parametri specifici, da una struttura di governo più snella e soprattutto dalla capacità di superare alcuni aspetti relativi allo stato giuridico del personale. Tutto ciò potrebbe portare anche ad un sistema di valutazione dei docenti meno “irrisolto” e basato su parametri più definiti.

Vorrei a questo punto, sollecitare la riflessione su un elemento che è insito nelle finalità della proposta di legge. Nell’art.1 si legge: “La presente legge, al fine di contribuire a rendere effettivi i diritti all’educazione, all’istruzione e alla formazione assicurati dalla Costituzione prevede…”. È vero, il mondo della scuola si interroga spesso su quanto tali diritti siano resi davvero effettivi dall’attuale sistema scolastico; su quanto questo sistema “ingessato” sia in grado di offrire una proposta educativo-didattica che prenda in seria considerazione bisogni formativi variegati, adeguando ad essi risorse e strumenti; su quanto la rigidità normativa correlata ad un’autonomia “incompiuta” e deludente incida sfavorevolmente sui risultati. Si tratta di una riflessione che andrebbe fatta, anche e soprattutto, dai decisori politici. Nel frattempo, vanno apprezzate e sostenute tutte le proposte che esplorano nuovi percorsi e che fanno tesoro di studi e ricerche di educazione comparata, perché il confronto con altri sistemi scolastici apre la strada a sperimentazioni e costituisce sempre terreno fertile per un dibattito costruttivo.

Nella speranza che prima o poi la farfalla riuscirà a volare…

 

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