Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Etica ed estetica di un gioco di Mario Corbo* (Pubbl. 25/08/2017)

Recuperare la dimensione ludica per restituire allo sport la sua funzione formativa. Credo che questo sia, a tutt’oggi, l’obiettivo da perseguire, soprattutto per quanto attiene al ‘calcio’, sempre meno gioco e sempre più affare. Mi rendo conto dell’irreversibilità delle dinamiche affaristiche legate al mercato dei calciatori professionisti - oramai non più ‘giocatori’, ma opulenti imprenditori delle proprie massa muscolari - e, quindi, mi ripropongo di evitare, in nome di un sano realismo, ogni sterile discorso utopico, ma, nello stesso tempo, mi pare utile, mettere a fuoco alcuni concetti, necessari per rendere ancora fruibile uno spettacolo che coinvolge, in ogni parte del pianeta, masse ingenti e disomogenee di individui. Pertanto, prescindendo dall’analisi dei meccanismi che regolano il mercato folle degli attori dello spettacolo/calcio e ponendomi a latere utendi, credo che solo il recupero dell’idea autentica di gioco possa restituire al calcio la sua dimensione originaria di divertente evasione collettiva. Anche se, ovviamente, l’obiettivo di ogni gara resta quello di vincere, tale obiettivo dovrebbe essere categoricamente conseguito soltanto attraverso il gioco e il pieno dispiegamento delle sue dinamiche. Tale affermazione, nella sua apoditticità, potrebbe apparire pleonastica, ma, in realtà non lo è, soprattutto in Italia, patria del cosiddetto gioco all’italiana che teorizza, in primis, la messa in atto di tutti gli espedienti tattici tesi a soffocare e distruggere il gioco dell’avversario, che, secondo tale logica, va colpito attraverso attacchi sporadici (le cosiddette ripartenze), frutto di episodiche iniziative individuali che rappresentano, in quanto tali, la negazione stessa del ludus, inteso come trama, coralità ed armonia. Un’idea - questa del gioco all’italiana - che, per quanto sembri apparentemente accantonata, continua, invece, a caratterizzare nella sostanza le strategie tattiche di gran parte delle squadre italiane e non solo delle cosiddette provinciali. Al riguardo basti ricordare il dibattito avvenuto nello scorso campionato tra chi sosteneva la necessità di vincere ad ogni costo e con ogni mezzo, anche attraverso il non gioco proprio e la mortificazione del gioco avversario, e chi, invece, riteneva il gioco corale, armonico e propositivo l’unica strada percorribile per conseguire la vittoria, stringendo in un trittico non scomponibile gioco, divertimento e risultato. La incoerente paradossalità della prima tesi è fin troppo evidente.

Se il calcio è un gioco collettivo non può non produrre divertimento e non può, quindi, rinunziare alla sua natura ludica che discende unicamente dalla rete di azioni e interazioni corali e dall’interdipendenza dei ruoli interpretati dagli attori, che recitano un copione a più voci e non singoli e noiosi monologhi. L’obiettivo dell’allenatore/regista dovrebbe consistere nel far interiorizzare sempre meglio ai protagonisti le correlazioni sussistenti fra i ruoli da essi incarnati, prescindendo dalle quali non è possibile ottenere un risultato coerente con l’essenza del gioco stesso. La posizione contraria, di chi sostiene che il divertimento derivi unicamente dal risultato positivo ottenuto in qualsiasi modo, oltre a non essere teoreticamente sostenibile risulta pedagogicamente nefasta, avvalorando l’assurdo etico che il fine giustifichi i mezzi adottati per conseguirlo, laddove, invece, solo nella selezione accurata dei mezzi è insita la possibilità di conseguire un fine logicamente coerente e - per quanto riguarda, nella fattispecie, il gioco del calcio - esteticamente omogeneo alle dinamiche ad esso sottese. Ciò che rende affascinante e divertente un viaggio sono il percorso, le modalità di spostamento, la bellezza dei luoghi attraversati: tutti elementi che conducono alla meta finale e alla possibilità di apprezzarne e gustarne le peculiarità. Allo stesso modo nel calcio: o il risultato è il frutto di una rete di correlazioni che vede come protagonisti i giocatori e come coprotagonisti gli spettatori, emotivamente coinvolti in questa rete a maglie larghe, o è destinato a tradire ineluttabilmente la sua natura originaria.

  • *Filosofo

Commento di Aldo Bifulco

Condivido pienamente l'analisi del mio amico fraterno, Mario Corbo, con il quale condivido, da sempre, la passione per il calcio, praticato, d'altronde, assieme tanti anni fa, più che sui campi da gioco, per le strade del Vasto. Vorrei tradurre, in parole povere e semplificative, il suo pregnante articolo, dicendo che, attualmente, l'estetica del calcio è rappresentata dal Napoli e " vincere ad ogni costo a prescindere dallo spettacolo" è, in particolare, riferito ad un'intervista fatta ad Allegri. Che dire: Forza Napoli!