L’osteoporosi del dott. Salvatore Mazzeo (Pubbl. 15/03/2019)

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Fonte: Wikimedia Commons

Nel corpo umano tutto è sostenuto dalle ossa, che funzionano come leve attraverso le quali i muscoli mantengono la postura e la locomozione. Sono tessuti viventi e la loro forma e struttura è conservata attraverso un equilibrio dinamico fra distruzione e ricostruzione, fra riassorbimento e neodeposizione. Le ossa rappresentano poi il serbatoio dal quale si può attingere il calcio per i fabbisogni metabolici dell’organismo. Poiché tutti gli organi del corpo sono in qualche modo correlati all’osso, quest’ultimo reagisce al loro stato normale o patologico. L’età è il più comune fattore di correlazione dell’osteoporosi, ma ad essa contribuisce anche l’immobilizzazione e l’assenza di gravità. L’osteoporosi non rispetta né la razza né la classe sociale. Infatti gli occidentali possono essere maggiormente esposti rispetto a contadini poveri del terzo mondo, a causa della maggiore longevità, identificandosi come un problema epidemiologico e socio-economico di importante rilevanza. A fronte di queste conoscenze di base i pazienti affetti da osteoporosi spesso si sentono dire che non esiste terapia, oppure che bisogna conviverci. Ovviamente si tratta di espressioni di ignoranza e non di consigli utili. Con le moderne conoscenze invece l’osteoporosi potrebbe essere prevenuta, ma questo non succede perché quanto è necessario fare esula dalle competenze del medico generico.

Cominciamo col dire che l’osteoporosi indica qualsiasi condizione in cui si ha una diminuzione della massa ossea dovuta a perdita di calcio. Ricordo che l’osso è formato da un guscio esterno compatto detto corticale, duro ed elastico, e una parte interna costituita da una fitta rete trabecolare, l’osso spugnoso. Le cellule deputate alla formazione della matrice su cui si depositeranno i sali di calcio, provenienti dalla dieta, sono gli osteoblasti e i fibroblasti, mentre le cellule che provvedono al riassorbimento sono gli osteoclasti, realizzandosi così quel turnover che consente all’osso di rimanere sano. C’è poi la vitamina D, che provvede all’assorbimento del calcio dall’intestino, e il fosforo (controllato dal paratormone, un ormone secreto dalle ghiandole paratiroidi) che col calcio concorre alla formazione della idrossiapatite, che sono i cristalli che si depositano sulle trabecole e che risentono maggiormente della perdita di calcio. Il calcio dunque, una volta assorbito, attraverso il torrente circolatorio si deposita sull’osso. Si viene a creare così la massa ossea il cui picco si raggiunge intorno ai 35 anni, dopodiché va progressivamente diminuendo. Le donne hanno una massa ossea minore rispetto agli uomini e, nel periodo postmenopausale, questa differenza aumenta ancora di più per effetto della diminuzione degli estrogeni, che hanno un’azione protettiva sull’osso. Pare logico quindi raccomandare un abbondante apporto di calcio con la dieta. La principale causa di osteoporosi però non è la carenza di calcio, ma l’eccesso di proteine animali nella dieta, come vedremo.

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Quali sono i sintomi, i segni clinici dell’osteoporosi? Dolori vaghi, diffusi, poliarticolari con rigidità mattutina sono i sintomi più comuni lamentati dal paziente, cui purtroppo non si dà la dovuta importanza, in questo supportati dall’atteggiamento colpevolmente fatalistico di molti medici di famiglia, che consigliano la convivenza con gli acciacchi dell’età, come se tutti gli studi e i progressi nella conoscenza delle malattie in genere fossero un puro e sterile esercizio accademico. Ricordo qualche anno fa una paziente che, a seguito di un intervento di artroprotesi, mi chiedeva ingenuamente, dopo la scomparsa dei dolori all’anca, che la affliggevano da una decina d’anni, perché il suo medico non l’avesse consigliata di operarsi e si fosse limitato invece a rassicurarla che non si trattava di una malattia mortale, che bisognava accettare il logoramento del fisico dovuto all’età e che comunque le protesi avevano una durata breve!

È certamente vero che col tempo, a causa del cedimento delle trabecole delle vertebre povere di calcio, si ha la classica andatura curva da cifosi ad ampio raggio con diminuzione dell’altezza, che concorre ad aumentare il dolore e le rigidità. I corpi vertebrali, infatti, cedendo nella loro porzione anteriore, determinano uno schiacciamento che accentua oltre i limiti fisiologici la normale curvatura che abbiamo a livello delle vertebre dorsali. Questo accade perché a risentire maggiormente del diminuito apporto calcico trabecolare sono le ossa ricche di spongiosa: i corpi vertebrali, il bacino, il collo del femore e il radio al polso. Per questo motivo l’evento più temibile in chi soffre di osteoporosi è la frattura, ossia l’interruzione della continuità ossea, conseguente anche al più banale trauma, frattura del collo del femore, del polso, del bacino e delle vertebre. Si comprende allora, data l’età del paziente e le eventuali patologie concomitanti e le terapie in corso, l’aumentato impatto socio-sanitario dovuto al rischio elevato del trattamento, in genere chirurgico, e la conseguente immobilità e riabilitazione che sottopongono il soggetto a un ulteriore stress psico-fisico. Infatti il 30% dei soggetti va incontro a decesso entro 1 anno.

Ecco allora l’importanza della prevenzione cui si è accennato. Se a tutt’oggi esistono delle cure che limitano i danni della malattia o, quantomeno, tendono a rallentarla, si fa troppo spesso ricorso al farmaco senza integrarlo con un opportuno stile di vita, che comprende il tipo di alimentazione, l’esercizio fisico, il mantenimento del peso forma e la riduzione o l’abolizione di abitudini voluttuarie come il fumo e l’alcool. Nell’alimentazione, a parte l’apporto calcico che ci viene dalle pietanze, bisogna limitare l’eccessivo consumo di carne animale, a causa dell’alto contenuto di proteine solforate che tendono ad aumentare l’acidità del sangue. Le proteine animali infatti sono più acide di quelle vegetali. L’organismo è attento e mantiene un livello di acidità controllato (sistema tampone dell’equilibrio acido-base) e appena le sostanze acide assorbite superano le capacità di controllo dei bicarbonati presenti nel sangue, l’osso libera sali basici di calcio dalle ossa per tamponare l’eccesso di acidità. È importante anche la periodica esposizione al sole, che coi suoi raggi UV rende attiva la vitamina D, altra sostanza naturale che ha la sua importanza nel favorire l’assorbimento del calcio dalle vie intestinali.

La terapia, una volta fatta la diagnosi (con una radiografia convenzionale e con la MOC DEXA ossia la mineralometria ossea computerizzata), si avvale anzitutto del cambiamento di stile di vita, inteso in senso lato e riguardante quello che si è detto per la prevenzione, ossia l’alimentazione sana, il mantenimento del peso corporeo, l’esercizio fisico, la regolare esposizione ai raggi solari. Ai farmaci si fa ricorso come supporto quando è necessario, cioè quando la decalcificazione evidenziata dagli esami strumentali ci segnala un aumentato rischio di fratture, anche spontanee, cioè in assenza di eventi traumatici, come molte fratture di collo femore negli anziani, che si verificano mentre si alzano dal water o da una poltrona bassa. I più utilizzati appartengono alla classe degli alendronati, la vitamina D e la terapia ormonale sostitutiva, cui si fa ricorso in un limitato numero di casi, a causa dei frequenti effetti sfavorevoli di stimolo per neoplasie sull’utero e le mammelle. Per concludere, un accenno anche ai tutori (busti in iperestensione della colonna) che si utilizzano qualche ora al giorno per contrastare la cifosi.

 

Per porre quesiti al dott. Salvatore Mazzeo (specialista in ortopedia, traumatologia, medicina dello sport), scrivete a drsmazzeo@libero.it

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