Combattere la malasanità! Intervista di Achille Aveta (Pubbl. 03/01/2019)

Nel 2018 il Servizio sanitario nazionale (Ssn) ha compiuto quarant’anni, essendo stato istituito dalla legge n°833 del 1978. Stando al Bloomberg Health Care Efficiency Report del 2018, il Ssn italiano si colloca al quarto posto tra i sistemi sanitari più efficienti al mondo. Se è così, che dire dei casi di ferri chirurgici e/o garze dimenticati nel corpo di pazienti, di formiche che invadono letti di pazienti, di posti letto non sempre disponibili e via discorrendo? Per conoscere più da vicino l’universo della malasanità italiana, abbiamo intervistato l’avvocato Riccardo Vizzino, da tempo attivo nel contrasto a questo fenomeno.

Avv. Vizzino, è possibile “quantificare” il fenomeno che va sotto il nome di “malasanità”?

Secondo recenti autorevoli fonti, in Italia si conterebbero circa 35mila casi annuali di denunce per malasanità su 320mila accertati; pertanto, a denunciare sarebbe poco più del 10% di vittime o familiari e, facendo delle proiezioni, se venisse accertata la colpa medica, per far fronte ad una così grande richiesta di risarcimento danni, non basterebbero oltre due miliardi di euro ogni anno, ovvero circa l’equivalente del 2% del Fondo Sanitario Nazionale. Un quadro davvero allarmante.

In Europa, quasi il 70% di cittadini teme di ricevere prescrizioni di farmaci errate da parte del medico; inoltre il 23% dichiara di aver avuto direttamente o indirettamente problemi legati alla cosiddetta “malasanità”. Le vittime di questi episodi spesso non sanno come muoversi, a chi affidarsi, e, invece di rivendicare i propri diritti e ottenere un risarcimento, scoraggiate non denunciano.

Di tanto in tanto la cronaca fa emergere casi di “infezioni ospedaliere”; con questa espressione si definiscono quelle malattie contratte in ospedale o in altri ambienti sanitari (case di cura, cliniche di lungo degenza, ecc.). Cosa può dirci al riguardo, avv. Vizzino?

In questo caso si tratta di una vera emergenza: in Italia ogni anno sono oltre mezzo milione (su 9 milioni di ricoveri) i pazienti ospedalizzati per curare una malattia, che, poi, si trovano a combattere un’infezione contratta proprio presso la struttura sanitaria. Questo significa che una percentuale compresa tra il 5 e l’8% dei malati è vittima di un’infezione nosocomiale. In più, annualmente, le infezioni ospedaliere mietono più morti di quanti ne provochino gli incidenti stradali, in quanto, ogni anno, si registrano circa settemila decessi a causa di infezioni nosocomiali (circa il doppio delle vittime della strada); l’impatto è devastante, se si considera che questo dato rappresenta un rischio fatale equivalente alla somma delle maggiori malattie infettive messe insieme: influenza, tubercolosi e HIV. A quanto risulta, i reparti ospedalieri in cui è più facile essere contagiati sono la Terapia intensiva (20,60% dei casi), la Medicina (15,33%) e la Chirurgia (14,20%). Ci troviamo dinanzi a un problema molto concreto e purtroppo in peggioramento per effetto di diverse cause: l’aumento dei pazienti più “fragili” (con un’età superiore ai 65 anni), l’utilizzo di sistemi sempre più invasivi per l’organismo umano (per esempio, cateteri o endoscopi che veicolano batteri), ma soprattutto la scarsa adozione di strategie di prevenzione.

Quali interventi si possono intraprendere per contrastare l’insorgere di infezioni correlate all’assistenza ospedaliera?

Si stima che il 30% delle infezioni ospedaliere sia potenzialmente prevenibile ed evitabile grazie ad una serie di comportamenti professionali sicuri. È, infatti, acclarato che l’adozione di efficaci programmi di controllo delle infezioni ospedaliere è in grado di prevenire fino al 32% delle infezioni globalmente considerate, ma attualmente in Italia (a differenza degli Stati Uniti e di alcuni Paesi europei come la Germania e la Francia) non esiste un sistema di rilevazione di incidenza delle infezioni nosocomiali su base nazionale o regionale e, quindi, non è possibile effettuare confronti a livello regionale. Oltre al “costo” in termini di salute, c'è un altro “costo” significativo che l'adozione di efficaci programmi di controllo delle infezioni ospedaliere potrebbe far risparmiare: gli effetti delle infezioni ospedaliere comportano infatti una spesa complessiva per il sistema sanitario di un miliardo di euro l’anno. Un contenimento ed abbattimento delle infezioni ospedaliere, quindi, avrebbe un impatto economico importante e permetterebbe di riallocare le risorse all’interno del Ssn.

In cosa consistono questi programmi di controllo delle infezioni?

Preliminarmente è più che mai necessario aumentare la consapevolezza dei cittadini e sensibilizzare gli operatori sanitari sul tema della prevenzione e dell’antibiotico resistenza. Fondamentale è pure l’adozione di alcuni semplici ma fondamentali passaggi: dalla più nota pratica del lavaggio delle mani, al riscaldamento del paziente durante un’operazione chirurgica, all’uso di medicazioni in grado di tenere sotto controllo eventuali infezioni dovute all’accesso venoso attraverso catetere.

Poi occorre impegnarsi affinché il “Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-Resistenza 2017-2020”, approvato dal Ministero della Salute, entri a far parte definitivamente dei programmi condivisi e applicati da Regioni e strutture ospedaliere. L’adozione di corrette pratiche di prevenzione passa da rinnovati e adeguati protocolli, che potrebbero ridurre del 20-30% questo gap nel percorso assistenziale, concorrendo anche a migliorare l’impatto economico sul Ssn, considerato che i costi di trattamento di una singola infezione pesano dai 5 ai 9 mila euro.

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