Il liquidatore (Pubbl. 25/08/2017)

Preciso era preciso.

Meticoloso, anche.

Aveva sempre preso il suo lavoro molto sul serio.

L’attenzione con cui eseguiva gli incarichi che gli affidavano era quasi maniacale.

Non tollerava sbavature.

Tutto doveva essere perfetto: ne andava della sua reputazione.

Negli ambienti, non certo puliti, in cui si muoveva, era molto apprezzato.

Quando c’era un “lavoro sporco” da fare, il suo nome era il primo a girare, ad essere evocato.

I suoi “colleghi” neanche si proponevano, se prima “il liquidatore”, così lo chiamavano nel giro, non era stato interpellato; e solo in caso di un suo impedimento o di un altro impegno già assunto, solo allora, per gli altri, era possibile farsi avanti ed accettare l’incarico.

Il cinismo, quasi crudele, con cui eseguiva i suoi lavori, ne aveva fatto una sorta di sinistra leggenda nell’ambiente.

I “clienti” potevano contattarlo esclusivamente attraverso Whatsapp: lui avrebbe risposto con l’emoticon del pollice, su o verso, per accettare o rifiutare.

In caso positivo, il pagamento doveva avvenire per metà entro un’ora dall’accettazione dell’incarico, il saldo, a lavoro fatto: ovviamente in contanti, per non lasciare tracce.

Chi lo aveva visto all’opera, pochi, a dire il vero, data la riservatezza con cui operava, ne parlava quasi come di un Killer spietato.

Riusciva ad attrarre le sue vittime verso il patibolo, ignare del destino cui andavano incontro.

Lasciava intravedere loro una ghiotta occasione per saziarsi, celando la fine cruenta che le attendeva, nascosta dietro l’angolo.

Maschi o femmine che fossero, “il liquidatore” non mostrava alcuna pietà.

Inoltre, quando a lavoro finito si scopriva che le vittime erano di sesso femminile, riceveva anche un’extra.

Avvelenate o elettrificate, le sue vittime chiudevano un’esistenza, perennemente in fuga, contorcendosi, per alcuni istanti, fra dolori atroci.

 E lui lì, a guardare, impassibile.

Del resto si trattava solo di topi.