I RACCONTI DI GIOVANNI RENELLA

Prigioniera  (Pubbl. 22/02/2019)

Nel chiuso di quella stanza era successo di tutto e lei era sempre rimasta ferma, quasi immobile, in balia di quei quattro che ora l’avevano abbandonata lì, prigioniera, senza lasciarle aperta una via di fuga.

Per la mancanza di ossigeno quasi soffocava, ma non riusciva a muoversi e a trascinarsi fuori da quel locale trasformato in una cella asfissiante.

Un senso di claustrofobia la opprimeva e la puzza stagnante delle troppe sigarette fumate le si era appiccicata addosso con il suo tanfo nauseabondo.

Quando li aveva incontrati, la sera prima, era da poco tramontato il sole e lei era arrivata fresca e profumata.

Il padrone di casa l’aveva fatta entrare dalla porta che dava sul giardino, facendola accomodare in quell’ambiente che al momento le era parso accogliente, mentre ora, invece, manifestava tutta la sua ostilità.

Erano stati un po’ lì, insieme, ad aspettare l’arrivo dei suoi amici e nell’attesa lui si era dimostrato affabile e premuroso, apprezzandone quella purezza che sembrava non voler contaminare in alcun modo.

 Con l’arrivo dei suoi compari l’atmosfera, però, era cambiata.

L’attenzione dimostrata fino a pochi momenti prima era diventata un vago ricordo, offuscato dal fumo che, come nebbia, cominciava ad avvolgere la stanza.

Dall’oltraggio alla violenza il passo era stato breve e la brutalità di quella costrizione si era consumata, lenta e inesorabile, nel corso delle ore successive.

Complici i fumi dell’alcool, il padrone di casa e i suoi sodali l’avevano tormentata, quasi provando un sadico piacere a soffocarla.

Mentre le erano addosso, nonostante la sua naturale vocazione al martirio per le ripetute violenze che era costretta a subire quotidianamente, proprio non riusciva a sopportare quegli aliti fetidi che la stavano letteralmente ammorbando.

Asfittica, non era riuscita a emettere un fiato per chiedere aiuto o per implorare che le lasciassero respirare almeno un filo d’aria.

Sordi a quella muta richiesta di soccorso, con il passare del tempo si erano addirittura accaniti su di lei, non curandosi della sofferenza che le stavano infliggendo nel privarla del poco ossigeno che le rimaneva.

Quando alla fine, dopo aver spento l’ennesima sigaretta e finito l’ultimo giro, si alzarono lasciando sul tavolo carte, fiches e mozziconi spenti, l’aria sperò invano che i quattro, uscendo, si ricordassero di spalancare le finestre per garantirle il necessario ricambio.

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