I RACCONTI DI GIOVANNI RENELLA

Memoria (Pubbl. 16/10/2017)

“Strano il destino”, rifletteva Pietro, mentre si abbottonava l’abito.

Nel corso degli anni il suo pensiero era andato tante volte a quelle tre giovani vite spezzate, che lui non aveva fatto in tempo a conoscere.

Di quegli eroi involontari aveva sentito parlare sin da quando era bambino e l’esempio di quelle esistenze, tragicamente interrotte, aveva ispirato le sue scelte.

Mentre percorreva in auto quel tratto di autostrada che lo avrebbe portato a destinazione, non poteva fare a meno di pensare a quando la decisione era maturata, negli anni del liceo, spensierati per tanti, ma non per lui, che si struggeva su una domanda: che fare?

Di sicuro, chi non poté nulla, per farlo recedere da quanto aveva deciso, furono i suoi genitori, cui non restò altro che accettare una scelta così radicale, consapevoli della determinazione del figlio.

L’uccisione di Rocco, Antonio e Vito rappresentava per Pietro un martirio e allo stesso tempo un monito, di cui non doveva perdersi la memoria: quegli uomini erano morti per difendere un altro uomo che inseguiva il sogno di un Paese libero dalla mafia.

Stava rincorrendo i suoi pensieri, quando l’indicazione dell’uscita autostradale lo colse alla sprovvista.

Azionò la freccia e imboccò lo svincolo.

Percorsi ancora pochi chilometri, si ritrovò all’interno del paese, nella piazza di fronte alla chiesa.

Scese dall’auto e si infilò nella canonica.

Giusto il tempo di indossare i paramenti e Pietro era già sull’altare, a celebrare la sua prima messa: nello stesso giorno, il 23 maggio, e proprio lì, in quella Capaci, dove, venticinque anni prima, “Cosa nostra” aveva lanciato la sua sfida, contro tutti.

E il giovane prete l’aveva raccolta, mai pago di lottare contro la mafia, per non rendere vano quel martirio compiuto quando era ancora un bambino e di cui non voleva che si perdesse la memoria.

Magistrati (Pubbl. 21/09/2017)

Quando morì a Roma, nel 1943, Mariano non avrebbe mai immaginato che un giorno il suo nome sarebbe stato conosciuto in tutto il mondo.

Era nato a Napoli nel 1871, dove aveva studiato e si era laureato in giurisprudenza per poi diventare un magistrato.

Una brillante carriera lo aveva portato a rivestire le più alte cariche istituzionali e a dare lustro ad una famiglia di magistrati.

Mariano fu primo presidente della corte suprema di cassazione dal 1923 al 1941 e senatore del Regno dal 1924.

A poco meno di cinquant’anni dalla sua morte, però, lo avrebbero ricordato tutti per un atroce fatto di sangue.

In una tranquilla domenica d’estate, sei persone, cinque uomini e una donna, erano stati barbaramente uccisi, ma forse sarebbe più corretto dire, trucidati.

E sì, perché quando un gruppo di vigliacchi, che agisce nell’ombra, si prende la briga di imbottire con cento chili di tritolo una Fiat 126 per farla saltare in aria al momento opportuno, non si può più parlare semplicemente di morti ammazzati, ma si deve parlare di strage mafiosa.

Le immagini di quell’efferata carneficina, grazie alla televisione, avrebbero fatto il giro del mondo in poche ore, con il nome della via, teatro del massacro, in bella evidenza.

Nessuno più avrebbe dimenticato che, il 19 luglio 1992, Paolo Borsellino e gli uomini e la donna della sua scorta erano stati maciullati da un’esplosione in via Mariano D’Amelio, magistrato.