I RACCONTI DI GIOVANNI RENELLA

Derive  (Pubbl. 09/01/2019)

L’incessante susseguirsi di esplosioni e bagliori, che rimbombavano nell’aria e illuminavano il cielo, l’aveva immediatamente convinto di essere arrivato a destinazione nel bel mezzo di una furibonda battaglia; e se solo fosse stato possibile  avrebbe volentieri fatto marcia indietro.

All’appuntamento si era presentato con il suo carico di speranze e buoni propositi e la baldanza tipica dei giovani che vivono intensamente il presente confidando sulla benevolenza dei giorni futuri. Sapeva che da quelle parti il suo tempo non sarebbe trascorso serenamente, perché avrebbe trovato ad attenderlo non poche difficoltà da affrontare.

Le migliaia che l’avevano preceduto gli avevano raccontato le più svariate storie riguardo a quei luoghi: talvolta eroiche ed esaltanti, altre volte cupe e deprimenti; ma negli ultimi tempi gli continuava a giungere solo l’eco di una diffusa sensazione di malessere che si diffondeva sempre più fra i nativi di quelle zone.

La paura aveva fatto chiudere i porti e si cominciavano a edificare muri di pregiudizi più difficili da sgretolare di quelli di pietra abbattuti trent’anni prima proprio in quei paraggi. La gente si armava per difendersi, segnando la capitolazione di intere comunità che si dichiaravano, così, incapaci di tutelare gli stessi cittadini che secoli prima le avevano costituite.

Le rivendicazioni di autonomia si moltiplicavano, alcune più esplicitamente di altre che invece serpeggiavano sotto traccia; e qualcuno incautamente aveva già dato forfait, salvo pentirsene un minuto dopo. Addirittura gli era stato riferito di regressioni allo stato infantile, alimentate da una strumentale riproposizione dello spauracchio dell’uomo nero, che faceva riemergere dal subconscio l’atavica paura di ciò che non si conosce.

Ma lui, virgulto di belle speranze, confidando sui mesi a venire che l’attendevano, non aveva voluto dar credito a tutte quelle dicerie e spavaldo si era presentato puntuale all’appuntamento, convinto di poter vedere giorni migliori; costretto però a ricredersi un attimo dopo il suo ingresso sulla scena, frastornato dal fragore assordante di quegli scoppi. Poverino! Gli ci volle un po’ di tempo per capire che non si trovava nel bel mezzo di una battaglia, ma solo fra le strade di Napoli allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre.

Appena si fu ripreso dallo spavento, cominciò a guardarsi in giro e ad ammirare l’incanto che lo circondava, restandone estasiato.

Le sue aspettative non erano state tradite: Napoli era un incanto e i napoletani erano i “cittadini del mondo” per antonomasia! Gli avevano tanto decantato la bellezza di quel luogo, e la tolleranza delle genti che l’abitavano, che aveva scelto di entrare in Europa proprio da lì, per far suo, e portare in giro per i paesi dell’unione, lo spirito di quella naturale inclinazione all’accoglienza e all’integrazione che da sempre caratterizzava il popolo partenopeo.

In lui, giovane anno nuovo, che in primavera avrebbe riportato milioni di cittadini alle urne per il rinnovo del parlamento europeo, erano riposte le speranze e le attese di chi non si rassegnava al declino culturale del vecchio continente e alla conseguente deriva sovranista che avrebbe segnato il tramonto del sogno di un’Europa unita.

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