Una società a responsabilità limitata di Elio Mottola (Pubbl. 11/07/2019)

Il nostro periodico si caratterizza per frequenti interventi che, in termini più o meno espliciti, sollecitano un ritorno all’umanizzazione dei rapporti. Appelli quanto mai opportuni vista la progressiva disumanizzazione dei comportamenti dominanti e, qui da noi, la crescita del consenso elettorale verso formazioni politiche che da anni speculano sul fenomeno migratorio, senza aver peraltro risparmiato in passato atteggiamenti insofferenti verso i più deboli, fossero meridionali, donne o omosessuali. Ebbene, queste sollecitazioni non danno risposta a un interrogativo che ormai non si può più ignorare: quand’anche l’umanitarismo dovesse tornare e trionfare, col conseguente abbattimento di tutte le frontiere e l’accoglimento pieno e convinto di tutte le sacrosante istanze dei migranti, chi prenderà finalmente in considerazione il problema di una proliferazione demografica che diventa di anno in anno più drammatica? Sembra che nessuno si accorga che tra un numero imprecisato ma non infinito di anni il pianeta, o almeno quella parte del pianeta che sarà rimasta vivibile e che va sempre più riducendosi, non sarà in grado di sostenere i miliardi di persone che la popoleranno. La gravità, anzi l’ineluttabilità, di questo che è “il problema” interpella la responsabilità di tutti, istituzioni, religioni, operatori culturali ed anche i singoli esseri viventi, insomma dell’intera società mondiale. Certamente non se ne fanno carico i governi dell’Occidente più progredito che, preso atto di una crescita demografica interna prossima allo zero, la considerano insufficiente. Ma insufficiente a che cosa? A tenere in vita presunti patrimoni genetici di qualità superiore? O ad impedire che arrivino troppi immigrati culturalmente diversi, più poveri e forse meno “civili”? O, ancora, a permettere il passaggio delle proprietà ad eredi consanguinei? Sono non pochi i governi che incentivano la formazione di famiglie e la procreazione con sussidi economici e spesso sono proprio gli stessi governi che contrastano cinicamente, a volte in maniera disumana, l’immigrazione stabilendo fittizi confini tra chi fugge dalla guerra e chi vuole sottrarsi alla fame, dimenticando che “morto di fame” non è solo un’espressione spregiativa. I corifei di questi stessi governi lamentano poi che i migranti proliferano in maniera incontrollata e quindi devono sbrigarsela da soli. Ora, il punto è che una società che si definisce civile non può, da un lato, promuovere la procreazione dei propri membri ed, al tempo stesso, auspicare il controllo delle nascite nelle popolazioni più arretrate. Un comportamento responsabile dovrebbe oggi essere quello di diffondere in tutto il globo terrestre l’esigenza di una drastica limitazione delle nascite che riuscisse a procrastinare il più possibile l’implosione cui sembriamo ormai destinati. Consentire a ciascuna coppia di mettere al mondo un solo figlio (come avvenuto in Cina fino a pochi anni fa) può apparire una limitazione atroce, ma permetterebbe, in astratto, di dimezzare la popolazione mondiale nel giro di poche generazioni. Ma sarebbero accettabili anche politiche meno drastiche che mirassero al mantenimento della situazione attuale. Certo, nessuno vuole minimizzare quale grande sacrificio sia il dover rinunciare alla formazione della tradizionale cellula familiare, ma nelle società sviluppate molte coppie si sono già adeguate anche se per motivi non tanto legati alla visione complessiva del problema quanto alla salvaguardia delle esigenze personali o a condizione di precarietà. Nei paesi che una volta definivamo in via di sviluppo il discorso è ovviamente molto più complesso, probabilmente utopistico, ma sarebbe non di meno indispensabile portarlo in qualche modo avanti. La responsabilità di diffondere messaggi volti alla limitazione delle nascite, di codificare adeguate normative e di fornire i mezzi per rispettarle non può che essere dei singoli governi nazionali. Ma data la rilevanza planetaria del problema toccherebbe ad organismi sovranazionali, tipo Unione Europea e Nazioni Unite, l’impulso ed il coordinamento delle politiche nazionali. È invece compito della Chiesa, anzi di tutte le chiese e le religioni, comprendere che senza una limitazione delle nascite si va tragicamente a sbattere contro una serie di feroci conflitti, di cui oggi assistiamo alle prime avvisaglie, per la conquista delle risorse residue e dei territori vivibili. In assenza di interventi si renderebbero quindi responsabili, oltre ai singoli governi e alle organizzazioni internazionali anche le varie autorità religiose. Alle quali bisogna ricordare che i primordiali imperativi alla procreazione (“andate e moltiplicatevi!”), che permisero di popolare un mondo sconfinato e per lo più disabitato, oggi non hanno più senso, anzi, se ce l’hanno, è contrario alla sopravvivenza del genere umano. Qualcuno dovrebbe poi spiegare alla comunità di tutti i viventi, credenti e non, che non esiste un “diritto alla procreazione”, che non è riconosciuto, per quanto si sappia, in nessun ordinamento. Con ciò beninteso non si vuol negare la naturale pulsione a garantire la continuazione della specie, né la portata enorme del sacrificio di doverla contenere, ma semplicemente sottolineare come appaiano fuori luogo sia le politiche pubbliche sia le aspirazioni personali a voler a tutti i costi procreare, anche se in età avanzata o in condizioni di sterilità. Ci sono tante creature già viventi che non hanno genitori

Il contenimento demografico su scala planetaria, già di per sé ai limiti dell’immaginabile, diventa però un sogno, se si pensa che, ove pure le autorità politiche e religiose si assumessero le loro responsabilità, c’è un convitato di pietra pronto ad usare tutti i suoi mezzi di dissuasione: il sistema capitalistico. L’ipotesi, puramente virtuale, di una riduzione della popolazione mondiale significherebbe la progressiva scomparsa di masse enormi di consumatori, di chi cioè assorbe e paga i risultati della produzione di beni e servizi consentendo al capitale la realizzazione dei suoi profitti. Ma anche nel caso di una stagnazione nella crescita demografica il capitale andrebbe in crisi per la difficoltà di programmare nuovi investimenti e, quindi, di ampliare i profitti, come è nel suo DNA. Perché il capitalismo ha ormai vinto la sua guerra in barba alla fiacca resistenza opposta dal potere politico e si avvia trionfalmente ed irresponsabilmente verso la catastrofe totale. E se ben si riflette, l’unica arma che può mettere in discussione il “successo” finale del capitalismo resta proprio quella della decrescita demografica che è, in ultima analisi, nelle mani delle donne e degli uomini comuni i quali possono liberamente scegliere se ingrossare le file dell’umanità condannandola all’estinzione o contenere in limiti sostenibili la riproduzione della specie. Paradossalmente, ad oltre 150 anni dal Manifesto di Marx ed Engels i proletari di tutto il mondo potrebbero unirsi e decidere responsabilmente di fare meno figli visto che, lungi dall’essere la loro unica ricchezza come nel XIX secolo, sono diventati lo strumento che sostiene questo capitalismo suicida. Ma qui entriamo nella fantascienza o nel sogno.

 
 
 
 


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