In nome del popolo sovrano di Sergio Pollina (Pubbl. 30/01/2019)

Mai come in questo tempo il “popolo” è stato così alla ribalta. E con esso una sua speciale prerogativa: la sovranità. È la stessa Costituzione che, d’altra parte, stabilisce che “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” (art. 1). È il popolo che legittima i governi, è il popolo che sceglie chi dev’essere a guidarlo, conferendo ai suoi reggitori pro-tempore una sorta di trascendenza. Sembra quasi, da qualche decennio a questa parte, che l’espressione di un’indicazione di voto sulla scheda elettorale conferisca al suo destinatario un’aura di intangibilità che ne fa «l’eletto», il legibus solutus, non tanto nel senso di chi ha preso più preferenze, ma “eletto” in senso quasi mistico, un innalzato o “elevato” come di recente si è definito un noto comico passato alla politica. Proprio volgendo l’attenzione all’attualità, non trascorre un giorno senza che non si senta ripetere fino alla nausea che chi governa lo fa in nome del popolo, e che qualsiasi altra posizione di responsabilità che non sia suggellata da uno scrutinio elettorale – come per esempio il potere giudiziario – deve cedere il passo agli “eletti” (dalle urne). Sicché i magistrati, che non sono eletti, ma nominati in virtù di una procedura concorsuale prevista dalla Costituzione, difficilmente potrebbero permettersi di giudicare chi regge le sorti del Paese nel nome del popolo e con l’autorità che questo gli ha conferito. Una volta si guidavano le folle alla rovina nel nome di Dio al grido di: Deus vult!; oggi lo si fa in nome del popolo; è il popolo che lo vuole. Ma, questo “popolo”, che lo vuole, ha sempre ragione? Se una scelta è sbagliata, anche se una sola persona lo sostenesse e tutti gli altri dicessero che non lo è, rimarrebbe sempre sbagliata.

La realtà, che tutti conoscono, anche se spesso si preferisce ignorarla, è che si è eccessivamente enfatizzato (o strumentalizzato) questo “popolo sovrano”, il quale, una volta espressosi, ungerebbe e assolverebbe a priori da ogni nefandezza i suoi eletti. “Io lo rappresento”, pertanto ciò che io faccio è la volontà del popolo, che è insindacabile, è il mantra di non pochi politici. Ma vi è un’evidente falla in questo ragionamento, pensare, cioè, che il “popolo” nel suo complesso sia profondamente diverso dagli individui che lo compongono. Ovvero, la moltitudine, in quanto tale, non può sbagliare, i singoli individui che la costituiscono invece sì. Non si capisce come una moltitudine di non competenti - tra i quali trovano spazio fanfaroni, pusillanimi e disonesti - possa, una volta diventata “popolo”, tramutarsi in saggia, onesta, sapiente, in grado di esprimere una volontà totalmente diversa da quella dei suoi singoli componenti. Ed è di questi giorni la prova di quanto sia fallace il ragionamento che attribuisce al “popolo sovrano” una sorta di investitura divina. Ci stiamo riferendo alla più ambìta delle promesse elettorali di una delle due parti che compongono il cosiddetto “governo gialloverde”: il reddito di cittadinanza. Scrive Lorenzo Savia sul Corriere della Sera del 24 gennaio che gli uffici anagrafe e i tribunali di diversi Comuni sono stranamente assediati da richieste di cambi di residenza e di separazioni consensuali, tutti volti a truccare le carte per ottenere un sussidio che altrimenti non spetterebbe ai singoli richiedenti, ma alla famiglia nel suo insieme e, quindi, di ridotta entità. Spiega Savia che “nella prima metà dell’anno scorso ogni dieci verifiche della Guardia di Finanza sono venuti fuori sei falsi poveri”. Un giornalista molto noto per la sua arguzia, Massimo Gramellini, sulla Stampa (24 gennaio), così ironizza su ciò che il “popolo sovrano” sta escogitando per truffare il governo da esso stesso eletto: “Famiglie solidissime sono entrate improvvisamente in crisi. Mogli e mariti che si sopportavano da una vita non hanno retto alla vista della ‘card’ di Di Maio e si dichiarano disposti a rompere il matrimonio. Figli di provata fedeltà alle sottane materne rinunciano a vitto e alloggio, servizi di tintoria e stireria inclusi, pronti a lasciare la casa in cui sono cresciuti per andare a vivere da soli”.

Tutto questo, ovviamente, per mantenere il reddito familiare sotto la soglia dei 9.360 euro, che dà accesso al sussidio. Ma se questi comportamenti sono adottati dal “popolo sovrano”, cioè da coloro che conferiscono il potere al governo, che lo esercita nel loro nome, perché dovrebbero pagare il fio del loro comportamento, se questa è la loro “volontà”? Qualcuno, maliziosamente, potrebbe dire che i milioni di persone che hanno votato per il “governo del cambiamento” in realtà volevano che a cambiare fossero gli altri, concedendo a se stessi la facoltà di perseverare nell’esercizio dell’italica arte che consente a chi truffa di indignarsi verso chi truffa di più. Se milioni di persone hanno deciso di usufruire di un sussidio che a loro non spetterebbe, perché questo comportamento dovrebbe privarli della qualifica di “popolo sovrano”, che invece spetta loro pienamente quando vanno a votare? D’altra parte, anche chi è detenuto per aver violato il “patto sociale” con lo Stato, ciò nonostante continua ad appartenere al “popolo sovrano” e a esercitare il diritto di voto.

Quanto sopra a conferma che i populismi, i sovranismi, i nazionalismi, i “prima gli italiani” sono pericolosi perché servono solo a vellicare gli istinti peggiori di masse di persone che vengono illuse d’esser “sovrane” quando entrano in cabina elettorale, per poi scoprire che di sovrano non hanno proprio niente, e che non resta loro che attendere la prossima tornata elettorale per sparigliare le carte, dopo aver scoperto che “il re è nudo”, senza mai riflettere che il miglior governante non è quegli che blandisce le masse, ma chi dice loro la verità, anche se sgradevole. Come fece Winston Churchill quando, di fronte al Parlamento britannico, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, il 13 maggio 1940, promise al popolo “lacrime, sudore e sangue” e, dopo, la vittoria.

I sovrani, nella storia, molto spesso hanno finito drammaticamente i loro giorni perché non servì a molto l’investitura divina per salvare loro il collo. Così, oggi, se il popolo vuole essere veramente sovrano, deve smettere di seguire gli illusionisti che promettono “meno tasse per tutti”, “dentiere gratuite”, la “fine della povertà”, sussidi a destra e a manca, e deve crescere, diventare adulto e capire che anche se la medicina è amara, poi fa bene, e non dare ascolto alle sirene che gli indorano le pillole. Se il “popolo sovrano” fosse anche inclito, più che alle sirene darebbe ascolto alla voce di due personaggi che, sebbene distanti geograficamente e temporalmente, pervennero alla stessa conclusione. Uno è Remy de Gourmont, scrittore francese della metà del XIX secolo; l’altro è Nicolàs Gòmez Dàvila, filosofo colombiano del Novecento. Il primo scrisse: “Il popolo non elegge chi lo cura, ma chi lo droga”; il secondo: “I padroni del popolo saranno sempre quelli che potranno promettergli il paradiso”. Ma, che il popolo possa dare ascolto a queste due voci, fra le tante, ne sono tristemente consapevole, è solo un pio desiderio o, se si preferisce, un’utopia.

 
 
 
 
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