Politica versus Giustizia di Elio Mottola (Pubbl. 26/03/2019)

L’insofferenza cronica della politica alla magistratura si concretizza costantemente in accuse di invasione di campo. L’assunto, totalmente erroneo, è che la presunta invasione configuri un conflitto tra poteri dello Stato. Il che non è: i poteri di cui la Costituzione sancisce la separazione e, quindi, la reciproca indipendenza sono, com’è noto, il legislativo, l’esecutivo ed il giudiziario. Non esiste un “potere politico” costituzionalmente riconosciuto. Esiste la politica come strumento di aggregazione del consenso degli appartenenti ad una comunità (europea, nazionale, locale) e di individuazione ed elaborazione delle procedure idonee a determinare le scelte e le decisioni di interesse comune. Siamo tutti soggetti politici e partecipiamo al potere politico in base alla posizione che occupiamo nelle strutture in cui esso si articola. Partecipano alla politica anche i magistrati, in quanto cittadini titolari, al pari degli altri, del diritto di opinione e di voto; a loro si richiede, ovviamente, di esercitare la propria funzione istituzionale astraendo dalle convinzioni politiche, come da qualunque altra simpatia o preferenza o interesse personale, che possano condizionare il loro giudizio: non diversamente da quanto si richiede ad un chirurgo o a un medico in termini di parità di trattamento dei suoi pazienti o a qualunque altro titolare di funzioni delicate. Lo “sforamento” della magistratura dai limiti costituzionali dunque non esiste. Se mai è la politica che attacca la magistratura da quando questa (1992) si è riscattata dalla subalternità alla politica, che si era andata progressivamente costruendo durante un quarantennio di ininterrotto dominio democristiano (chi non ricorda la Procura di Roma, che si era guadagnata, a suon di insabbiamenti, l’appellativo di “Porto delle nebbie” o il giudice Carnevale, presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione, soprannominato dalla stampa “l’ammazzasentenze”?). Proprio a partire da Tangentopoli si è andata diffondendo l’opinione che la magistratura si inserisca nella contesa politica per abbattere i leader politici, quando non ci riescono i loro avversari con argomenti politici: iniziarono i democristiani e i socialisti, colpiti da “Mani Pulite”, ad accusare la magistratura di aver risparmiato i comunisti, malgrado la condanna a 3 anni di quel Primo Greganti, collettore di mazzette per il PC. Questa bizzarra opinione si rafforzò poi con le varie vicende giudiziarie di Berlusconi ed anche, ma in misura minore, con la caduta di Previti, di Andreotti, di Fini, di Bossi, di Penati (poi assolto) ed ultimamente con quella di Formigoni. Benché inaugurate dalla destra, che ne aveva ben donde data la quantità e qualità delle malefatte imputabili ai suoi esponenti, le accuse di ingerenza della magistratura hanno poi trovato lentamente anche la condivisione della sinistra: errore fatale che ha poi permesso ai 5stelle di equiparare i due schieramenti nella rivendicazione dell’onestà.

La politica aggredisce la magistratura in maniera scomposta e subdola, criticando aspramente i singoli provvedimenti sfavorevoli ai propri esponenti, ma professando nel contempo la massima fiducia nella magistratura astrattamente considerata, tanto per salvare le apparenze. Gli attacchi si concretizzano soprattutto prospettando riforme che tendono tutte, senza eccezioni, a limitare l’indipendenza e i poteri degli organi giudiziari (soppressione dell’obbligatorietà dell’azione penale, separazione delle carriere, limitazione del ricorso alle intercettazioni, incremento dei membri di nomina politica negli organi disciplinari, fino ad immaginare addirittura l’elettività dei magistrati). Se qualche esponente dell’Associazione Nazionale Magistrati prende la parola per criticare tali disegni, la politica grida all’invasione di campo sbagliando gravemente e scientemente anche in queste circostanze, perché l’Associazione, in quanto organo di rappresentanza dei magistrati, ha pieno titolo a criticare tutto ciò che ritiene possa avere una ricaduta negativa sulle funzioni e sul lavoro dei magistrati.

Eppure tutti, anche chi colpito nei propri affetti a seguito di atti criminali sanzionati in maniera da lui ritenuta troppo lieve, dovrebbero considerare che, con la sola eccezione del metodo scientifico che si è andato via via perfezionando nel campo della ricerca, la formazione del convincimento di un magistrato in sede giudiziaria rappresenta quanto di meglio si possa riscontrare nel metodo di accertamento della verità dei fatti: un metodo che si è affinato nel corso del tempo e che comporta la raccolta di testimonianze, di intercettazioni ambientali, di perizie, di contradditori, di confronti con i difensori di parte, che vengono attivati in ciascuna fase del percorso giudiziario, dall’indagine preliminare fino al giudizio di terzo grado. Spesso le sentenze sono assolutorie perché le prove d’accusa vengono giudicate insufficienti e questa circostanza dovrebbe essere considerata come un fattore positivo: si pensi a quante pene capitali eseguite negli U.S.A. hanno tolto la vita a persone poi risultate innocenti e ciò in quanto le prove addotte dall’accusa erano parse erroneamente sufficienti. Lo stesso si può dire anche nella determinazione delle pene da irrogare, spesso stabilite non da singoli magistrati ma da collegi giudicanti: il sistema di graduazione delle pene è il frutto di una consolidata attitudine a considerare tutte le circostanze aggravanti e attenuanti previste dal codice.

Spesso la causa dell’insoddisfazione suscitata da una sentenza è riconducibile più alla legge che al comportamento di chi è tenuto ad applicarla. Tutto questo per significare che in definitiva il rigore e le cautele che presiedono all’accertamento della verità nel procedimento giudiziario non sono minimamente presenti nella formulazione delle critiche che i politici rivolgono alla magistratura. Il rapporto tra la politica e la magistratura è dunque asimmetrico, perché le presunte invasioni di quest’ultima hanno sempre un fondamento, mentre le critiche della politica non lo hanno quasi mai. Ciò beninteso non esclude che si possano verificare, e la cronaca è lì a dimostrarlo, casi di corruzione, di collusione, di abuso e di errore grave anche a carico di singoli magistrati. Ma qualcuno dovrebbe chiedersi se siano lontanamente confrontabili con le analoghe fattispecie presenti costantemente nella politica. La magistratura viene attaccata dalla politica anche per l’inefficienza dimostrata dalla durata media dei procedimenti giudiziari, che colloca l’Italia tra le ultime nazioni del mondo civile: l’accusa, non infondata, potrà forse dipendere in qualche caso anche da scarso impegno, ma le ragioni prevalenti sono da addebitare agli strumenti consentiti alla difesa per dilatare i tempi nel tentativo di raggiungere il traguardo della prescrizione. Con questo non si vuol dire che queste pratiche siano illegali, ma che sono certamente il frutto dell’atteggiamento ipergarantista del nostro impianto giudiziario, uno dei pochi che prevede ben tre gradi di giudizio. Eppure la politica è quella che più si avvantaggia delle lungaggini lamentate, per evitare le quali basterebbe varare una legge che imponesse di dare precedenza ai procedimenti a carico di politici (sparirebbe così anche l’accusa di provvedimenti giudiziari “ad orologeria”), oppure depenalizzare quei reati minimi che impegnano la magistratura o, meglio ancora, ampliare gli organici del personale amministrativo di tribunali e procure. Ma evidentemente una certa politica non ha alcun interesse ad ottenere dalla magistratura maggiore efficienza. Anzi, è proprio di questi giorni la notizia che una nuova iniziativa, in forma di lettera ai deputati, ripropone la separazione della carriera dei giudici da quella dei pubblici ministeri, già tentata invano da Berlusconi ma che oggi, pur se promossa, ancora una volta, da esponenti di Forza Italia, pare goda dell’adesione trasversale di quasi tutti i partiti, PD compreso nella persona di Giachetti, con esclusione dei soli partitini di sinistra. Auguriamoci che anche questo tentativo cada nel vuoto: i partiti politici, così come li abbiamo conosciuti negli ultimi lustri, non hanno l’autorevolezza né la credibilità per riformare radicalmente un potere costituzionale, cardine della democrazia.

 
 
 
 
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