Il risvolto della medaglia  di Gaetano Placido (Pubbl. 25/10/2017)

Abbiamo atteso che si attenuassero i riflettori sull’esito del referendum in Lombardia ed in Veneto per fare alcune riflessioni più meditate. Tralasciamo i clamori del solito teatrino della politica dove tutti cercano di attribuirsi il merito di un esito che, a nostro avviso, non può essere liquidato in poche e scontate battute. E’ utile approfondire le motivazioni di un risultato che, quorum o non quorum, ha visto oltre il 90% dei votanti sottoscrivere il SI alla richiesta di maggiore autonomia delle due importanti regioni coinvolte. Non siamo particolarmente appassionati alle disquisizioni sulla legittimità costituzionale di alcune materie rivendicate dai promotori della tornata referendaria, come ad esempio quella fiscale. Ci interessa piuttosto capire quale sia l’humus sociale, politico e culturale che in così larga parte della popolazione ha dato la stura all’ampio pronunciamento sulle ragioni dell’autonomia. Sarebbe riduttivo, (pur senza escluderlo del tutto),   bollare questo voto come il semplice riacutizzarsi delle spinte populiste, nazional-localiste  in atto in tutta Europa. Vedi vicenda catalana, elezioni austriache o della Repubblica Ceca. Analisi approssimative, come le dichiarazioni strumentali dei soliti mestieranti della politica, non aiuterebbero certo a ricercare soluzioni praticabili ad un processo “altro”. L’orientamento dei popoli è frutto di congiunture economiche, sociali, culturali che traggono origini da situazioni di grave disagio e dall’assenza di prospettive capaci di risollevarne le sorti. E’ quanto sta accadendo dal 2007, anno cruciale della genesi di una delle più pesanti crisi mai manifestatesi sullo scenario mondiale. Una sola cosa è certa in tutta la vicenda del referendum lombardo-veneto, al di là di qualche mai sopito rigurgito secessionista stanno giungendo al pettine i nodi di una Politica sempre più dedita a calibrare le proprie azioni sull’interesse “particulare” dei suoi attori principali, ignorando con protervia le istanze generali del Paese. Se ciò è vero, emerge un altro dato che induce a connotare la questione del referendum di tinte meno fosche, inducendoci a rivedere la lettura data finora anche da autorevoli osservatori ed editorialisti di un fenomeno diffuso che vorrebbe le persone sempre meno appassionate alle dinamiche politiche e dunque sempre più distanti dalla ricerca di soluzioni partecipate agli epocali mutamenti in atto. Tradotto in soldoni, occorre chiederesi se l’adesione massiccia ad uno strumento principe del consenso democratico, come nel caso del referendum in discussione, non riveli l’aspirazione dei cittadini ad “esserci”, nonostante tutto, per modificare le sorti di un Paese sempre più aggrovigliato in una spirale perversa fatta di diseguagliaze, ingiustizie sociali e fenomeni di intollerabile corruzione. Una cosa è la netta distanza marcata dal “Palazzo” nei confronti dei cittadini, altra cosa è la volontà di partecipazione alla gestione della res pubblica che sale dal basso e di cui il voto del 22 Ottobre si sarebbe fatta interprete. Non indagare su questa altra faccia della medaglia potrebbe significare perdere una buona occasione per ricostruire un percorso virtuoso capace di far emergere un nuovo movimento di popolo proteso ad aprire la strada ad un radicale cambiamento di rotta politica, restituendo dignità e progettualità a quella Sinistra oggi relegata ad un ruolo di mera testimonianza.