La politica sotto… l’ombrellone (3)  di Achille Aveta (Pubbl. 21/09/2016)

Le mie vacanze volgono al termine, quindi mi accingo a salutare i quattro compagni di ombrellone con i quali ho trascorso alcune ore di piacevole conversazione; per l’ultima mattinata in spiaggia, Giulio – l’emigrato in Germania – propone che ciascuno di noi si pronunci sulla propria intenzione di voto al prossimo referendum, prendendo lo spunto dal fatto che i mass media hanno dato risalto a un documento di dieci parlamentari del PD, nel quale i firmatari spiegano di essersi schierati per il “no” in controtendenza rispetto alla linea dettata da Renzi. Approfitto per richiamare l’attenzione sulla formulazione del quesito al quale gli elettori italiani saranno chiamati a rispondere nell’autunno 2016: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della Parte II della Costituzione”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?». Faccio, quindi, osservare che esistono specifici portali sui quali sono ampiamente illustrate le ragioni del “sì” (http://www.bastaunsi.it/) e quelle del “no” (http://www.comitatoperilno.it/). Ercole, il romano, riferisce di aver intenzione di leggere sull’argomento il recente libro di Marco Travaglio e Silvia Truzzi “Perché NO”, dato che lui è orientato a votare “no”; inoltre, mostrando un articolo de “Il fatto quotidiano”, si dice positivamente colpito dall’iniziativa del senatore Walter Tocci e degli altri parlamentari PD, i quali contestano la tesi che le modifiche apportate per il superamento del bicameralismo paritario siano capaci di accelerare l’iter delle leggi. Infatti, «le lungaggini riguardano solo il 3% delle leggi, quelle approvate in velocità sono quelle che hanno fatto più guai. Il punto è l’alluvione di norme sfornate a getto continuo che spesso ripetono altre già esistenti, solo per dimostrare che il nuovo avanza». Inoltre, «il nuovo Senato non sarà la sede per la rappresentanza delle Regioni, che perderanno ruolo e poteri a vantaggio dello Stato centrale, ma un meccanismo che provocherà contenziosi a non finire. Tocci definisce il nuovo bicameralismo delineato dalla Renzi-Boschi abbondante, conflittuale, frammentario e il nuovo Senato un dopolavoro del ceto politico regionale. … il risultato sarà un premierato assoluto. … In futuro il capo del governo o ottiene obbedienza o chiede di sciogliere il Parlamento». Se ne deduce che la sintesi del pensiero di Renzi è: o fate come dico io o ve ne andate a casa. Faccio notare che Tocci e compagni appartengono all’arcipelago delle minoranze PD e che il loro “no” al referendum costituzionale non è un no al Governo, bensì una contestazione del metodo scelto per riformare la Carta costituzionale: un metodo tutto in capo al Governo, mentre la Costituzione è materia parlamentare. Riccardo, l’emiliano, rivelando la propria militanza sindacale, fa osservare: «Anche la CGIL ha espresso un giudizio critico sulla proposta di modifica costituzionale. L'impropria polarizzazione che ha dominato il dibattito in Parlamento ha raggiunto il suo apice con la dichiarata volontà di fare del referendum confermativo un banco di prova per l'operato complessivo del Governo. Una polarizzazione, questa, in totale contraddizione con lo spirito che dovrebbe caratterizzare ogni intervento di modifica della Costituzione, che è la base delle regole comuni che una collettività si dà e, come tale, dev’essere sottratta alla contingenza di un dibattito politico determinato nel tempo, per appartenere alla dimensione storica che le è propria. Il nuovo Senato, per composizione e funzioni, non potrà svolgere l'auspicato e necessario ruolo di luogo istituzionale di coordinamento fra regioni e Stato, essenziale a conciliare le esigenze autonomistiche con quelle unitarie. Al Senato, infatti, non è attribuita adeguata facoltà legislativa in tutte le materie che hanno ricadute sulle istituzioni territoriali e la sua stessa composizione, a prescindere dalla modalità di elezione (diretta o indiretta), non garantisce l'adeguata rappresentanza e rappresentatività di regioni e autonomie. In questo quadro, infine, in cui avremo un Senato le cui modalità di composizione sono rimandate a una legge ordinaria da approvare, con una funzione legislativa non corrispondente all'obiettivo di farne una camera rappresentativa delle istituzioni territoriali, e una irragionevole moltiplicazione dei procedimenti legislativi del Parlamento, al Governo è attribuita la facoltà di dettare l'agenda parlamentare, potendo porre in votazione a data certa i provvedimenti ritenuti essenziali senza vincoli quantitativi né di oggettività». Aldo aggiunge di aver letto, tra le critiche, anche quella relativa alla mancata introduzione di adeguati bilanciamenti e contrappesi, volti a garantire il perdurare dell'indispensabile equilibrio tra potere legislativo e potere esecutivo; uno squilibrio aggravato dall'indebolimento degli organi di garanzia, la cui terzietà non è più assicurata dalle nuove modalità di elezione previste per la Presidenza della Repubblica, per i giudici costituzionali di nomina parlamentare e per i componenti laici del CSM. Per quanto riguarda la revisione della Parte Seconda della Costituzione, ricordo che la nuova formulazione del Titolo V mette in luce la volontà di disconoscere il valore del decentramento e il ruolo delle regioni e delle istituzioni locali come istituzioni pubbliche centrali nel favorire lo sviluppo locale e l'unitarietà dei diritti sociali. L'indiscussa necessità di introdurre dei correttivi alla riforma varata nel 2001 alla luce dell'esperienza di questi anni si è tradotta in una centralizzazione delle competenze e in una riduzione dell'autonomia delle istituzioni territoriali (o alla loro cancellazione come nel caso, sicuramente non esemplare, delle province). A compensazione di tale eccessivo accentramento di competenze si è allargato lo spettro delle materie su cui è possibile concedere ulteriori forme di autonomia alle regioni, previa intesa e a condizione di equilibrio di bilancio. Il combinato del nuovo Titolo V, dunque, ci consegnerà una centralizzazione sostanziale con tratti di autonomia a geometria variabile: le regioni virtuose potranno ottenere maggiore autonomia in materie importanti (come ad esempio le politiche sociali, le politiche attive del lavoro, e la formazione), le regioni non virtuose avranno una sostanziale riduzione delle loro competenze e, infine, per le regioni a statuto speciale saranno ancora valide le disposizioni vigenti fino all'adeguamento dei rispettivi statuti. A questo punto mi rendo conto che ciascun componente del gruppo ha motivato la propria intenzione di votare “no” in relazione al quesito referendario. Terminano qui i resoconti delle chiacchierate estive sotto l’ombrellone, caratterizzate da numerosi spunti di riflessione su temi di stringente attualità. Forse qualcuno si chiederà: ma non sarà che quelle descritte sono esperienze troppo “belle” per essere vere? A voi è mai capitato qualcosa del genere? Se sì e desiderate parlarne, scrivete alla Redazione.

Agosto 2016

Fine