Si comincia da due di Useppe (Pubbl. 21/01/2019)

In queste ultime settimane molti si sono interrogati se, nella “partita” che si sta giocando nel Paese tra il Governo in carica e l’ampio schieramento delle opposizioni, fosse possibile individuare vincitori e vinti. Fino all’approvazione della legge di bilancio la partita sembrava in una fase di stallo, con il Governo costretto a una trattativa lunghissima con l’Unione Europa, il quale ricorreva al voto di fiducia per assicurarsi l’approvazione della legge nei termini utili per evitare l’esercizio provvisorio,anche se si è dovuto ricorrere ad azioni stigmatizzate dalla Corte Costituzionale. Uno zero a zero con le due “tifoserie” pronte ad assalti reciproci. Il tutto era stato rimandato all’emanazione del “decretone” sul reddito di cittadinanza e sulle modifiche della normativa pensionistica. Il decretone, presentato il 17 gennaio, affronterà il percorso parlamentare, le coperture finanziare sono state trovate e rientrano in quanto scritto nella legge di bilancio. Si ricomincia da 2. Certo i “due punti” messi a segno dal Governo sono sporchi, non derivano da azioni politically correct, non sono il frutto di un intenso confronto con le parti sociali, anche se talune richieste di CGIL CISL UIL sono state accolte; comunque, i provvedimenti sono stati emanati.

Le organizzazioni sindacali esprimono perplessità sulla portata di questi provvedimenti. Un punto essenziale della piattaforma sindacale continua a non essere toccato, anzi forse con l’erogazione del reddito di cittadinanza affidato all’Inps la questione si aggrava: CGIL CISL e UIL sostengono che è necessario “procedere speditamente alla separazione della spesa previdenziale da quella assistenziale così da poter giungere ad una corretta rappresentazione della spesa pensionistica italiana”. Inoltre, si contesta che l’ “opzione donna” è penalizzante perché il calcolo pensionistico, in continuità con i provvedimenti dei governi a maggioranza PD, viene fatto solo con il sistema contributivo; niente si continua a fare per garantire una copertura assicurativa adeguata alle nuove generazioni di lavoratori, magari garantendo sgravi fiscali e maggiori controlli sulla contribuzione integrativa. Su questo si continua a perdere tempo. Sta di fatto che il decretone attua alcune delle tante proposte fatte nei cinque anni della passata legislatura, ma che per veti incrociati non si sono mai concretizzate. Non pochi lavoratori avranno la possibilità di scegliere se lasciare in anticipo il lavoro o aspettare i 67 e più anni stabiliti dalla “legge Fornero”.

Le opposizioni sono frastornate, speravano ancora e solo in errori clamorosi, che in tutta la partita ci sono stati, ma per opporsi non hanno messo in campo azioni efficaci. A destra, di chi e di cosa non si capisce, si tenta di fare distinguo tra le due misure. Giorgia Meloni propone addirittura un referendum abrogativo del reddito di cittadinanza, ma poco si dice nel merito. A sinistra (?) il PD deve fare i conti con le dichiarazioni della Boschi, la quale ha ironicamente twittato: "Dice Di Maio che col reddito di cittadinanza da oggi cambia lo Stato Sociale. La colonna sonora infatti diventa 'Una vita in vacanza'"; eppure, come ammette Graziano Del Rio, nei precedenti cinque anni di governo si sono spesi miliardi per le clausole di salvaguardia per dare la pensione a quei lavoratori lasciati senza reddito dalla riforma Fornero.

Giudicare il provvedimento governativo con i parametri della propaganda è un errore che fanno tutti, maggioranza e opposizioni. Non si tratta di un provvedimento rivoluzionario, ma non è neanche un provvedimento inutile. L’opzione donna è prorogata, ma solo per un anno. Si sono adottate misure, ancora tutte da verificare, per superare l’assurdo ritardo nell’erogazione del trattamento di liquidazione dei lavoratori pubblici. Il reddito di cittadinanza, oltre al denaro messo a disposizione di famiglie e persone in grave difficoltà, smuove il paludoso mondo del mercato del lavoro che in questi anni, in nome di una finta e mitica liberalizzazione, ha peggiorato le condizioni di vita e di lavoro delle persone senza mai porsi nessun obiettivo serio di regolare l’intreccio tra chi il lavoro lo cerca e chi il lavoro lo offre.

Di dubbi sui due provvedimenti ne rimangono, ma forse questo Governo, che è in assoluto il meno europeista della storia del nostro Paese, ha compiuto dei passi che rendono le condizioni di vita nel lavoro e nel non lavoro degli italiani, più in linea con gli standard europei. Il Governo, alla ricerca di consensi anche in vista delle prossime elezioni europee, insiste nel definire la manovra economica espansiva per aver garantito qualche diritto e per aver cercato di aiutare chi sta peggio. Ma non basterà mandare in pensione dei lavoratori per avere la certezza che questi saranno sostituiti. In ogni caso, grazie al jobs act, i neoassunti non avranno stessi salari, stipendi e tutele. Con la drammatica vicenda del crollo del ponte di Genova, sembrava che finalmente in Italia si ricominciasse a ragionare in termini di investimenti per la manutenzione sia del patrimonio edilizio, pubblico e privato, sia delle infrastrutture, e per mettere in sicurezza un territorio devastato anche dall’abusivismo edilizio. Su questo la manovra governativa poco ha detto e programmato, ma questa è un’altra storia, che poco o niente ha a che vedere con i contenuti del decretone, e riguarda la ormai strutturale incapacità dei sistemi politici di interagire, modificare, governare le dinamiche economiche da troppo tempo dominate da poteri esclusivamente finanziari. Ancora una volta nessuna vittoria netta, il “campionato” non è concluso, ed è ancora lungo il cammino per uscire da una situazione economica internazionale in bilico tra recessione e vera e propria crisi.

 
 
 
 
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