Le donne al Parlamento: maneggiare con cura di Concetta Russo (Pubbl. 20/05/2019)

“Le donne all’assemblea” è il titolo di un’arguta commedia di Aristofane del 391 a.C. Non è un’invettiva contro le donne, ma una divertente storia che mette in scena il parossismo di un comunismo integrale. Un gruppo di donne mascherate da maschi s’introduce nell’assemblea del popolo con l’intento di governare Atene. Con scaltrezza e raggiri riescono a fare approvare una serie di provvedimenti che danno loro la possibilità di governare al posto degli uomini: l’idea che perseguono è la condivisione di tutti i beni equamente distribuiti tra il popolo, compreso il sesso; la storia ha una serie di sviluppi comici, mai drammatici, e ammiriamo il coraggio di queste donne che osano sfidare il potere dei maschi.

Da allora le donne hanno percorso molta strada e tra le tante conquiste c’è la loro legittima e preziosa militanza politica; non devono più travestirsi da maschi per entrare in Parlamento. Oggi i deputati sono 637 e i senatori 320, tra deputate (299) e senatrici (110) si contano in tutto ben 400 donne, non poche. Dov’è la loro voce? Dov’è andata a finire la diversità femminile che doveva annunciare, sulla scena pubblica oltre che privata, un’attenzione alla qualità della vita per tutti, una maggiore operosità rivolta alla rimozione delle disuguaglianze, una particolare sensibilità ai bisogni dei più deboli, un maggiore orientamento alla cooperazione e non solo alla competizione, un più felice contemperamento dei tempi di vita ai tempi di lavoro?

Ciò che è venuto a mancare è uno specifico valore aggiunto, che tanto ha contribuito alla conquista di diritti e alla modificazione di anacronistici istituti; il Parlamento è svilito nelle sue prerogative anche perché non sembra considerato dalle donne un luogo elettivo per le battaglie politiche e civili, ma un luogo come un altro per la carriera. La ferrea appartenenza al gruppo politico, l’omologazione a un linguaggio e a un fare declinati al maschile e la difesa a oltranza del pensiero unico espresso dal capo sono manifestazioni di un venir meno delle loro originali e autonome posizioni apportatrici di pluralità. Questa loro scolorita e informe partecipazione politica è un danno per la democrazia e una linfa per il cristallizzarsi delle oligarchie nelle organizzazioni dove ogni azione, che non sia espressione di un comando dall’alto, diventa asfittica. La fedeltà a un capo, a un organismo come il partito, la conseguente adesione a principi orientativi marcatamente sessisti non sono residui e resistenze del passato, ma elementi odierni caratterizzanti un sistema gerarchico e patriarcale contro il quale molte donne hanno combattuto. Il partito per le nostre parlamentari dovrebbe essere un mezzo non un fine, come ci chiarisce Simone Weil nel suo scritto Per la soppressione dei partiti, senza per questo aderire alla sua drastica proposta esplicitata già nel titolo del suo scritto. Anche la democrazia è uno speciale strumento di governo che non tutti, paradossalmente, sanno maneggiare con cura, come accade spesso anche alle donne. I leader sono inevitabili ma in democrazia sono sempre transitori, adatti alle condizioni del momento e, senza mai trasformarsi in un capo assoluto pena l’attivazione di revanscismo, sanno quando mettersi da parte. Sul piano psicologico in un sistema democratico a un/a politico/a sono richieste alcune qualità: capacità di ascolto, capacità di bilanciare diversi e contrastanti bisogni posti dall’esterno (interessi di parte versus interessi generali) oltre che dalle antitetiche spinte interne (tornaconto personale o benessere allargato). Quanto accade in questi giorni tra le forze politiche, in modo particolare il ricorso continuo alla menzogna, ci obbliga ad essere più attenti e rigorosi anche nell’uso del linguaggio, a trasmettere con chiarezza i propri convincimenti, a ricorrere alle infinite possibilità che le parole consentono senza ammiccamenti e facili concessioni a espressioni gergali lanciate come segnali di appartenenza. È urgente un’onestà nella comunicazione e un’assunzione di responsabilità da usare come baluardo contro la barbarie; e ancora per decretare la negativa pervasività dei partiti, la loro tendenza invasiva e oppressiva, la loro onnipresenza in tutti i gangli della società, basta ricordare lo scempio al quale abbiamo assistito negli ultimi 30 anni e senza affievolire il ricordo dei decenni precedenti, una storia ancora da raccontare.

Uno scempio e un discredito diffusi su tutta la classe politica si sono riverberati e amplificati sulla credibilità e affidabilità delle donne in politica. A questo aggiungiamo il dispiegarsi in prima linea sullo scenario politico di donne reazionarie che, con il loro continuo strombazzare stereotipati slogan benpensanti e malpensanti, avviliscono e sviliscono il pensiero e l’azione di tante e tanti che ancora combattono per le conquiste civili e sociali. Simone de Beauvoir diceva che gli uomini storicamente “hanno favorito il proprio sesso”; queste donne stanno mostrando segnali di arretramento, sul piano culturale sociale e politico, favorendo l’altro sesso e danneggiando tutti gli altri. Siamo di fronte al danno e alla beffa.

L’elemento critico si dimostra essere ancora il potere e il suo esercizio. “Il Principe” di Machiavelli era rivolto a un maschio, ma queste “principesse” credono ancora alle favole? Quanto e quando studiano e leggono per meglio capire, confrontarsi e agire politicamente a favore di ogni varietà defraudata del genere umano? È indecente sentire una senatrice e sottosegretario al Ministero per i beni e le attività culturali affermare con sicumera e crassa tracotanza che lei “non legge libri da tre anni”. Ma se il capo del suo partito è definito dai più diversi osservatori e commentatori politici “animale politico”, se questa disinvolta e cinica espressione, che fa appello ai nostri più sordidi istinti, è considerata una virtù vincente e a fortiori positiva, in netto contrasto con quanto stiamo esprimendo, cosa dobbiamo pensare delle donne che agiscono in nome di quell’“animale”, sia pur politico, o che comunque tacciono?

Queste donne e il silenzio di tutte le altre che occupano i luoghi del potere parlamentare non fanno la differenza, che è necessaria per tenere alta la tensione e l’attenzione verso i diseredati, gli abbandonati, gli oppressi e tutti gli altri sfortunati. Il potere ammalia in ogni luogo e in ogni tempo, basta capire che cos’è per temerne la forza travolgente e trasformarsi in cortigiane. Che cosa propongono queste donne? cosa vogliono quando scimmiottano il linguaggio maschile? forse tornare a casa senza nemmeno il conforto di tessere la tela? Quando ostentano modi burberi e rudi e reclamano il meglio solo per gli italiani, non fanno altro che illudersi di essere al riparo da sciagurate prese di posizione, immaginano di avere una forza ma non sanno che è raffazzonata e data in prestito, è alla delicatezza e alla fragilità continuamente esposte e di cui hanno diretta esperienza che devono volgersi e salvaguardare. Che cosa vuole dirci la ministra Buongiorno quando si accosta ai problemi della Pubblica Amministrazione come fossero le patrie galere? Come gestisce questa dissonanza quando lei stessa è impegnata contro la violenza sulle donne? E la signora Meloni, che rifiuta di accogliere i migranti, cosa ha imparato dal mondo animale dove le femmine si alleano per proteggere i figli di altre madri? Che esempio sta dando, come si è sentita di fronte allo spettacolo di donne invasate coalizzate contro la famiglia di zingari nei quartieri romani, e come si è sentita quando un brutto ceffo ha minacciato di stuprare la donna scortata dalla polizia?

Quali pensieri sostengono le loro dichiarazioni? Quali progetti propongono per una vita familiare più felice e consona ai tempi moderni? A cosa e a quali valori si ispirano quando parlano della famiglia? Quali impegni e quale mondo immaginano per le donne e per tutti gli altri? Le loro affermazioni, i loro improperi hanno il tenore e il borbottio del pettegolezzo da bottegaie.

Fare da comparsa appare più consono al ruolo che si sono ritagliate e lasciare la scena da protagoniste ad altre donne – che, impegnate in prima fila, mettono in pericolo la loro vita per salvare quella di altri - sarebbe per loro onorevole. Non pretendiamo che queste donne cambino il mondo, a questo hanno contribuito e continuano a farlo tante donne e uomini, ma chiediamo loro di aiutarci a non arretrare, a non perdere le occasioni per aggiustare le storture del mondo e per sentirci partecipi di un ambiente più grande del focolare di casa, e se proprio non sono in grado di seguirci su questa strada, abbiano la decenza di stare in silenzio come delle vere e genuine ancelle e ci lascino proseguire il cammino sulla via della libertà e della emancipazione.

 
 
 
 
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