La Costituzione tradita (?!) di Elio Mottola (Pubbl. 18/02/2018)

La bocciatura di una riforma costituzionale infame, fortunatamente avvenuto col referendum del  4 dicembre 2016, non ci mette al riparo dagli attentati alla democrazia sferrati da qualche lustro a questa parte, solo apparentemente non lesivi della Costituzione. La storia comincia quando alle elezioni del 1994, poi vinte da Berlusconi, passa il concetto che ciascuna lista può indicare il nome del candidato premier. La cosa apparentemente non intacca il testo costituzionale il quale, come è noto, recita che il Premie riceve l’incarico di formare il governo dal Presidente della Repubblica. In realtà, pur non limitando di fatto la prerogativa costituzionale del Capo dello Stato, questa nuova prassi consentirà, e consente tuttora, ai partiti di delegittimare, agli occhi degli elettori, spinti a ritenersi per questo traditi, la figure di ogni primo ministro nominato, ancorché non eletto. Se ne avvalse per primo, come sempre, Berlusconi, col governo presieduto da Dini e si è poi andati avanti, passando per D’Alema, fino a Monti, Letta, Renzi e Gentiloni ed ormai tutti i partiti concordano nello sbandierare questa procedura pienamente costituzionale come un vulnus alla libera scelta degli elettori. Il processo di delegittimazione della politica prosegue con l’accettazione del concetto che, essendo i partiti super finanziati, non soggetti ad alcun controllo e quindi in grado di sperperare denaro pubblico per gli interessi personali dei componenti dei rispettivi gruppi dirigenti, il loro finanziamento è il male assoluto e quindi bisogna eliminarlo. Naturalmente il referendum abrogativo passa largamente, anche se poi i partiti faranno di tutto per aggirarne l’esito. Nessuno dei di essi, però, ricorda ai cittadini elettori che la Costituzione, sempre lei, prevedeva che l’organizzazione dei movimenti politici fosse disciplinata da una legge, mai concepita in settant’anni di vigenza della Costituzione stessa. Per i primi decenni, fino agli anni settanta, la legge non fu fatta perché avrebbe impedito ai due partiti principali (DC e PCI) di ricevere finanziamenti occulti rispettivamente dagli USA e dall’URSS: una legge avrebbe sicuramente comportato la pubblicazione di un bilancio delle entrate e delle spese. Poi non se ne è parlato più perché andava bene a tutti ed anche i sindacati non si opponevano perché i partiti avrebbero potuto, a loro volta, innescare l’attuazione del dettato costituzionale là dove prevede che anche i sindacati siano disciplinati da una legge. E così si va avanti con i partiti e i sindacati poco o niente disciplinati ma decisamente in crisi, mentre nessuno si chiede con quali finanziamenti potrebbe oggi costituirsi un partito dei diseredati, dei disoccupati e dei nullatenenti. Efficaci strumenti di aggressione indiretta alla Costituzione, ma mirati al cuore della democrazia, sono state poi tutte le leggi elettorali approvate dopo il Mattarellum, tutte dichiarate incostituzionali salvo l’ultima, che si avvia sulla stessa strada.  Caratteristica comune a tutte queste leggi è l’abolizione delle preferenze espresse dagli elettori. Il pretesto per approvare leggi di questo tipo è stato l’eccessivo ricorso al voto di scambio. Ora, ci si domanda: il fenomeno del voto di scambio è contenibile entro limiti che non facciano gridare allo scandalo? Il voto di scambio esiste in altri paesi ed esiste nel nostro da quando ci sono le libere elezioni.  Si possono certamente inserire nell’ordinamento strumenti di deterrenza, di repressione o di controllo interno da parte degli  stessi partiti, che possano, nel tempo, determinare la  riduzione del fenomeno in termini più tollerabili. Rispetto a questa prospettiva è parso molto più comodo a tutti i partiti, cominciando ovviamente da quelli di destra, procedere con le liste bloccate, con le quali lo scambio di utilità non avviene tra il candidato e l’elettore ma tra il candidato ed il gruppo dirigente che ha il potere di includere o meno il candidato nelle liste bloccate. In questo modo il gruppo dirigente eserciterà il suo potere anche nel corso della legislatura, ottenendo l’assoluto allineamento degli eletti che, in caso contrario, si giocheranno l’inclusione nelle prossime liste.  Il meccanismo ormai è tale da rendere apprezzabile la schiettezza con la quale il solito Berlusconi ebbe a dire, qualche anno fa, che in fin dei conti per approvare una legge bastava che fossero d’accordo i leaders politici  e non c’era neppure bisogno di scomodare l’intero Parlamento (e forse nemmeno di eleggerlo, n.d.r). Si consideri  inoltre il costante ricorso alla candidatura dello stesso capolista (solitamente il capo carismatico del partito) in più collegi (così dette candidature multiple), che conferisce al capolista l’ulteriore potere  di favorire i  secondi eletti nei collegi nei quali rinuncerà al seggio, che sono, talvolta, candidati con trascorsi non proprio limpidi i quali necessitano delle garanzie  parlamentari. Le candidature multiple rappresentano inoltre un palese raggiro degli elettori che hanno votato il capolista nei collegi in cui rinuncerà per far posto al secondo degli eletti. Questo scenario sconfortante, suffragato dai non pochi casi di corruzione emersi e dall’atteggiamento dei partiti, prevalentemente teso a sottrarre gli inquisiti al giudizio della magistratura, ha comportato che l’autonomia, la credibilità e quindi il prestigio degli eletti si sono andati rapidamente restringendo, allontanando sempre di più i cittadini dalla politica e giustificando tutta una serie di interventi volti a mortificare le cariche elettive, sia politiche che amministrative, attraverso la riduzione, in buona parte ma non in toto, delle indennità, degli appannaggi, dei vitalizi e addirittura del numero dei mandati (non più di due consecutivi) escludendo  a priori ogni possibile apprezzamento dell’esperienza e della competenza tecnica acquisite. Ma gli attacchi subdoli alla Costituzione non finiscono qui.  Da alcuni anni a questa parte, pare che il primo obiettivo delle elezioni sia diventato quello di dare un governo al paese: i cittadini devono sapere il giorno dopo le elezioni chi li governerà per cinque anni. Questa pia illusione comporta l’adozione di accorgimenti che di fatto limitano la rappresentatività del Parlamento (la Costituzione dice che la nostra è una repubblica parlamentare). Soglie di sbarramento, premi di maggioranza a liste (o a coalizioni che poi, e lo vedremo anche dopo il 4 marzo, si scioglieranno una volta conquistati gli scranni, alla faccia della governabilità) sono l’oscuro oggetto del desiderio di tanti leader politici. Non è questa la sede, ma un giorno qualcuno dovrà approfondire perché, da quando in Italia si è instaurato un sistema bipolare, conseguenza degli elementi maggioritari introdotti nelle varie leggi elettorali, si vive in una ininterrotta campagna elettorale, che si nutre di continue contrapposizioni frontali, che hanno fatto scadere la politica a mero scontro verbale, a scapito di quella vera fatta di contenuti concreti e di mediazioni. E la cosa persiste anche nell’Italia tripolare, fin quando lo sarà e sperando che dietro l’angolo non ci sia un’Italia unipolare.  La più recente e diretta spallata alla Costituzione è la richiesta di introduzione del vincolo di mandato, allo scopo di eliminare il malcostume dei cosiddetti cambi di casacca dei parlamentari. La proposta è aberrante in linea di principio, perché l’introduzione di un vincolo richiederebbe innanzitutto che ciascuna formazione politica avesse un programma di governo così  dettagliato ed esaustivo da considerare tutte le evenienze che possono verificarsi durante la legislatura, tipo coinvolgimento in fatti bellici, in alleanze, oppure  in scelte in di fondo in campo ambientale  o scientifico o in ordine a gravi eventi imprevisti e così via. Ma, a prescindere dalla questione di principio, sussiste il sospetto che la semplice abolizione del divieto del vincolo di mandato, sia pure con legge costituzionale, sarebbe in contrasto col sistema politico disegnato dalla Costituzione, perché comporterebbe che il singolo parlamentare rispondesse delle proprie decisioni al partito e non ai propri elettori. Ed, in ogni caso, il corollario sarebbe un ulteriore accrescimento del potere dei partiti sui parlamentari. È indicativa, in proposito, l’ulteriore “pensata” del M5S, costituita dalla sottoscrizione preventiva di un contratto nel quale gli eletti si impegnano a pagare un’ammenda in caso di uscita (e anche di semplice, occasionale dissenso, in prospettiva?) dal gruppo parlamentare di origine.

Solo un accenno, per inciso, alla proposta elettorale della flat-tax, avanzata dalla destra col pretesto che una tassa ad aliquota unica sia di stimolo allo sviluppo dell’economia e poi del lavoro, mentre altro non è che uno sgravio fiscale, tanto indiscriminato quanto insostenibile,  per i redditi più alti. Anche la flat-tax, in quanto strettamente proporzionale, confligge col dettato costituzionale che prevede esplicitamente la progressività delle imposte, assicurata da aliquote crescenti al crescere del reddito imponibile. In sostanza, il disegno che ha in mente la maggioranza dei partiti politici, con rare e facilmente individuabili ma minoritarie eccezioni, è un Parlamento di nominati, emanazione diretta del gruppo dirigente o, nell’ipotesi peggiore, del proprietario o dell’amministratore unico del partito. E poco importa se siano eletti dal 60%, dal 30% o dal 15% degli aventi diritto al voto.