Israele e la diaspora della civiltà di Giuseppe Capuano (Pubbl. 15/03/2019)

Ancora una volta, ancora, ancora. È un urlo di dolore che proviene dai tanti luoghi del mondo dove l’avidità, la smania di potere dissemina morte e distruzione senza rispetto per nessuno, senza nessuna possibile giustificazione. Uccidere un essere umano è sempre un crimine, ma non si può non inorridire quando a morire sono bambini, anziani, donne che tentano di proteggere la loro famiglia, gente che non imbraccia armi. Gli strateghi, i generali di tutti gli eserciti del mondo, considerano queste vite distrutte danni collaterali inevitabili di ogni azione di guerra. Ma il 29 febbraio scorso il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, con una sua commissione d’inchiesta, ha svelato che lo Stato di Israele, da marzo fino a dicembre del 2018, per reprimere le proteste di massa dei Palestinesi rinchiusi nella Striscia di Gaza, che hanno osato organizzare una Marcia per il Diritto al Ritorno dei loro profughi scacciati dalla guerra e dall’occupazione israeliana, è andato ben oltre i danni collaterali e dalle testimonianze raccolte, dai filmati visionati è emersa una realtà ancora peggiore: i cecchini israeliani prendevano deliberatamente di mira bambini indifesi, persone inabili, donne e persone che alle manifestazioni non stavano partecipando: presi di mira per essere uccisi. A Ginevra è stata presentata solo una sintesi del lavoro della Commissione, una sintesi che però è chiara nelle sue conclusioni: Israele è accusato di aver commesso crimini di guerra. Ovviamente, anche contro i risultati di questa inchiesta si sono alzati gli scudi diplomatici e il Governo di Benjamin Netanyahu sta cercando di delegittimare l’organizzazione internazionale che ha formulato le accuse. La stessa strategia è stata già adottata un anno fa contro l’agenzia ESCWA (Commissione economica e sociale delle Nazioni Unite per l’Asia occidentale) che nel rapporto Israeli Practices towards the Palestinian People and the Question of Apartheid ha accusato Israele di aver stabilito un “regime di apartheid che opprime e domina il popolo palestinese”, rapporto prima pubblicato sul sito dell’Agenzia e poi subito ritirato per le pressioni di Israele sui suoi potenti alleati. Siamo ai primi di marzo e anche se distratti e svogliati non possiamo non avere ancora negli occhi e nelle orecchie le immagini e i racconti che ci vengono tramandati nella giornata mondiale della Memoria contro i crimini perpetrati contro ebrei, zingari, e tante altre minoranze definite indegne di vivere secondo la logica nazista. In Italia pesa ancora il ricordo dell’ignobile promulgazione da parte del regime fascista delle leggi razziali del 1938; forse non abbiamo ancora fino in fondo fatto i conti con il nostro passato tanto che sempre più impudentemente, e ce lo ricordava su questo nostro giornale Sergio Pollina qualche giorno fa, razzismo e fascismo non sono mai del tutto cancellati come non può essere cancellata la stupidità. Senza ricorrere a complicate ricostruzioni storiche, lo stato di Israele è nato sì dall’ambizione sionista di creare uno stato che accogliesse finalmente un popolo condannato da secoli alla diaspora, ma è riuscito ad affermarsi solo perché i suoi governanti hanno assicurato agli Stati Uniti e ai suoi alleati occidentali, vincitori della seconda guerra mondiale, un cuneo di penetrazione in un territorio ritenuto, da un punto di vista economico e strategico militare, essenziale nella battaglia contro l’impero del male, solo in parte identificabile con l’impero sovietico ma, più in generale, identificato con quell’insieme che in occidente ingloba tutto ciò che non è facilmente assimilabile, governabile, gestibile, addomesticabile. Lo stato di Israele è nato sulla falsificazione stessa della storia del popolo che ha la pretesa di rappresentare. A scriverlo non siamo certo noi ma intellettuali, studiosi accreditati dalle stesse istituzioni universitarie israeliane, come Shlomo Sand nel suo libro, pubblicato in Italia nel 2010, L'invenzione del popolo ebraico (interessante la recensione di Paolo Mieli a questo volume). Ad urlare contro l’imbarbarimento dello stato di Israele c’è anche una parte di israeliani, una minoranza, come il giornalista Gideon Levy, che sulle pagine del giornale israeliano Haaretz conduce la sua battaglia quotidiana contro l’assurda e inumana guerra che Israele continua a riproporre contro i Palestinesi. Per la “prudente” politica estera degli stati forti occidentali si sta rischiando di annientare una cultura e una esperienza statuale che avrebbe potuto rappresentare un tentativo vero di pacificazione del mondo, riconoscendo il diritto alla sopravvivenza di due popoli e di due stati nella terra di Palestina. La paura sta avendo il sopravvento e sta distruggendo vite e speranze. Un dramma nel dramma. Per capire quanto scriviamo è importante leggere il carteggio tra A.B. Yehoshua, Lettera aperta a Gideon Levy, e la sua risposta pubblicata sullo stesso giornale Haaretz pubblicate 10 anni fa, nel gennaio 2009. Scriveva Yehoshua: «Alcuni giorni fa, quando la famiglia Hatuel – una madre con i suoi quattro figli, pace alla loro anima – è stata uccisa sulla strada per una delle colonie a Gush Katif, ho pensato che queste terribili morti avessero addolorato anche te [Gideon Levy] come è successo a tutti noi, ma che come molti di noi ti fossi detto nel tuo cuore: perché questi israeliani devono mettere in pericolo le vite dei proprio figli in maniera così provocatoria, disperata, pericolosa e immorale a Gush Katif? Con quale diritto 8000 ebrei espropriano una vasta area nella Striscia di Gaza densamente sovrappopolata per costruire floride abitazioni davanti agli occhi di centinaia di migliaia di rifugiati che vivono in condizioni di abissale disperazione? Anche tu eri infuriato, come lo ero io, con i loro genitori e tutti coloro che li hanno mandati. E anche se credo che come tutti noi anche tu abbia provato pena per i bambini che sono stati uccisi, non hai marchiato i leader di Hamas come "criminali di guerra" come avevi fatto con i leader israeliani, né hai richiesto l'istituzione di un tribunale internazionale per sottoporli a giudizio». Nella sua risposta Gideon Levy scriveva: «Anche tu, autore stimato, sei caduto preda della sciagurata onda che ci ha invaso, intorpidito, accecato e ci ha lavato il cervello. Oggi ti trovi a giustificare la guerra più brutale che Israele abbia mai combattuto, e nel farlo sei compiacente con l'imbroglio che l' "occupazione di Gaza è finita" e giustifichi le uccisioni di massa evocando l'alibi che Hamas "mescola deliberatamente i suoi combattenti alla popolazione civile". Stai giudicando un popolo indifeso a cui è negato un governo ed un esercito – includendo un movimento fondamentalista che utilizza mezzi inadatti per combattere per una giusta causa, cioè la fine dell'occupazione – allo stesso modo in cui giudichi una potenza regionale, che si considera umanitaria e democratica ma che si è dimostrata essere un conquistatore crudele e brutale.» Da allora è stato un continuo precipitare verso l’abisso della barbarie con il susseguirsi dell’approvazione di una serie di leggi che hanno strutturato nello Stato di Israele un sistema di segregazione e discriminazione razziale contro i Palestinesi, affondando definitivamente la speranza di pacificazione dell’area con il reciproco riconoscimento di diritti e doveri. A questa barbarie c’è chi prova ad opporsi come l’associazione BDS (movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro l'occupazione e l'apartheid israeliane), movimento internazionale a guida palestinese che ha scelto di portare avanti le sue battaglie adottando come strategia il pacifismo attivo. È forse questa l’unica opzione possibile. La pace e la convivenza sono l’unica possibilità che l’umanità ha per sperare di sopravvivere.

 
 
 
 
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