Ancora incertezze sul reddito di cittadinanza di Giuseppe Capuano (Pubbl. 13/12/2018)

Sono mesi che si discute del reddito di cittadinanza. Subito dopo le lezioni c’è stato addirittura chi, per scherzo o per provocazione, ha invitato le persone a richiedere i moduli all’INPS e ai patronati sindacali. Una misura solo annunciata intorno alla quale c'è stato un incredibile proliferare bufale, o fake news che dir si voglia: un reddito di 780 euro, poi di 500, poi un reddito alle famiglie, un reddito da spendere in modo etico con un paniere predefinito, un reddito che non si richiede ma che verrà distribuito automaticamente a tutti gli aventi diritto, fino al recente annuncio che sono già in stampa le tessere, una sorta di bancomat, per accedere al sussidio; queste sono solo alcune delle "notizie" circolate di recente. Questa misura, per le aspettative che ha innescato, è diventata il sismografo della tenuta del Contratto di Governo stipulato tra due formazioni politiche molto, forse troppo diverse tra loro: diverse per aspirazioni, diverse per riferimenti territoriali, diverse per esperienze e responsabilità pregresse nel governo del Paese. La Lega ha governato a lungo, è al governo delle principali Regioni del Nord e ha condizionato molte delle scelte strategiche che hanno portato all’attuale assetto istituzionale dell’Italia. Proprio sulle questioni del mercato del lavoro, fortemente connesse all’applicabilità del reddito di cittadinanza, il ruolo della Lega è stato significativo. In Italia si è deciso di rendere regionale il sistema dei centri per l’impiego e la formazione professionale è stata demandata alle Regioni. Per una persona in cerca di lavoro è oggi più facile trovarlo, anche a tempo determinato, in un qualsiasi Paese dell’Unione Europea che in una regione italiana diversa da quella di residenza. In un sistema politico parlamentare efficace queste contraddizioni sarebbero emerse con forza e avrebbero potuto portare ad una sintesi convincente. Così non è stato e non c’è stato un vero confronto per verificare il postulato che sostiene che le fasi di sviluppo economico non saranno più accompagnate dalla crescita dell’occupazione: al lavoro potranno accedere solo pochi privilegiati con salari sempre più bassi. Pensare al reddito di cittadinanza come temporanea azione tampone e/o per favorire la rivitalizzazione del mercato del lavoro è un’idea improvvida, un’illusione di cui molti sono consapevoli, ma non hanno l’onestà intellettuale per affermarlo. Altro sarebbe stato, senza tatticismi e urla propagandistiche, dichiarare con chiarezza che la misura nasceva dalla necessità di garantire un reddito alle persone che saranno escluse dai processi produttivi, come sostengono da anni studiosi e politici di diversa formazione ed orientamento culturale. Cercare di regolare offerta e domanda di lavoro, magari sotto la pressione di un reddito da somministrare in cambio della disponibilità ad accettare qualsiasi offerta di lavoro, appare in questa fase assai complicato. L’era dell’operaio-massa, della richiesta di generica manodopera è ormai un ricordo lontano. Chi offre lavoro cerca personale non solo qualificato ma con caratteristiche ben definite. Il potere contrattuale dei lavoratori e dei loro sindacati è sempre minore, indebolito anche da una serie di modifiche legislative, compreso il jobs act di Renzi, che hanno assecondato, non governato, la tendenza alla parcellizzazione e frantumazione del lavoro. Le imprese scelgono di assumere poche persone qualificatissime pagandole con salari inadeguati. Si può sostenere che nel resto dell’Europa e del mondo non è così, tanto che molti nostri diplomati e laureati, un lavoro all’estero lo trovano. È vero questi nostri connazionali non sono affatto super pagati e molti continuano ad essere sostenuti dalle famiglie, che a volte sono costrette ad emigrare con loro. Molti di questi giovani sono scelti perché hanno una formazione teorica solida ma generalista che, coniugata ad una grande propensione alla flessibilità, costituisce un vantaggio competitivo in contesti dinamici. Ma il sistema economico italiano non è dinamico. Quale futuro allora per il reddito di cittadinanza? Uno solo possibile, quello di far esplodere le contraddizioni da cui far ricominciare non una nuova campagna elettorale, ma un processo di rimessa in discussione di assetti amministrativi, politici ed economici dell’Italia e dell’Europa comunitaria. Una partita dalla quale sarà difficile sottrarsi per chi vuole avere ancora un ruolo nelle vicende di questo sofferente Paese.

 
 
 
 
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