Elezioni amministrative 2016: quale candidato scegliere? di Achille Aveta (Pubbl. 06/05/2016)

Il 5 giugno prossimo andranno alle urne gli elettori residenti in 1.368 comuni, di cui 26 capoluoghi di provincia o città metropolitane (tra i quali: Bologna, Cagliari, Caserta, Cosenza, Milano, Napoli, Roma, Salerno, Torino). Ci saranno, con ogni probabilità, una gran quantità di liste civiche accanto a quelle proposte dai partiti. Per la stragrande maggioranza dei cittadini si porrà il problema: a quale candidato accordare la propria preferenza? Questo interrogativo assume una particolare pregnanza in considerazione della disaffezione per la politica, che si sta registrando con sempre maggiore evidenza. Sempre più elettori lamentano che, con la caduta delle ideologie sviluppatesi nell’Ottocento e nel Novecento, non abbia più senso parlare di sinistra e destra in politica. A ciò si aggiunga la crescente diffidenza nei confronti della classe politica. Politici occasionali lo siamo tutti: quando deponiamo la nostra scheda elettorale nelle urne; quando siamo chiamati ad altre manifestazioni di volontà (si pensi ai referendum). Tuttavia, come osservava Max Weber, chi decide di “…fare azione politica aspira al potere, o come mezzo al servizio di altri fini – ideali o egoistici – o per il potere in se stesso, per godere del senso di prestigio che ne deriva”. La professione di politico fornisce, da un lato, guadagno materiale e, dall’altro, un contenuto ideale della vita. Quindi, vi sono due modi di rendere la politica una professione: si vive “per” la politica, oppure “di” politica; non necessariamente questi due modi sono alternativi tra loro. Chi vive “per” la politica, fa di questa, in senso interiore, la propria vita; “di” politica come professione vive chi tende a farne una duratura fonte di guadagno. La previsione di uno “stipendio” per i politici dovrebbe garantire dignità e autonomia nell’esercizio della “professione”; ma, come la storia recente dimostra, le somme ricevute per corruzione come la spartizione di incarichi d’ogni specie sono un’aberrazione ricorrente e trasversale a tutte le formazioni politiche. Guai ad anteporre gli affari ai diritti! Pertanto, assodato che la rinuncia a esprimere un voto in occasione di consultazioni elettorali rappresenta sempre un vulnus per la democrazia, torna d’attualità la domanda: a quale candidato assegnare la preferenza? Quali attitudini personali deve possedere il prescelto? Innanzitutto, bisogna assicurarsi che abbia la consapevolezza, una volta eletto, di esercitare una forma di “potere” sugli altri e di essere una persona alla quale si permette, con il consenso elettorale, di mettere le mani negli ingranaggi della “storia” (sia essa nazionale sia locale). A ciò dovrebbero accompagnarsi tre decisive qualità: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. La semplice passione non basta, occorre una dedizione convinta ad una “causa” (che si condivide); serve anche il senso di responsabilità nei confronti di questa “causa”, come guida determinante all’azione; infine, non potrà prescindere dalla lungimiranza, cioè la capacità di lasciare che la realtà operi senza lasciarsene travolgere. In conclusione, una volta adocchiato il possibile candidato dotato delle predette qualità, ascoltiamo le sue priorità programmatiche: propone un ambizioso orizzonte di valori o propende per la “concretezza”? Si badi che spesso il generico richiamo alla “concretezza” nasconde una lobotomizzazione foriera di gravi guasti. Cosa intende fare per trovare lavoro ai sempre più numerosi giovani disoccupati? Ritiene una buona idea la semplice distribuzione a pioggia di soldi a determinate categorie o, piuttosto, un impiego più oculato di fondi aiuta a ridistribuire le risorse e a dare lavoro in modo permanente a un certo numero di cittadini? E’ concretamente propenso all’ascolto delle associazioni sul territorio, la società civile? È egli stesso espressione di realtà del terzo settore? La cautela della scelta del candidato cui assegnare la propria preferenza è dunque indispensabile in considerazione del fatto che, purtroppo, è sempre più evidente il fenomeno di “politici di professione”, senza vocazione, privi di quelle intime qualità carismatiche che creano sedicenti leaders, adusi alla pratica del voltagabbana.