Un nuovo PD? di Elio Mottola (Pubbl. 04/03/2019)

Le primarie del PD si sono chiuse con un affluenza ben superiore alle aspettative e già questa è una notizia confortante. L’altra bella notizia è che la segreteria del partito va da subito a Zingaretti con un consenso tale da scongiurare il rischio che l’Assemblea Nazionale potesse decidere diversamente. Questi risultati testimoniano il ritorno di parte dei delusi del PD, numerosissimi ed articolati in schiere che si sono allontanate dal partito in diversi momenti e per vari motivi. Lasciando da parte quelli che, a ragione, non hanno mai creduto nelle primarie (perché spingono verso la personalizzazione dei partiti e verso le divisioni interne, trascurando spesso l’utilità di candidati scelti dalle Direzioni Nazionali o dai Congressi) e quelli delusi già dalle precedenti sigle (Ulivo, DS), c’è un primo, folto gruppo di elettori che si era allontanato sin dal 2013 in occasione della “congiura” contro l’elezione di Prodi alla presidenza della Repubblica. Un secondo gruppo, anch’esso consistente, si raffreddò, collocandosi in una posizione di attesa, quando il rieletto presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (che avrebbe, tra l’altro, potuto rimandare in Parlamento le delegazioni dei partiti che lo avevano invitato a tornare, costringendole a fare il loro dovere ed a trovarsi un nuovo presidente, magari Stefano Rodotà, gradito anche ai grillini) non concesse a Bersani, incaricato di formare il nuovo governo, il tempo necessario per tentare una coalizione con i 5stelle, ancora possibile malgrado l’iniziale chiusura nel famoso “streaming”. Col governo Letta, malgrado la paralizzante compresenza di forze opposte nella maggioranza che lo sosteneva, non si creavano significative defezioni anche perché si andava accendendo un lumicino di speranza nella giovane ed emergente figura del rottamatore Renzi, l’avvento del quale al governo, nella forma abbastanza inconsueta che tutti ricordiamo, ci fece fare conoscenza, con qualche riserva da parte di molti, dei volti nuovi che prendevano il posto dei rottamati: Mogherini, Boschi, Madia, Lotti, Guerini. Si accordò loro la dovuta fiducia iniziale, con non poca curiosità. Il primo atto di grande rilevanza, il jobs act, determinò la presa di distanza dell’elettorato vicino all’ala tradizionale della CGIL, ma non impedì il grande successo, forse personale, del nuovo premier alle europee del 2014. Anche perché, subito prima delle elezioni, con un artificio nei conti pubblici, non abbastanza contrastato dalla Commissione europea, il premier elargiva, in maniera piuttosto approssimativa 80 euro mensili, salvo doverli poi recuperare nei casi in cui fosse venuto meno successivamente il diritto di percepirli. Un autentico e costosissimo guazzabuglio che alla fine non ha accontentato nessuno, ma che concorse a far raggiungere al premier la percentuale record alle europee. Incoraggiato dal 40,81% di preferenze Renzi mise mano ad interventi che sembrarono tutti coerentemente tesi a spostare il PD verso il centro e a perdere il consenso dell’elettorato di sinistra: soppressione dell’IMU sulla prima casa, “Buona Scuola”, legge elettorale avventurista, per fortuna modificata in corso d’opera, riforma costituzionale pasticciatissima e giustamente respinta in un referendum incautamente personalizzato con conseguente, ma solo apparente, abbandono del governo da parte di Renzi. Il governo Gentiloni sembrò poter recuperare un po’ dell’elettorato moderato, ma le elezioni del marzo 2018 sancirono il crollo del “partito di Renzi”. Gli errori del leader però non erano ancora finiti: con il fiuto che ha segnato tutte le sue scelte fallimentari, il Nostro, pur essendo il principale responsabile del varo di una legge elettorale che si era tramutata, visto il peggioramento dei sondaggi elettorali, da spavaldamente maggioritaria in prudentemente proporzionale, chiudeva incoerentemente le porte ai 5stelle. In questo ultimo, gravissimo errore gli rimanevano solidali tutti i maggiorenti del PD post rottamazione: Boschi, Lotti, Guerini, Rosati, Ermini, Fiano, Giachetti e poi, con qualche larvato recalcitro, Zanda, Finocchiaro, Franceschini, Orlando, Del Rio, Richetti, lo stesso Gentiloni e finanche Cuperlo, dall’eloquio del quale era lecito attendersi una qualche idealità ben più elevata del compromesso politico. Dopo questa sfilza di errori sorprende addirittura che i sondaggi accreditino tuttora il PD di un consenso intorno al 17%.

Cosa possiamo aspettarci dalla segreteria Zingaretti? Probabilmente non sarà accordata ai delusi quell’autocritica caparbiamente e colpevolmente evitata da Renzi, che suonerebbe divisiva in un momento in cui l’unità di intenti appare essenziale; ma è auspicabile che il neo-segretario apra a tutte le componenti della sinistra in vista delle elezioni europee; non solo, ma appare necessario che il PD sia pronto anche ad affrontare possibili crisi di governo la cui soluzione potrebbe comportare temporanee o occasionali convergenze con i 5stelle. In quest’ottica occorrerebbe immaginare l’affrancamento delle attuali rappresentanze parlamentari del PD dall’influenza di Renzi, che rappresenta il più serio ostacolo al rinnovamento da tutti invocato. Poiché è difficile credere che egli possa autonomamente ridimensionare la propria leadership e farsi un po’ da parte, sarebbe preferibile che, dopo l’ennesima sconfitta, accogliesse il suggerimento che gli viene dal titolo del suo libro appena pubblicato e cercasse “Un’altra strada”.

 
 
 
 
commenti sul blog forniti da Disqus