Il costo della verità di Sergio Pollina (Pubbl. 03/06/2019)

È veramente singolare che il nome del giornale più diffuso e conosciuto dell’Unione Sovietica fosse la Pravda, che vuol dire “la Verità”, sebbene i suoi contenuti molto spesso dimostrassero tutto l’opposto. Ai nostalgici di quel tipo di stampa ricordiamo che, volendo, anche nelle nostre edicole vi è un giornale dallo stesso titolo, che ne segue pedissequamente le tracce, con risultati che spesso – anche nel suo caso – sono in aperta contraddizione con la sua “ragione sociale”. È triste constatare come del termine “verità”, che per chi è di fede cristiana è uno dei tre attributi del fondatore del cristianesimo, insieme a “via” e “vita”, venga ripetutamente fatto strame quasi in ogni aspetto della vita quotidiana: nel commercio, nella pubblicità, ma principalmente nella politica. Non che l’alterazione della verità da parte del potere sia una caratteristica esclusiva dei nostri giorni. Tremila anni fa, un fenicio, Sanchoniathon, scrisse queste parole: “Fin dalla più tenera età le nostre orecchie sono state abituate ad ascoltare falsità e con il passare del tempo le nostre menti sono divenute ricettacolo di congetture. Facciamo apparire stravagante la verità e i racconti falsi li trasformiamo in verità”. (E. Durschmied, Fake History, Piemme)

Viviamo oggi in un mondo che sta attraversando uno dei momenti più complicati dalla fine del secondo conflitto mondiale. Un mondo nel quale è sempre più difficile separare il grano dal loglio, la verità dalle bugie; nella cacofonia delle voci discordanti, diventa sempre più arduo orientarsi. Per quanto riguarda, per esempio, il problema dei problemi attuali: il riscaldamento globale, alcune voci autorevoli ci informano preoccupati, spiegando nel dettaglio che gli sconvolgimenti climatici causati dalle attività umane stanno portando il pianeta alla sesta estinzione di massa; altre, invece, lo negano, e accusano le prime di voler creare scompiglio per chissà quali reconditi motivi. E si potrebbe continuare ancora a lungo nel tentativo di orientarsi nella babele di voci contrastanti, il cui frastuono miete – vittima innocente – la verità.

Per restare nell’ambito del nostro paese, ormai da parecchio tempo alcune voci governative si esercitano nell’infiammare gli animi delle fasce più ricettive della popolazione, informandole che ormai siamo di fronte a una vera e propria invasione di migranti o, come alcuni la definiscono, una “sostituzione etnica”, con il risultato che ben presto diventeremo un “califfato islamico”, citando fatti e numeri che a un attento esame si dimostrano falsi o, nella migliore delle ipotesi, alquanto esagerati, ma che comunque esercitano un effetto destabilizzante, aumentando la sensazione di insicurezza e le tensioni sociali; si tratta di una tecnica chiamata negative campaigning che si basa sullo studio delle paure e sulla facilità di strumentalizzarle e alla quale fanno ormai ricorso pressoché tutti i politici del mondo e quelli di casa nostra in particolare.

La verità, in politica, è da sempre stata un optional, da gestire nella esclusiva funzione di orientare gli elettori in una determinata direzione, ai quali, inoltre, molto spesso gli accenti della verità risultano sgraditi rendendoli quindi inclini ad ascoltare chi gli propina le balle più grosse per evitare di sapere come stanno in realtà le cose. Ecco perché “verità” non può che andare di pari passo con “onestà”; le due sono un binomio inseparabile, ma al giorno d’oggi sono tristemente neglette. Esiste oggi un politico in grado di dire al popolo senza giri di parole ciò che Winston Churchill disse al parlamento britannico nel maggio 1940, in un discorso nel quale promise “sangue, sudore e lacrime”, mostrando così rispetto per i suoi concittadini ai quali volle far sapere con onestà ciò che era giusto che si aspettassero, anche se era doloroso? In Inghilterra Churchill prometteva la vittoria, al duro, durissimo prezzo che essa sarebbe costata, mentre, nello stesso tempo due altri governanti europei promettevano al loro popolo un Reich di mille anni il primo, e uno sterminato impero coloniale da depredare il secondo. Il Reich durò solo dodici dei mille anni promessi, e l’impero del secondo fu solo una breve meteora seguita da una scia di lutti e distruzioni. E mentre la veritiera promessa di lacrime, sudore e sangue condusse gli inglesi alla vittoria, le promesse degli altri due lasciarono solo le macerie di una tremenda sconfitta.

Si dice che la storia sia magistra vitae, ma purtroppo non sempre è così. Anche non volendo scivolare negli stereotipi, gli elettori di oggi, in generale, sono molto simili a quelli di un indimenticabile film di Totò, Gli Onorevoli, nel quale il candidato alle elezioni, Antonio La Trippa, in un empito di onestà rivela al popolo in piazza come stanno in realtà le cose, giocandosi così il seggio in Parlamento e guadagnandosi la riprovazione generale. Oggi, come in quel film, gli elettori premiano chi le spara più grosse, non chi dice loro la verità. Ricordiamo tutti la solenne promessa fatta nel 1994 da Berlusconi di ridurre l’aliquota Irpef al 33% – una flat tax ante litteram –, quando invece alla fine del suo “regno” lasciò agli italiani invece di “meno tasse per tutti” l’aliquota del 43%. E come è possibile dimenticare la mirabolante promessa delle “dentiere gratis” per gli anziani meno abbienti, fatta dallo stesso personaggio, e mai – ovviamente – mantenuta? Senza andare troppo indietro nel tempo, basta andare al marzo 2018, quando nel programma di “Salvini Premier” la promessa formale, nero su bianco, del candidato della Lega era di “portare ristoro tributario alla maggior parte dei contribuenti a partire dai ceti meno abbienti rispettando le esigenze di finanza pubblica previste dalla legge. L’aliquota più congeniale a tale scopo è stata individuata al 15% e si applicherà al reddito famigliare … L’aliquota al 15% … è la soluzione più efficace”. Ovviamente non è accaduto nulla del genere, tanto che sembrano appropriate le accorate parole di un lettore nel Venerdì di Repubblica del 10 maggio scorso, che definiva l’attuale vicepremier e ministro dell’Interno “un incapace perché da quando lui e i suoi alleati sono al governo tutti i parametri economici sono peggiorati e le prospettive sono ancora più nere”. E parlando di prospettive sempre più nere mi sentirei di aggiungere che sono più “nere”, è vero, ma non soltanto come fosca previsione economica, ma anche per l’indirizzo politico di destra estrema cui sembra avviarsi buona parte di questo esecutivo.

Che ruolo hanno in tutto questo la verità e l’onestà? Sono, evidentemente, le grandi assenti dalla scena politica; ma, e qui spezziamo una lancia a favore di chi governa e di chi vi aspira, e non solo adesso ma anche in passato, i quali non hanno poi tutti i torti nell’imbonimento degli elettori con le loro “bufale” a raffica, in quanto essi sanno cosa si aspetta il popolo e quindi glielo somministrano per non perdere il suo favore. A tal proposito viene in mente l’ironica affermazione di Brecht: “Se siete delusi dai risultati elettorali, vi suggerisco di sciogliere il popolo e di eleggerne un altro”. Molto tempo prima di Brecht era stato Montesquieu, gigante del pensiero politico del XVIII secolo, a scrivere che: “La peggiore corruzione è quella del popolo, che pertanto tende a tollerare i corruttori”. Questo accade perché, come scrive sempre l’illuminista d’oltralpe nel suo monumentale Lo spirito delle leggi: “La maggior parte delle antiche repubbliche aveva un difetto: il popolo, cioè, deteneva il diritto di prendervi delle risoluzioni attive, che comportano una certa esecuzione, cosa di cui è completamente incapace”.

L’«incapacità» del popolo non è un’offesa gratuita delle masse, ma una sconsolata constatazione. Questa “incapacità” è costantemente alimentata dai leader che “devono innanzitutto infantilizzare la gente attraverso l’infantilizzazione del linguaggio politico: una volta che si è infantilizzata la narrativa politica, diventa più facile mobilitare le masse, e da lì in avanti si può promettere loro qualunque cosa, e far credere qualunque cosa”. (Ece Temelkuran, Come sfasciare un paese in sette mosse). L’infantilizzazione, di cui parla la scrittrice turca, è evidente in maniera preoccupante anche nell’antiscienza che avanza e che contagia settori sempre più vasti della popolazione. Solo una mente “infantilizzata” può credere in una delle panzane più clamorose degli ultimi tempi, cioè che la terra sia piatta, i cui sostenitori aumentano esponenzialmente, se solo si pensa che i video sull’argomento nel 2015 erano 50 mila e oggi sono 41,3 milioni. Lo stesso si può dire delle persone – decine di milioni – che credono che l’uomo esista da solo 6000 anni, che le scie chimiche siano create da forze occulte per distruggere il genere umano e che l’uomo sulla luna sia solo frutto di un complotto della NASA.

Rimanendo su Montesquieu, nelle sue parole troviamo accenti che ci ricordano l’epistocrazia di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo e che ci richiamano alla necessità di una riflessione, e cioè che se si vuole conoscere la verità si dev’essere disposti a pagarne il prezzo e accettarne le conseguenze. Se i governanti greci, all’inizio di questo secolo, non avessero inanellato una serie di madornali bugie pur di entrare nella moneta unica, il popolo di quel paese si sarebbe risparmiato un lungo decennio di sofferenze, di miseria, di degrado sociale, ma è la domanda: avrebbero accettato quegli elettori che gli fosse detta la verità sui conti pubblici che facevano di quel paese la cenerentola d’Europa? Avrebbero votato il politico che invece di promettere benessere avrebbe dovuto promettergli austerità e sacrifici?

Alla fin della fiera, quindi, è a noi stessi che dobbiamo ricordare il saggio consiglio che fu impartito ai cristiani di Efeso venti secoli fa da un loro illustre conterraneo: “Perciò, rinunciando alla menzogna, dite ciascuno la verità al suo prossimo”, e fare perciò la scelta di cosa siamo disposti ad ascoltare; se, cioè, prestare fede agli “spacciatori legalizzati di bugie” (© Emma Bonino) o, piuttosto, riflettere attentamente sul contenuto dei loro proclami altisonanti; prendersi il tempo di verificarne la consistenza, e solo dopo decidere in chi riporre la nostra fiducia. Questo esercizio può risultare laborioso e anche difficoltoso, come ha chiaramente spiegato Fernando Aramburu dicendo che a molti “costa fatica esercitare la libertà, perché questo costringerebbe a studiare, a informarsi, a essere attenti a ciò che accade, a pensare, a prendere decisioni … Così si delega il proprio voto a chi sembra risolvere i problemi della vita”; ha ragione il grande scrittore spagnolo, questo esercizio forse non è per tutti, ma è quello al quale siamo obbligati se desideriamo vivere in una democrazia liberale che richiede a tutti i suoi attori, governanti e governati, l’impegno di seguire non le facili e illusorie chimere, ma l’impervio cammino della verità e dell’onestà. Perché soltanto perseguendole il risultato finale è la meta cui tutti dovremmo tendere: la libertà. Libertà dall’inganno, libertà dalle prevaricazioni, libertà dalle facili e attraenti illusioni. A ben riflettere, se vogliamo, c’è già stato qualcuno che in un tempo molto lontano lo aveva detto: “Conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi”. – Giovanni 8:32.

 
 
 
 
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