“Fatti non foste a viver come bruti …” di Sergio Pollina (Pubbl. 03/01/2019)

È una frase molto celebre, questa, che più di 700 anni fa Dante pose in bocca a Ulisse, nel momento in cui l’eroe, insieme ai suoi compagni, si accingeva a superare le colonne d’Ercole – lo stretto di Gibilterra – che a quel tempo rappresentavano i limiti del mondo conosciuto, in un certo senso i limiti della conoscenza. Il testo completo, la cosiddetta “orazion picciola”, recitava così: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Fiumi d’inchiostro sono stati versati a commento di queste parole del poeta; oggi vorremo tentare di rinverdirle applicandole al mondo in cui viviamo, che attraversa un periodo connotato da disorientamento e confusione. Parliamo della forma di governo politico che oggi caratterizza quasi tutti i paesi del mondo occidentale: la democrazia, letteralmente il “governo del popolo”. Sulla democrazia è diventata famosa la frase con la quale la definì Winston Churchill: “È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre fin qui sperimentate”. In poche parole, non c’è alternativa alla democrazia. Ma, ci si chiede: un governo scelto dal popolo mediante il voto, per il semplice fatto di essere stato scelto da masse di persone pressoché ignare dei meccanismi che presiedono al funzionamento degli stati e che vanno alle urne sospinti da una propaganda martellante, spesso fuorviante, guidate dalla speranza che quel governo soddisferà i loro bisogni, è apoditticamente un governo di competenti, di persone cioè in grado di applicare nella fatica quotidiana del governare “virtute e canoscenza”, come se il semplice plebiscito popolare ne facesse una sorta di “unti del Signore”, che all’improvviso si trovano in grado di padroneggiare la complicatissima macchina del funzionamento di uno Stato? Non secondo quanto scrissero i “padri fondatori” della democrazia americana nel diciottesimo secolo, a proposito della democrazia rappresentativa: “Lo scopo di ciascuna costituzione politica è, o dovrebbe essere, quello di assicurarsi come governanti degli uomini dotati di molta saggezza per ben discernere, e molta virtù per perseguire il comune bene della società; e, in secondo luogo, di prendere le precauzioni più efficaci affinché essi si mantengano onesti per tutto il periodo in cui durerà il loro mandato”. “Saggezza e virtù” sono quindi gli elementi essenziali, ai quali va aggiunta la conoscenza; perciò si pone la domanda: gente che dal nulla è stata proiettata a rivestire alti gradi di responsabilità di governo, gente che fino a ieri non era in possesso delle complesse nozioni di economia, di diritto, di politica estera, di organizzazione del lavoro e di mille altre competenze indispensabili per ben governare, in virtù di quale magico potere, una volta eletta agli alti scranni, diviene “peritus peritorum”? Il cittadino comune, oggi molto più che in passato, si sforza d’essere una persona informata; ciò vuol dire che, prima di scegliere un medico dal quale farsi curare, assume informazioni sulle sue capacità perché non vuol mettere la propria vita nelle mani di un incompetente. Il consumatore oggi è molto attento alle etichette e, prima di comprare un alimento, controlla la sua origine, la qualità dei suoi componenti, le zone di provenienza e così via. Nessuno chiamerebbe un idraulico per farsi aggiustare il televisore, né un elettricista per dare ripetizioni di latino a suo figlio. Eppure, in non pochi casi, questo è proprio ciò che gli elettori fanno quando sono chiamati a decidere su uno degli aspetti più importanti e dalle ricadute estremamente significative nella vita di ciascuno di noi: il governo del Paese. Così accade di trovare nelle “stanze dei bottoni” delle persone a digiuno dei fondamentali per un’equilibrata azione di governo; eppure, gli elettori che le votano sono gli stessi che pretendono qualificate competenze a un dentista, a un antennista, a un idraulico.

Ecco perché c’è chi vagheggia il sogno di una democrazia rappresentativa che ritorni alle origini, quando essa nacque come forma epistocratica, nella quale l’elettore doveva essere consapevole della scelta che si apprestava a fare, e quando il suffragio era limitato per censo, o per grado di istruzione, o per esperienza nell’esercizio di funzioni pubbliche; è certo un’utopia un ritorno all’epistocrazia, ma, come dice Jason Brennan in Contro la democrazia, essa può operare come correzione della democrazia, come un suo limite, non al posto di essa, salvo tornare al suffragio limitato per livello di istruzione. Chi ha un buon grado di istruzione sa che non basta la sola onestà a rendere un candidato qualificato a maneggiare, di punto in bianco, la scottante e complicata materia dell’economia di uno stato, o ad addentrarsi nei meandri dell’ancor più complicata politica interna o estera: nessun voto popolare può conferire conoscenza, virtù, saggezza ed esperienza a chi ne è sprovvisto.

 
 
 
 
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