Come smascherare i mentitori seriali di Elio Mottola (Pubbl. 02/09/2018)

Il declino culturale del nostro Paese è un dato di fatto. Ad esso è riconducibile il più recente degrado della vita politica e della stessa opinione pubblica, espresso dal populismo imperante. Da terra di emigranti ci siamo trasformati in terra di razzisti, dilapidando quel po’ di senso delle istituzioni nato nel secondo dopoguerra. L’approccio populista alla politica poggia, come ben sa chi ha gli strumenti critici per difendersi, sulla semplificazione sistematica dei problemi del Paese e sulla superficialità delle soluzioni che vengono prospettate, una volta indotta nella massa degli elettori un’immagine banalizzata della realtà. La retorica mediatica adottata da Renzi nel suo triennio di gloria (?!), scandita da annunci mirabolanti e da slogan trionfalistici, ha contribuito non poco alla funesta alleanza tra i due populismi, solo in apparenza opposti, che si sono rivelati più efficaci alle ultime elezioni. Che fare dunque per uscire dal tunnel in cui noi italiani ci siamo andati a ficcare? Anzitutto occorre immaginare una scuola ed un sistema mediatico totalmente rinnovati e riabilitati. Un tempo che, a mio avviso, non sarà inferiore ad un ventennio. Ma vent’anni sono tanti, mentre il pericolo di derive autoritarie e disastri economici è dietro l’angolo e già fa capolino. Cosa si può fare adesso, nell’attesa di un’irrinunciabile riforma della scuola, per recuperare, almeno in parte, quel senso critico perduto sotto i colpi tambureggianti della propaganda populista? Ben poco purtroppo. Ma il “poco”, che sarà pure nemico del “tutto”, è meglio del “niente”, almeno nel mondo dell’informazione televisiva. In primo luogo occorrerebbe promuovere una campagna di dissuasione dei telespettatori dall’assistere a tutti i talk show che consentono al pubblico in sala di applaudire. Dobbiamo spiegare noi a Giovanni Floris ed ai suoi illustri colleghi  che da oltre un paio di secoli vi sono le “claques” organizzate, e pagate, per applaudire a comando? No, Giovanni Floris, come tutti gli altri conduttori, lo sa bene. Così come conosce benissimo quali siano le tecniche per suscitare applausi spontanei: i tribuni della plebe esistono da almeno due millenni. La demagogia non si nutre solo di semplificazioni, enfatizzazioni ed esagerazioni: ormai la propaganda elettorale, che dura ininterrottamente da 25 anni, perché il sistema maggioritario esaspera la competizione, è infarcita, oltre che di insulti, anche di vere e proprie menzogne. Citiamo tra queste,  solo a titolo di esempio, il presunto dilagare di omicidi, furti e rapine, sbandierato dalla destra più becera, e a volte anche da quella cosiddetta moderata.  Un falso clamoroso! Tutte le statistiche ci parlano di un fenomeno in costante diminuzione. L’altro esempio di bufala è l’invasione di migranti, smentita da numerose ed autorevoli fonti ufficiali. Ora, sarebbe compito del conduttore, che è un po’ come l’arbitro di una partita di calcio, accorgersi di quando uno dei suoi ospiti dice una falsità, cioè commette un fallo. Non potendo espellerlo col cartellino rosso se il fallo è grave, o ammonirlo col cartellino giallo se non lo è, il conduttore dovrebbe almeno correggerlo e ripristinare la verità. Ma il conduttore obietterebbe che lui non fa l’arbitro e che, dovendo assicurare il contraddittorio in ossequio all’abominevole norma della par condicio, spetta all’avversario il compito di smentire il competitor bugiardo. Obiezione da respingere per due ragioni. La prima è che, se l’avversario del bugiardo tenterà di ristabilire la realtà delle cose, sarà immediatamente sommerso dalla dilagante protesta del bugiardo medesimo, propiziando quel clima di rissa che tanto piace sia ai conduttori che ai proprietari delle emittenti (perché fa “audience”) e che sarà placato solo se e quando il conduttore lo riterrà opportuno (o utile al successo della trasmissione e quindi suo personale). La seconda ragione per la quale l’obiezione del conduttore non potrebbe essere accolta è che, quando il contraddittorio non ci può essere, come nel caso di interviste individuali a personalità politiche, spetterebbe proprio al conduttore-intervistatore ristabilire una parvenza di verità. Ma la cosa avviene raramente e sono tante le possibilità concesse all’intervistato per divincolarsi dall’accusa di essere un mentitore (Bruno Vespa docet). Dobbiamo tuttavia riconoscere che il lavoro dell’arbitro non è affatto facile, specie quando i giocatori sono degli abili simulatori. E allora ci vuole il Var! Sì, occorre nei talk show un “supervisore di garanzia”, qualcuno che nel corso della trasmissione segnali al telespettatore indifeso l’esistenza di una falsa notizia. Oppure che, alla fine della trasmissione, elenchi le falsità, le corregga nel merito ed esprima un giudizio di valore, magari con un punteggio quantitativo, sulla veridicità delle affermazioni enunciate da ciascun partecipante, di modo che lo spettatore possa farsi un’idea di chi lo prende più in giro. Non sarebbe molto, ma già qualcosa e si può essere certi che molti politici, avuta nozione della presenza di questa sorta di “parere pro veritate”, rifiuterebbero di partecipare a talk show così strutturati. Sarebbe inoltre utile  che il conduttore segnalasse agli spettatori quali sono i politici che hanno rifiutato l’invito. È in questa auspicabile prospettiva che dobbiamo collocare la recente e meritoria presa di posizione della giornalista televisiva Gaia Tortora, figlia del non dimenticato Enzo, la quale, nel corso di una puntata del talk show mattutino de “La 7”, “Omnibus”, ha chiarito che gli esponenti della Lega e dei 5Stelle sono spesso assenti dalla sua trasmissione perché pretendono di partecipare alle loro condizioni e non a quelle stabilite dalla conduzione del programma. Sarebbe pure necessario che fossero resi pubblici i criteri con i quali vengono selezionati gli ospiti e fosse spiegato perché dobbiamo sorbirci la persecutoria presenza sugli schermi sempre delle stesse facce ed, ahimè, degli stessi triti e ritriti discorsi propagandistici. È lecito chiedersi se figure ormai inguardabili vengono scelte dai conduttori o proposte dai partiti di appartenenza o di riferimento? Sarebbe istruttivo saperlo. Ma nessuno verrà a dircelo; né appare sufficiente che queste istanze di chiarezza e di verità rimangano nella cerchia di chi legge queste pagine. La situazione è abbastanza drammatica, ma noi continueremo a parlarne.

 
 
 
 
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