Indigestione da profitto di Concetta Russo (Pubbl. 09/09/2019)

Il 19 agosto scorso la Business Roundtable, associazione con sede a Washington DC, alla quale aderiscono 180 amministratori delegati (CEO) delle principali imprese USA, ha diffuso un documento dove vengono elencate le proposte per un nuovo impegno sociale da parte delle aziende da loro guidate. È una dichiarazione d’intenti, un tentativo di derubricare l’estremismo che si annida in ogni ideologia, non già una proposta che sovverte le regole del libero mercato. Questi odierni capitani d’industria hanno deciso di allargare gli orizzonti e gli scopi aziendali, in definitiva propongono di non concentrarsi solo sulla massimizzazione del profitto ma anche su aspetti che creano valori stabilizzanti e a più lungo termine. Un documento che ha suscitato qualche alzata di spalle e di noncuranza per le banalità espresse, scetticismo, diffidenza e qualche timida e buffa bufera ideologica nei campi avversi di questa scienza economica definita, dal reazionario Thomas Carlyle, “lugubre”.

Non lasciamoci distrarre dalle partigianerie e cerchiamo di leggere il messaggio che non è assolutamente cifrato. Pare che questi CEO abbiano compreso le minacce che incombono sulla libera iniziativa e sulle sorti del capitalismo: il populismo non è più uno spettro che si aggira solo per l’Europa, si è allignato nella loro casa.

Se molti statunitensi ancora s’interrogano sbalorditi del risultato delle elezioni vinte da una figura così ingombrante come Trump, allora il messaggio dei CEO va letto in chiave politica: le imprese hanno bisogno di un ambiente dinamico senza confini e di regole del gioco definite. Questi elementi, se sono imbrigliati o offuscati da eccessive rigidità, diventano esiziali per gli operatori economici che, seppure allenati ad agire intenzionalmente in situazioni caotiche, a reagire agli imprevisti e al rischio, connaturati alle decisioni economiche, devono avere la sicurezza che le loro scelte impattino e ricadano sul tessuto sociale più ampio, qualsiasi sia il risultato (come la crisi del 2008 ha dimostrato). Nella premessa al documento dichiarano che sono e continueranno ad essere per il liberalismo economico e, consapevoli del fatto che l’economia non può prosperare come una fede, con una virata in puro stile pragmatico, offrono agli azionisti qualche idea per utilizzare i loro soldi al fine di assicurare la convivenza e la coesione sociale, lanciando al contempo una nota di distensione agli americani.

È il riconoscimento dei danni che il credo liberista anarco-capitalista può provocare e ha provocato: qualche margine di flessibilità e di ripensamento, che anche il rigore di una pianificazione o pattuizione richiede, come hanno mostrato i sistemi comunisti, bisogna sempre lasciarlo. Gli scenari possono cambiare e non tutto può andare per il verso “giusto”, le attese possono essere disattese: non si può tutto programmare e accentrare come non tutto può essere lasciato ad autoregolarsi, regole e dinamismo. È un vero dilemma.

Ora i CEO statunitensi si preoccupano dei loro clienti, dei loro lavoratori, della loro comunità e dell’ambiente circostante (dove e chi se alcune di esse sono multinazionali?). Sembra di assistere all’incontro di tanti staterelli dai confini indefiniti che, guardando al pericolo delle fiamme, che incombe sui loro castelli, hanno deciso di coordinare le loro azioni per realizzare fini più nobili: prendersi cura degli azionisti e dei portatori di interesse che gravitano intorno o producono per e nelle loro imprese. E degli altri e di altro chi deve occuparsene? Non è stato detto, ma sarebbe troppo pretendere una loro sensibilità che guardi agli esclusi, alla periferia e al periferico del sistema. C’è tanto spazio per una buona politica: piuttosto che agire come il lupo in Cappuccetto rosso, che calza la cuffietta della nonna e continua inosservato a mangiarsi Cappuccetto e tutte le sventurate e indifese pecorelle, bisogna salvare il lupo e le pecorelle senza aspettare il cacciatore di turno.

A furia di restringere sempre più lo spazio dell’azione politica, neutralizzandola o ritenendola una leva secondaria rispetto agli interessi degli agenti economici, seguendo in questo le indicazioni del maggiore esponente del liberalismo statunitense del XX secolo, Milton Friedman, la libertà economica - identificata tout court con le libertà civili - è diventata un’idea ossessiva sfociata nell’anarchismo capitalistico, che ha assicurato livelli alti di profitto ma ha provocato una cattiva digestione. Friedman ha talmente inteso poco importanti e acefale le libertà politiche, almeno per un certo periodo della sua carriera, che non si è fatto scrupolo di dare consigli al Cile di Pinochet o di aiutare la Cina a meglio definire la sua strada verso il capitalismo. Come avrà fatto a convincere le due dittature a non intervenire nella regolazione del mercato affinché le ingerenze politiche non ostacolassero il libero scambio tra i soggetti economici (il nucleo elaborativo della teoria liberista), è per noi una magistrale lezione per risolvere le dissonanze cognitive. Il credo ideologico del liberismo economico si fonda proprio sulla supremazia della libertà economica relegando il ruolo politico statuale a mero arbitro, queste solo sono le libertà che concede alla politica. Bisogna dare atto ai sottoscrittori del documento che hanno avuto un guizzo, certamente un brivido suscitato da altre fonti che non siano l’ossessione per il guadagno. Queste menti, allenate a prendere decisioni che riguardano una montagna di soldi, all’unisono cercano di uscire dal guazzabuglio nel quale si sono e ci hanno ficcato, richiamandosi con nostalgia alla tradizione filantropica che i vecchi magnati hanno sempre perseguito. Come tanti Baroni di Munchhausen tentano con disperata comicità di uscire dal pantano tirandosi su per i capelli. Forse ci conviene aiutarli a uscire da quelle sabbie mobili e invitarli a seguire le tante iniziative in atto, che stanno cercando di dare un senso e un valore diverso all’economia.

Essere umanisti non è un difetto di fabbrica e nemmeno espressione di mollezza di animo. Al contrario presuppone una forza tale da sostenere una sfera morale più ampia che includa nelle nostre relazioni anche individui estranei, lontani e in difficoltà, per arrivare via via a superare l’angusta astrazione di appartenenza a un popolo. Questo non può essere chiesto ai capitani d’industria e ai loro azionisti ma ai decisori politici e a tanti studiosi e intellettuali che possono orientare anche le scelte economiche qualche volta, spesso, in alcuni o tanti ambiti si vedrà. Non ricordo chi disse “sono vegetariano non per la mia salute ma per quella degli animali”. Ecco l’umanesimo è un orientamento per sostenere soluzioni che non creino sofferenza e disagi superflui, non è la ricerca del Santo Graal, perché la perfezione non è di questo mondo, come lo stesso Friedman ha più volte sostenuto, ma ne ha tratto una visione dove il mondo diventa un campo di battaglia per l’ascesi rigogliosa e superba del “predestinato”. Avviarsi verso politiche solidaristiche, cosa che potrebbe originare acredine da parte degli iper-realisti, riteniamo sia più lungimirante: favorire scambi economici equi e solidali può aiutare a contrastare le usuranti e usurate follie che sempre minacciano di tornare.

Commento di effepiro@

Brava Concetta Russo! E' giusto diffidare delle dichiarazioni umanitarie e soprattutto di quelle fatte dai potenti della terra. Ma è vero che questa dichiarazione è un segnale politico importante, non va né vista come panacea né demonizzata. E mi sembra che questo articolo eviti entrambi i corni.

Commento di pieruss@
I tuoi articoli sono sempre ben scritti e articolati non mi resta che dirti brava.

Commento di antoruss@

Articolo scritto con conoscenze approfondite, facilmente comprensibile anche per chi è lontano da colture economiche e politiche. Molto bene


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