Incomincia l’avventura … di Achille Aveta (Pubbl. 05/09/2019)

Il Paese ha un nuovo esecutivo: Partito democratico (PD) e Movimento 5 Stelle (M5S) hanno trovato un accordo su un nuovo Governo Conte, con il supporto di Liberi e Uguali (Leu), e il presidente Mattarella ne ha certificato la legittimità costituzionale. Quindi, nessuno può gridare allo scandalo e all’inciucio di palazzo: accuse dettate più dall’irrazionalità e da spinte emotive che dalla logica. Per usare le parole di Maurizio Landini, «L'Italia è una repubblica parlamentare, nella storia del nostro Paese il popolo non ha mai eletto direttamente il Governo. Noi abbiamo eletto dei parlamentari che all'interno dello stesso Parlamento hanno poi trovato le alleanze necessarie per fare i governi … Vorrei ricordare che il Governo appena caduto era formato da Lega e Cinque Stelle, due forze politiche che si erano presentate alternative tra di loro. Non a caso la Lega, rompendo con una parte dei partiti con cui aveva corso alle elezioni, Fdi e Forza Italia, aveva dato vita a un Governo che nessun cittadino ha mai votato. Anche in quel caso è stato il Parlamento a votarlo.»

Detto questo sulla legittimità del nuovo Governo, resta da chiedersi: cosa unisce due ex “nemici” (Pd e M5S), che finora non si sono mai veramente parlati, tantomeno rispettati? Pare sia la “forza delle cose”, come ha scritto Ezio Mauro, con riferimento, da una parte, all’emergenza economica (urgenza di approntare una manovra di bilancio che impedisca l’aumento dell’IVA per il 2020), e dall’altra al timore degli esiti di un voto anticipato e all’incertezza di non poter contare nella scelta del prossimo inquilino del Quirinale nel 2022. Così un partito di sinistra (Pd) e un movimento post-ideologico (M5S) si trovano al timone del Paese e, almeno in questa fase iniziale, rifuggono dall’affrontare le “cose che dividono”: il taglio dei 345 parlamentari, il cuneo fiscale, le “grandi opere”, il superamento dei due “decreti sicurezza” e la questione immigrazione, tanto per menzionarne alcune.

Come ha acutamente osservato Aldo Masullo, intervistato da “La Repubblica”, «Democrazia diretta e democrazia rappresentativa, populismo 5 Stelle, piattaforma Rousseau: qui sta forse la profonda incompatibilità tra un soggetto politico che crede fermamente nelle istituzioni e nella democrazia rappresentativa e un altro che, come ha dimostrato durante la fase di alleanza con la Lega, è andato a rimorchio del suo populismo». Allora, sarà sufficiente una convergenza sui temi del lavoro, dell’ambiente, della sanità e della sicurezza, insieme ad un comune sentire europeista, per ridare coesione ad una società in cui la cultura civile è andata deperendo anche a causa di una lunga campagna di istigazione all’odio? Oppure, invece di un esecutivo politico, assisteremo alla nascita di un governo tecnico orientato al perpetuarsi di una permanente campagna elettorale in cui i nuovi inquilini di Palazzo Chigi si daranno da fare per incrementare i consensi ai rispettivi schieramenti in vista delle prossime consultazioni? Se non si programma con l’obiettivo di portare al suo temine naturale la legislatura, ci sarà ben poco di buono da attendersi. Il nostro auspicio è che quest’impresa si concluda, al pari di quelle del famoso “signor Bonaventura”, nel miglior modo possibile nell’interesse di tutti gli italiani.

 
 
 
 


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