Il volto del voto periferico di Lorenzo Paolo Di Chiara (Pubbl. 10/06/2019)

A Roma la storia della guerra tra poveri si ripete in un loop che va avanti ormai da anni. Torniamo a Casal Bruciato, periferia est della Capitale sorta tra gli anni sessanta e settanta. Nel quartiere, dove in meno di tre chilometri quadrati abitano oltre ventimila persone, moltissime nei palazzoni popolari, strade sgarrupate come i marciapiedi, secchioni vuoti all’interno contornati di sacchetti nauseabondi. Un piccolo mercato rionale di frutta e verdura fa da ingresso al rione. Fuori, al confine invisibile, resta il palazzone a specchi lucidissimi della sede di Autostrade per l’Italia.

In questa zona di Roma, poche settimane prima del voto per le europee c’è stata la protesta di alcuni abitanti e degli immancabili rappresentanti di Casa Pound sull’assegnazione di un’abitazione a una famiglia di origine rom da parte del Comune che, con enorme fatica, sta tentando di attuare una direttiva europea che mira a evitare il problema dei campi rom e graduatorie che prendono in considerazione solo gli aventi diritto secondo modalità molto restrittive. Qui il Segretario del Partito Democratico ha riaperto una sede, dove al suo interno oggi non c’è nessuno, chiusa la porta, fuori solo un vecchio straccio caduto da qualche balcone soprastante. Oggi in questo quartiere non ci sono più presidi della Polizia, né gazebo di Casa Pound o di altre forze politiche; restano appesi ad alcuni balconi, in ricordo dei passanti, tra le mutande, le magliette, i pantaloni, resti di un bucato steso frettolosamente ai fili, il tricolore italiano, unica memoria di quella protesta contro quel nucleo di quattordici persone. Quelle persone, oggi barricate in casa, chiuse dentro per timore del vicinato. Le elezioni europee hanno visto anche in questo quadrante l’avanzata del partito della Lega e un buon risultato per Fratelli d’Italia. Gli pseudopartiti dei cosiddetti fascisti del terzo millennio, malgrado un dinamismo aggressivo tollerato dalle istituzioni, nonostante la sovraesposizione mediatica per le rivolte televisive, con protagonisti anche alcuni residenti di questo quartiere, hanno racimolato una manciata di voti con percentuali da prefisso telefonico, ormai relegati a fare i topolini per la montagna salviniana e la macchina tritasassi da consenso elettorale. Tra le persone comuni, nei bar chiassosi del quartiere, nell’officina disordinata e alla assolata fermata dell’autobus, si ode la frase che unisce i sentimenti degli abitanti e che conclude ogni discorso sulla salute di Casal Bruciato: “Non lo vedi come semo ridotti, stamo messi male quà, non c’è niente qui, solo negri e rom”. Qualche volta la manifestazione di bisogni assume anche toni duri, reazionari. Il voto è ormai da considerarlo estremamente volatile, facilmente modificabile anche in maniera drastica, rispetto alla “pancia” del momento. A tal punto è indicativo il discorso che un signore, esile, barba e capelli brizzolati, occhi scavati, di nome Ginomi, confessa con tono fermo e rassegnato:“so stato sessantottino io, ho occupato le fabbriche della Fiat, ora voto Movimento 5 stelle e se non ce riescono loro, non c’è più niente da fa’”.

A giudicare la situazione, dopo le ribellioni di Torre Maura e di Casal Bruciato, dai resoconti delle elezioni, dalle frasi degli abitanti del quartiere e dagli slogan scritti ed urlati, il sentimento centrale che pare animare la piazza e la pancia delle persone non è l’odio ma, forse più semplicemente e umanamente, un forte, fortissimo, disperato senso di ingiustizia. Chi fatica a sbarcare il lunario in un quartiere degradato non riesce a capire perché i migranti ed i rom non siano indirizzati in altri quartieri delle città. La vedono, forse, come un abuso di possibilità di riscatto. Probabilmente, però, non pochi italiani sono intimamente razzisti, e ne abbiamo testimonianze crude ogni giorno. Ma c’è anche un’altra spiegazione, che integra e non esclude la precedente. Gli italiani sovrastimano l’entità dell’immigrazione, e reagiscono con intolleranza, in parte perché non vi sono abituati. È anche una impreparazione culturale, un percepire una realtà differentemente da quella che la logica potrebbe descrivere. I partiti di sinistra, d’altronde, non hanno alcuna strategia reale da opporre a Salvini, con l’inevitabile colonizzazione ideologica dei ceti impoveriti da parte delle destre più retrive anche e forse per la più banale delle cause: non c’è alternativa. Torre Maura, Casal Bruciato, Casalotti, e prima ancora Pietralata, Trullo, Tiburtino III, Tor Sapienza, Corcolle e altri quartieri della vecchia e nuova periferia romana, da tempo, sono oggetto di una puntuale scenografia della rabbia degli abitanti dei quartieri contro immigrati e rom, bersaglio mobile e mai statico.

Il rancore che cova nelle periferie romane è frutto anche delle tante disillusioni e dell’abbandono in cui vengono lasciate a seguito dei massicci tagli al welfare state. La riduzione e la privatizzazione dei servizi hanno prodotto una crescente concorrenza tra i settori più poveri della popolazione presente su di un dato territorio, in questo caso quello romano e della sua vasta provincia. Questo perché, per accedere ai buoni del municipio erogati dal Comune, bisogna aspettare liste di attesa e graduatorie quasi sempre ferme, procedure tortuose e pochissimi fondi.

Tagli statali e regionali del welfare si sommano alle rigidità di bilancio del Comune e delle municipalità, corsetto ortopedico imposto, e sembrano condannare questa condizione ad un progressivo peggioramento. Senza un rilancio dei servizi e, in primo luogo, una significativa ripresa delle assunzioni in tutti i settori di pubblica utilità, ogni piano di risanamento degli hinterland è destinato ad alimentare nuove frustrazioni. Dai trasporti agli asili nido, dalla sanità ai consultori, dai servizi socio-assistenziali all’assistenza domiciliare, cultura, igiene e ambiente, scuola, corrispondono ad altrettanti diritti che vanno assicurati a tutti.

 
 
 
 


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