"Carta dei diritti”, mission impossible? 

di Gaetano Placido (Pubbl. 31/03/2016)

La costruzione di un nuovo Statuto dei lavoratori è al nastro di partenza. In tutte le piazze italiane, dal 9 aprile prossimo con termine 8 ottobre, partirà la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare denominata Carta dei diritti universali del lavoro. Per comprendere la portata di questa iniziativa promossa dalla CGIL occorre pensare ai profondi mutamenti socio economici avvenuti nel nostro Paese negli ultimi decenni. La Legge 300 (il vecchio Statuto dei Lavoratori, n.d.r.) rappresentò nel 1970 uno dei traguardi più avanzati della nostra legislazione nel campo dei diritti e delle tutele dei lavoratori. L’epoca in cui la disoccupazione trovava un progressivo assorbimento attraverso la stipula di contratti a tempo indeterminato, sia nel settore pubblico che in quello privato. In presenza di un potere della rappresentanza sociale vigoroso e di una contrattazione collettiva riconosciuta e consolidata. Di qui le grandi conquiste sulla disciplina delle malattie, sulla tutela della maternità e della paternità, sul diritto alle ferie; senza trascurare la L. 104 per i disabili e l’introduzione dell’art. 18 che prevedeva il reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa. Successivamente, anni ’80 e ’90, abbiamo assistito ad un profondo mutamento della geografia lavorativa in Italia, ma anche in tutto l’occidente, attraversato dallo tsunami liberista, con l’introduzione di tipologie lavorative sempre più “flessibili” e di una accentuata precarietà occupazionale ed esistenziale. Milioni di giovani utilizzati in un mercato del lavoro nel quale parole come regole, diritti, tutele perdevano progressivamente di significato. Decine di tipologie, oltre 40, (co.co.co, co.co.pro, vauchers, lavoro a chiamata, pseudo partite IVA, ecc.) scompaginavano le “sicurezze” dei padri, generando nei figli l’impossibilità di realizzare sogni e progetti. “Una incertezza diffusa che ha finito per modellare l’identità delle nuove generazioni” (Stefano Laffi, ricercatore sociale). Saliva alla ribalta una generazione più simile ai loro nonni e bisnonni che avevano lasciato a milioni un Paese senza più prospettive. E’ da questo dato epocale che bisogna partire per comprendere il valore di una iniziativa che ha l’obiettivo di riunificare il mondo del lavoro oggi profondamente diviso da norme che separano il pubblico dal privato, gli autonomi dai subordinati, superando tutte le più intollerabili diseguaglianze. Un disegno di legge diviso in tre parti e 97 articoli contenenti principi universali, norme che restituiscono efficacia alla contrattazione e la riscrittura dei contratti di lavoro finalizzati alla ricostruzione di diritti, democrazia e dignità del lavoro. Parole divenute ormai residuali, purtroppo, anche in un’ampia parte della coscienza collettiva del Paese. A sostegno dell’iniziativa partirà anche la raccolta di firme, scadenza 8 luglio, per alcuni quesiti referendari che si propongono di modificare il Jobs Act e altre leggi sul lavoro su tre punti: disciplina dei voucher, norme sugli appalti e, soprattutto ripristino delle norme sui licenziamenti illegittimi (art. 18), a partire dalle aziende con più di 5 dipendenti. In sostanza, si tratta di smantellare nelle parti più inique quel Job Act che, sbandierato dal governo Renzi come panacea di tutti i mali, lungi dal normalizzare i rapporti di lavoro precari, ha di fatto precarizzato anche quelli a tempo indeterminato. “Una sfida molto complicata”, rimarcano i promotori della Carta, “così come sappiamo che occorrerà uno sforzo organizzativo senza precedenti per rompere il muro di gomma che tenteranno di costruire attorno. Ma sappiamo anche che è giunto il momento di imporre il tema delle diseguaglianze al centro dell’agenda politica del Paese, chiedendo al Parlamento di farsi carico della tutela degli interessi individuali e collettivi dei cittadini e dei lavoratori e non solo delle imprese datoriali”. Mission impossible? La parola alla gente.