Lo Spread fa sul serio  di Elio Mottola (Pubbl. 29/08/2018)

Ci sono in Italia delle anime belle che considerano lo spread un indice astratto, uno spauracchio nelle mani dell’establishment per imporre politiche restrittive ai Paesi in difficoltà e che quindi non corrisponde a nulla di concreto. Questa favola, che alcuni politici vanno, in mala fede, diffondendo (Salvini, tanto per cambiare, mostra per l’aumento dello spread, in atto da quando si è insediato il nuovo governo, il massimo disinteresse, quando non il vero e proprio disprezzo connaturato alla sua debordante autostima) va sfatata al più presto. Lo spread è l’indice che rappresenta il differenziale esistente tra la solvibilità dei Paesi della zona euro e quella della Germania, presa a riferimento perché considerata ottimale. Questo differenziale non viene stabilito da alcun organismo europeo o internazionale, ma misura semplicemente le oscillazioni che si manifestano quotidianamente sui mercati finanziari. Così come le quotazioni di borsa, lo spread che riguarda il nostro Paese esprime la disponibilità dei risparmiatori ad investire il loro denaro nell’acquisto di titoli del debito pubblico italiano: se la disponibilità è alta, perché i risparmiatori si sentono sicuri che alla scadenza i titoli da loro acquistati saranno rimborsati, lo spread si manterrà basso, mentre sarà alto se questa prospettiva appare incerta. L’indice è effettivamente astratto quando lo Stato italiano non ha bisogno di vendere titoli, i Btp (Buoni del Tesoro poliennali). Fatto sta che nel corso dell’esercizio finanziario lo Stato italiano deve ripetutamente vendere Btp per far fronte alle concrete esigenze di cassa, legate al pagamento degli stipendi ai pubblici dipendenti, delle pensioni ai collocati a riposo, al finanziamento degli enti locali (Regioni, Comuni) ed a quant’altro è stato deliberato di spendere nel Bilancio di previsione. E ciò perché lo Stato non dispone all’inizio dell’anno di tutto il denaro contante di cui avrà bisogno (alcune centinaia di miliardi di euro), solo una parte dei quali entrerà in cassa attraverso il pagamento delle imposte e delle tasse da parte dei cittadini (quelli che lo fanno): la differenza sarà coperta con l’emissione di Btp che andranno ad ingrossare di anno in anno quel debito pubblico che Ciampi riuscì temporaneamente a ridurre, ma che oggi rappresenta una palla al piede del nostro Paese e delle future generazioni. All’atto della vendita dei Btp lo spread dunque si traduce in un maggiore o minore costo che lo Stato italiano paga anticipatamente agli acquirenti per piazzare i suoi titoli. E quindi, ad esempio, un Btp rimborsabile tra dieci anni, sarà venduto per un importo tanto più basso del suo valore nominale, quanto più alto sarà lo spread al momento della vendita. Insomma, se si vende quando lo spread è alto (e la cosa non è dilazionabile, pena la sospensione del pagamento di stipendi e pensioni) si verifica concretamente una minore entrata per lo Stato. Tale essendo il meccanismo, il raddoppio dello spread che si è verificato con l’avvento del nuovo governo rispetto a quello presieduto da Gentiloni ha già comportato un aumento della previsione di spesa per maggiori interessi di 2 miliardi per l’anno in corso e di 4 per il 2019. E l’Europa non c’entra niente.

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