Alla ricerca del… ceto medio perduto! di Giuseppe Capuano (Pubbl. 20/12/2016)

Dopo il frastuono della campagna referendaria, l’attenzione dei media e dei leader politici pare essersi attenuata. Si ricomincia a urlare, per convenienza elettorale, sulle ultime le vicende giudiziarie e politiche che hanno coinvolto la giunta grillina di Roma o quella di centro sinistra di Milano. Ennesimo spettacolo di inadeguatezza delle classi dirigenti. “Occorrerebbe occuparsi d’altro”, come ha osservato Giuseppe De Rita, “ampliando i nostri orizzonti temporali”. Nell’ultimo mese sono stati presentati due rapporti sulla situazione economica del Sud Italia: quello della Svimez (Sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno) e quello del Censis (Centro Studi Investimenti Sociali). Ambedue considerano lo studio e la conoscenza della realtà economica e sociale del Paese attività indispensabili per la messa a punto di politiche coerenti ed efficaci, offrendo gli strumenti a chi deve prendere decisioni per far presa sulla realtà. Entrambi si ispirano all’articolo 3 della Costituzione: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale…”. La frase chiave del 50° rapporto Censis è: “Mai prima d’ora”.  Perché mai prima d’ora, si erano avuti: una netta diminuzione della popolazione, un così basso numero di nuovi nati, un così alto valore dei depositi bancari non vincolati, tassi di interesse minimi, basso livello di investimenti. Mai prima d’ora si era avuto un rovesciamento così netto nella condizione dei giovani, con famiglie composte da persone con meno di 35anni che hanno un reddito inferiore del 15,1% e una ricchezza del 41,1% in meno rispetto alle famiglie più anziane. Venticinque anni fa i redditi dei giovani erano superiori del 5,9% alla media della popolazione e la ricchezza era minore del 18,5% alla media. Oggi hanno un reddito del 26,5% più basso di quello che avevano i genitori alla loro stessa età. Dall’altro gli over 65 anni hanno aumentato il reddito del 24,3%. Nel rapporto Censis si chiarisce subito che un alto livello di risparmio, calcolato essere pari al Pil dell’intera Ungheria, (una vera e propria bolla di liquidità,) è il frutto di una riduzione delle spese ordinarie e straordinarie. Si risparmia su alimentazione, manutenzione della casa e su spese essenziali. C’è chi può permettersi di tenere contante in casa per affrontare le emergenze, mentre ben 11 milioni di italiani nel 2016 hanno dovuto rinunciare o rinviare alcune prestazioni sanitarie, soprattutto odontoiatriche, specialistiche e diagnostiche. Eppure l’Italia continua ad essere uno dei paesi che esporta di più. È leader mondiale in molti settori produttivi e commerciali (il settore del “lusso”, la filiera enogastronomica, la meccanica di precisione). In crescita anche il turismo: tra il 2008 e il 2015 gli arrivi di turisti stranieri sono aumentati del 31,2%, sono cresciute del 18,8% i giorni di permanenza. Il tutto a vantaggio degli alberghi di lusso (+50,3% di arrivi dal 2008 negli hotel a cinque stelle) e degli esercizi extralberghieri (+ 32,5%), in particolare alloggi in affitto (+58,6%), bed and breakfast (+31,8%), agriturismo (+48,1%). Un’Italia dunque che non fa grandi investimenti innovativi ma che, come dice De Rita, “rumina, mantiene le posizioni, vive di rendita, utilizza le proprie risorse senza un progetto futuro”. Un paese che mantiene le posizioni ma si lacera al suo interno, con una polarizzazione sul piano sociale ed economico. I dati sulla crescita occupazionale, che non si trasformano in una crescita del PIL, sono solo apparentemente contraddittori. L’Italia si sta impoverendo perché incapace di valorizzare la risorsa principale: il lavoro. Quello che aumenta infatti è un lavoro professionalmente povero, con una crescita spropositata dell’utilizzo dei voucher, di contratti a termine di breve e brevissimo periodo. Diminuisce ulteriormente l’occupazione, nonostante le illusorie promesse del Job Act.   Pochi gli occupati ai livelli professionalmente qualificati e svuotamento della fascia intermedia impiegatizia. La percezione di questi fenomeni tra le persone è forte, molto più di quanto non lo sia tra la classe politica ed istituzionale. Gli italiani, ricchi e poveri, con le dovute diverse conseguenze sulle condizioni reali di vita, hanno la stessa preoccupazione, pensano che sarà impossibile tornare alle condizioni pre-crisi. Perciò risparmiano sui consumi e non investono. Eppure la crescita delle esportazioni del settore agroalimentare, l’aumento del flusso turistico internazionale mostrano, nel rapporto della Svimez, un Mezzogiorno dinamico pronto a cogliere nuove opportunità. L’economia meridionale è infatti cresciuta in percentuale più di quella del centro-nord. La Svimez spiega che ciò è dovuto certamente ad un’annata agricola favorevole, quella del 2015, ed alla maggiore attrattività turistica che ha saputo assorbire le richieste di risulta derivanti dallo stato di guerra in cui sono precipitati gli atri paesi rivieraschi del Mediterraneo. Svimez si sofferma sul fatto che il concentrarsi in un breve periodo di investimenti pubblici, dovuti alla necessità di non perdere i contributi europei, ha avuto nel Mezzogiorno un effetto importante. L’economia meridionale mostra, anche in questo caso, di saper rispondere efficacemente alle stimolazioni esterne. De Rita (Censis) sottolinea come oggi lo Stato italiano sia in dissolvimento, che gli italiani non hanno più fiducia nelle intermediazioni e considerano politici e banche inaffidabili. Si salvano, di poco, da questo giudizio negativo, le Organizzazioni Sindacali e, un po’ di più, i Comuni. In controtendenza, nella fiducia degli italiani, la Chiesa, le Associazioni di volontariato. Il popolo di inventori, naviganti e poeti, è oggi rinchiuso nelle sue insicurezze e diffidenze. Preferisce tenere i soldi sotto il materasso, continua ad essere generoso (le donazioni anche minime con gli sms aumentano considerevolmente) e ricomincia (chi può) ad acquistare immobili, a ristrutturarli per fittarli ai turisti. Emerge un’economia sommersa frutto non più di lavoro e di aziende ma di flussi finanziari, di banconote da far subito scomparire. Perché il sociale diventa problematico e quindi si trasforma in questione sociale? Richiamiamo qui quello che alcuni studiosi definivano mancanza di immaginazione sociologica da imputare, in questa fase storica, al solo ceto politico le cui risposte continuano ad essere piatte e mediocri. L’orizzonte della Politica offusca l’orizzonte delle persone che compongono il corpo sociale. C’è oggi in Italia, tra quelli che hanno deciso di far politica per mestiere, qualcuno che abbia orecchio a questo stato di cose senza tramutarle in opportunistiche valutazioni elettoralistiche? Affrontare la questione sociale, la povertà e l’indigenza, la degenerazione dell’etica pubblica e privata, nella retorica ottocentesca era considerato un dovere da parte delle élite politiche ed economiche, consapevoli che ciò fosse necessario allo sviluppo industriale e capitalistico. Oggi la questione sociale ritorna ad essere questione centrale, pur con connotazioni totalmente diverse. Sarebbe un grave errore rapportarsi al disagio sociale con operazioni esclusivamente assistenziali. La crisi italiana è legata alla interruzione delle dinamiche di cambiamento di status. Senza dinamiche salta il concetto stesso di ceto medio che, per definizione, è costituito da chi si è mosso o vuole continuare a salire la scala sociale. Se il cambiamento dei propri consumi (spendere di più in istruzione e conoscenza, in abbigliamento decoroso, in viaggi, in visite ai musei) non ha come risultanza la possibilità di migliorare la propria condizione sociale e culturale, la società, come dice il Censis, si blocca. Le persone che silenziosamente e faticosamente stanno resistendo alla crisi hanno smesso di chiedere, si stanno rassegnando alla mortificazione ed all’inutilità di ogni impegno meritocratico.

Commento di Aldo Noviello

L'architettura del ceto medio era fondata sul risparmio, era questo che dava linfa ai consumi e agli investimenti. L'Italia deve ritrovare la sua sovranità e ristabilire quel circolo virtuoso tra stato e cittadini fondato sui titoli di stato fonte del risparmio. Con un risparmio nullo non si può avere ceto medio nè classi trainanti per un paese, le politiche globali-europee hanno favorito solo il grande capitale, soppiantando le medie e piccole imprese, asse trainante dell'economia reale del Paese. E' necessario che oggi ci si riappropri del risparmio e dell'economia reale perduta, via l'euro e l'associazione canaglia eurogermanica.

Commento di d. calicchio

Doloroso, ma assolutamente veritiero. Segnali di rottura forse arrivano da nuove organizzazioni politiche, c'è da seguirle e dargli credito. C'è da riflettere su quanto scrive Michele Serra al proposito: Il capitalismo non è più un’occasione per tutti, come prometteva di essere e in qualche fase storica è quasi riuscito a essere. Sta diventando un gioco per pochissimi. Quando gli esclusi diventeranno troppi, il tavolo sarà rovesciato.