L’economia e i suoi miti di Achille Aveta (Pubbl. 14/06/2017)

È nozione comune a tutti gli studenti liceali, nel cui piano di studi sia incluso un corso di Economia, che al centro della scienza economica vi è l’analisi del comportamento dell’individuo in una sfera limitata di rapporti: quelli economici; i risultati di questa analisi vengono raccolti ed espressi in teorie, che esprimono le relazioni tra i fenomeni economici. Per dirla in breve, mentre l’economia politica descrive il funzionamento del sistema economico in assenza di intervento pubblico, la politica economica fissa degli obiettivi (per esempio, la piena occupazione) e individua i mezzi (cioè gli interventi dello Stato nell’economia) per raggiungere gli obiettivi stabiliti. Tuttavia, talvolta si corre il rischio di trasformare delle teorie (la cui validità va verificata nella realtà) in “miti”, cioè luoghi comuni spacciati per verità, accettati per il semplice fatto che vengono continuamente ripetuti. Consideriamo, ad esempio, la teoria della “austerità espansiva”, che tanto credito riscuote a Bruxelles. Questa teoria si fonda sul presupposto che la crisi finanziaria degli anni 2007 e 2008, seguita dalla recessione internazionale, avrebbe travolto l’Europa a causa dell’abitudine a dilapidare, propria degli Stati meridionali dell’Unione Europea, che avrebbe gonfiato i debiti pubblici; partendo da quest’assunto i sostenitori dell’ “austerità espansiva” propongono la seguente ricetta: la riduzione delle spese pubbliche nazionali convincerà i mercati che quei Paesi saranno capaci di ripagare il loro debito; i tassi scenderanno, le famiglie ricominceranno a spendere e le imprese a investire. Ma cosa c’è che non va in questa teoria? Secondo alcuni economisti, il presupposto sul quale si basa la teoria dell’“austerità espansiva” non è corretto; infatti, a peggiorare i conti statali furono principalmente i salvataggi bancari divenuti necessari quando esplose la cosiddetta bolla dei prestiti immobiliari, del credito facile e dei derivati. Dunque, alla basa della crisi del 2007-2008 non ci fu il debito pubblico, ma quello privato, ingigantito dalla sfrenata deregolamentazione creditizia. Orbene, restando nel nostro ambito nazionale, l’adozione di tale teoria sta alla base di una strategia economica, comune a diversi Governi, basata su misure di consolidamento delle finanze pubbliche a scapito di una politica espansiva, per cui si agisce con una politica di tagli al finanziamento pubblico, come nel caso del Servizio Sanitario Nazionale; eppure, i dati rispetto ai livelli pre-crisi sono preoccupanti: si sono persi 1 milione e 600 mila posti di lavoro, sono più che raddoppiate le persone in povertà assoluta, per la prima volta dal secondo dopoguerra è diminuita la speranza di vita alla nascita e il numero degli emigrati ha superato quello degli immigrati, inoltre si amplia il divario tra Mezzogiorno e resto del Paese. Il tema della competitività e delle “riforme strutturali” sembra essere circoscritto al costo del lavoro e alla sua flessibilità. In base alla “austerità espansiva”, l'unica modalità concepibile dai Governi per uscire dalla crisi dovrebbe essere quella di abbassare salari, occupazione e diritti del lavoro. Non ci resta che sperare che, al più presto, chi ci governa si convinca che, per creare valore aggiunto, occorre aumentare la quantità e la qualità del lavoro come della produzione. 

Commento di Tina Russo

Che altro aggiungere a questa breve e lucida analisi di Achille. Chissà se l’opzione destra o sinistra in politica non passi proprio attraverso la capacità di interpretare la realtà e formulare proposte che non stridono ma aderiscono ai fatti per poi invertirne e ostacolarne il corso, in questo caso le scelte economiche che hanno stravolto e quasi vanificato il welfare, lì dove si era realizzato. Essere favorevole a politiche che si qualificano di “sinistra” è doveroso , la natura e la profondità della crisi e i rischi di deriva antidemocratica ad essa connessi ci impone di essere più realisti del re ed essere consapevoli che i cardini delle scelte economiche devono ancorarsi alla natura umana che è egoista e altruista. Insomma una distribuzione più equa delle perdite e dei guadagni è razionale ed economicamente più efficace ed efficiente? E’ sufficiente per una giusta allocazione delle risorse? Un tessuto economico con regole competitive trasparenti basta a salvaguardare il sistema produttivo (impresa e lavoro) a discapito delle rendite di posizione? Ogni risposta non può essere che parziale perché i gangli sui quali si fonda l’agire economico possono essere sia competitivi che cooperativi. E’ su questo terreno che si misura l’arte del politico, la sua capacità di discernere quando far leva su uno dei punti nevralgici, e non gli ammiccamenti e gli accordi opportunisti che riesce a conseguire. L’impostura dei governi che si sono succeduti e delle politiche europee da essi adottate, risiede tutta qui: negare l’evidenza delle cause della crisi, la catena delle responsabilità, puntare solo su un lato della natura umana, l’egoismo. Che ci sia stato un uso smodato delle risorse pubbliche anche questo è un’ evidenza, ma non è detto che la scelleratezza delle scelte di ieri non sia intimamente legata alla perfidia dei potenti di oggi.