Il precario: lavoratore invisibile di Flora Cauzio (Pubbl. 14/03/2017)

Analizzando il profilo sociale dei soggetti coinvolti in percorsi lavorativi precari emerge come questi non dispongano di un’identità fondata sul lavoro. Quest’aspetto, da un punto di vista sociologico risulta interessante se si considera che il lavoro, e in particolar modo la divisione del lavoro sociale, è stato analizzato, pur con differenti prospettive, dai diversi sociologi classici (da Marx a Durkheim). Costoro, nelle loro tesi, hanno considerato questo fenomeno alla base dell’ organizzazione sociale e come elemento fondamentale per la costruzione di un’identità moderna. Il punto è che tutto questo viene a mancare nel momento in cui ci riferiamo ai lavoratori precari in quanto, nella maggior parte dei casi, questi si ritrovano a svolgere lavori insicuri che difficilmente li condurranno a costruire un’identità o una carriera desiderabili. Questo significa che non si sentono parte di una comunità solidale e ciò alimenta il loro senso di frustrazione e di alienazione, allontanandoli dalle fila del movimento sindacale. Altro elemento del precariato sul quale riflettere è quello che riguarda una generazione che non riesce ad affermarsi come “classe sociale”, almeno secondo le teorie di Marx. Per il filosofo tedesco in ogni stadio storico le classi rappresentano gli attori principali: combattono lotte economiche e politiche, stringono alleanze, determinano mutamenti sociali. Sembrerebbe che quest’idea vada in frantumi quando si guarda al precariato odierno: per questi lavoratori, infatti, sebbene il protrarsi (certo non voluto) di forme di lavoro flessibili costituisca un elemento di forte preoccupazione e di crescente vulnerabilità, emerge al contempo un’esasperata individualizzazione dell’esperienza vissuta che indebolisce la capacità di connotarsi come classe sociale. Resta pertanto aperta la questione di una costruzione di un’identità collettiva. Questione dirimente per il Sindacato impegnato a compiere un’azione “culturale” in grado di aiutare i precari ad uscire dallo stato di isolamento, di incertezza cronica che li affligge, per indurli ad agire collettivamente. La Cgil, nel prendere atto di talune passate sottovalutazioni del fenomeno, si sta impegnando in questa direzione. Di qui la proposta di legge di iniziativa popolare: “la Carta dei diritti universali del lavoro. Nuovo Statuto delle lavoratrici e dei lavoratori”. Una proposta certo ambiziosa, ma che ha l’obiettivo di uniformare il mercato del lavoro oggi profondamente frammentato. Un mercato che negli ultimi vent’anni si è de-regolamentato e che va reso nuovamente inclusivo attraverso lo strumento, per l’appunto, della “contrattazione inclusiva”. Di qui la scelta di dividere il Nuovo Statuto in tre parti: la prima dedicata ai diritti universali che proprio perché tali devono essere garantiti a tutti, oltre ogni appartenenza ( lavoratore autonomo, partita iva,in somministrazione, ecc.). La seconda parte si occupa dell’attuazione degli articoli 39 e 46 della Costituzione che riguardano rispettivamente il diritto sindacale e la possibilità per i lavoratori di collaborare (secondo i limiti previsti dalla legge) alla gestione dell’impresa. Punto nevralgico: favorire la “partecipazione” dei lavoratori risulta essere un accorgimento fondamentale per renderli soggetti attivi e consapevoli. Nel titolo III la “Carta” si occupa della riforma delle tipologie contrattuali con l’obiettivo nontantodi contrastare la flessibilità, quanto piuttosto di evitare il suo utilizzo improprio da parte delle aziende. Per questo motivo si riscrivono le regole del contratto part- time, del contratto di apprendistato, del contratto di somministrazione. Ne consegue anche la ridefinizione delle regole del lavoro occasionale, mediante buoni lavoro, che ha provocato un aumento smisurato della precarietà. Strategica anche la scelta di presentare alcuni quesiti referendari, i due ammessi dalla Corte Costituzionale(Voucher ed Appalti), sui quali i cittadini saranno chiamati ad esprimersi nella prossima primavera. Una bella sfida che si auspica possa essere raccolta, impegnando la “generation precarie” ad agire collettivamente.

Commento di Giulio Petrone

Interessante e profondo analizza in modo preciso la problematica del lavoro precario, e le conseguenze psicologiche e sociali del lavoratore.Complimenti per l'articolo.