L’Urlo dei numeri. di Giuseppe Capuano (Pubbl. 13/09/2017)

Dopo la pausa estiva, uno sguardo alla rilevazione mensile dell’ISTAT, l’istituto nazionale di statistica che mensilmente pubblica i dati sull’andamento dell’economia italiana confrontandoli con quelli degli altri paesi europei e non, ci riporta alla realtà della situazione italiana.

Ma se l’ISTAT non è andato in vacanza, i commentatori economici e politici sono ancora pigri e non è stato possibile leggere o ascoltare finora un’analisi critica di questa che, seppur parziale e intermedia, è una  rilevazione che  fornisce importanti indicatori. È essenziale ricordare che i numeri, da soli, poco ci dicono. Il puro dato quantitativo, se non interpretato con ulteriori strumenti d’analisi, non svela quali sono le reali condizioni di vita delle persone e nulla ci dice sullo stato della società. Veniamo ai dati forniti dal rapporto mensile dell’ISTAT.

A luglio il numero degli occupati ha continuato a crescere, raggiungendo il livello di 23.063 migliaia di unità (+0,3% rispetto a giugno, 59 mila individui in più. Tale aumento è stato determinato esclusivamente dalla componente maschile (+0,6%, 86 mila unità in più) mentre l’occupazione femminile si è ridotta dello 0,3% (-28 mila unità). Sempre a luglio la crescita dei lavoratori dipendenti (+0,2%, +42 mila unità) ha interessato sia i lavoratori permanenti (+0,2%, +23 mila unità) sia quelli a termine (+0,7%, +19 mila unità). Anche gli indipendenti sono tornati a crescere (+0,3%, +17 mila unità). Il tasso di occupazione è salito al 58% (+0,1%) con un aumento per tutte le classi di età ad esclusione di quella 35-49 anni per cui rimane stabile. Il tasso di disoccupazione è salito all’11,3% (+0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente), condizionato dalla riduzione degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,9%, -115 mila).  L’aumento delle persone in cerca di lavoro ha interessato tutte le classi di età e in misura maggiore la componente maschile. Dopo tre mesi di rallentamento, in agosto l’inflazione ha segnato una lieve risalita: in base alla stima preliminare l’indice dei prezzi al consumo (NIC) ha registrato un aumento su base annua dell’1,2%, un decimo di punto percentuale in più rispetto a luglio. La ripresa ha risentito essenzialmente dei rincari dei beni energetici (+4,5% dal +3,5% di luglio) e del suo impatto sui servizi di trasporto. Nulla si dice sulle dinamiche salariali. La crescita modesta dell’inflazione (che gli economisti considerano come indice positivo dell’economia perché misura l’aumento della domanda di beni), in una situazione dove i redditi nominali da lavoro, i soldi in busta paga, sono fermi da tempo, anzi, grazie al job act di Renzi sono diminuiti, significa che il reddito reale delle persone è diminuito.  L’occupazione torna ai livelli pre-crisi ma la quota di lavoro a termine sul totale è molto alta (il 42%). Il dato risulta quindi effimero, legato alla stagionalità e comunque i lavoratori percepiscono sempre meno salario. L’occupazione che cresce è solo quella maschile e al tempo stesso cresce il numero delle persone che cercano lavoro. Un altro dato, da una fonte diversa è stato pubblicato in questi giorni: dopo anni il numero degli incidenti e delle morti sul lavoro aumenta.  Il non detto, anche perché statisticamente non facile da rilevare, è che al lavoro precario, ai contratti a termine, si associa da parte dei datori di lavoro la richiesta di prestazioni lavorative ben più lunghe di quelle dichiarate e retribuite.

Se colleghiamo il tutto è chiaro che le famiglie italiane, i lavoratori vivono ancora, e in troppi casi,  una condizione insopportabile. Cosa si festeggia allora? Di cosa il segretario del PD, Matteo Renzi, è orgoglioso? Quale grande svolta sta vivendo l’economia e la società italiana?