STOP TTIP, dalla "massa" alla "moltitudine" di Giuseppe Capuano (Pubbl. 11/05/2016)

Intervista a  Francesco Piro

Il mondo è oggi dominato dalla laicità del commercio e del consumo. Una laicità interpretata dai “poteri forti” dell’economia con spregiudicatezza. Chi domina i mercati mondiali accetta come unica regola quella del profitto, rifiutando ogni limite etico. Indifferente alle conseguenze che la produzione e la commercializzazione di alcuni prodotti possono avere nel tempo sulla vita delle persone e sul futuro del pianeta. Contro questo modus operandi dell’economia globale si sta sempre più diffondendo nei consumatori una attenzione diversa, prima di tutto alla propria salute e al proprio benessere, ma anche verso le conseguenze sociali e ambientali. Sono queste le ragioni che hanno portato in piazza a Roma, il 7 maggio scorso, alcune migliaia di persone a manifestare contro le clausole del trattato denominato Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP) tra Unione Europea e USA. La questione è complessa e la sintetizziamo in altro articolo di www.zonagrigia.it, rinviando anche ai diversi siti web delle organizzazioni che hanno avviato la campagna STOP TTIP. La svolta c’è stata quando “Greenpeace Olanda” ha rivelato i testi segreti del trattato, confermando tutte le preoccupazioni già emerse da tempo. Abbiamo partecipato alla manifestazione di Roma e ne siamo tornati con alcuni dubbi e perplessità. Ci ha colpito l’estrema varietà dei partecipanti, per età, condizione lavorativa e sociale. Una folla eterogenea anche nei riferimenti culturali. Vegetariani e vegani che marciavano con allevatori in piazza per difendere la qualità della carne italiana, piccoli imprenditori e sindacati, associazioni laiche ma anche religiose. Ne abbiamo dsiscusso con il filosofo Francesco Piro.

 Com’è possibile che persone e interessi così diversi riescano a marciare insieme? “È chiaro che ci troviamo di fronte ad una moltitudine che è fenomeno ben diverso dalla massa. La moltitudine produce infinite forme di espressività. La moltitudine non cerca identità collettiva, ma cerca visibilità e vuole essere compresa, ascoltata e rifiuta qualsiasi sintesi. L’unica possibile mediazione tra le diverse istanze risulta essere una media delle posizioni, il minimo comune determinatore, che in questo caso, come in tanti altri, rischia semplicemente trasformarsi in un NO”.

 E allora questa moltitudine è destinata a perdere e a rimanere inascoltata? “I sistemi politici democratici non ignorano la moltitudine e le sue istanze, semplicemente aggirano il problema. Apparentemente se ne fanno carico, discutono pubblicamente, difendono le ragioni di una o di un’altra posizione. Le decisioni però vengono prese in separata sede, in luoghi non pubblici, segretati e affidati a tecnici super specializzati. È quanto ha denunciato Greenpeace Olanda”.

Rimane il problema di come condizionare le decisioni assunte dalla politica. Forse vanno rifondati i partiti. Non credo che sia pensabile un ritorno al passato, anche perché la moltitudine, per sua stessa natura, rifiuta l’identificazione in una struttura monocratica quali sono stati i partiti.

Dobbiamo allora sperare nell’azione spionistica per svelare le trame segrete degli apparati politici? “Attenzione, qui non si tratta di credere che esista un complotto mondiale contro le persone e contro il pianeta. Si tratta di ragionare di come far convivere le democrazie del consenso con l’idea che governare significa prendere decisioni. Da questo punto di vista la presenza in questa campagna delle organizzazioni sindacali è essenziale. Il problema è di esserci con maggior convinzione e con continuità. Si tratta di sperimentare nuove forme affinchè la moltitudine, senza rinunciare alla sua vitalità, possa ritrovare nella discussione pubblica e trasparente, la possibilità di formulare proposte e diventare soggetto attivo nella costruzione di una dimensione sociale ed economica diversa dall’attuale”.

Esistono formule già sperimentate? No. Non esiste un modello sperimentato, ma è questa la vera sfida che abbiamo davanti.