Traditi dall’euro? di Elio Mottola (Pubbl. 08/04/2019)

Si avvicina il giorno delle elezioni europee e gli europeisti convinti guardano con grande preoccupazione alla prevista affermazione dei partiti sovranisti, Lega italiana in testa. Cosa si può fare per tentare di arginare una vittoria che condurrebbe fatalmente ad un allentamento dei vincoli comunitari e, quindi, ad una frantumazione della già precaria Unione europea?

Uno dei luoghi comuni sui quali da sempre puntano gli antieuropeisti nostrani (non solo la Lega, ma anche esponenti dei 5Stelle ed, in passato, di Forza Italia), per dimostrare il presunto danno inflitto al nostro Paese dalle autorità europee, è la questione della parità lira–euro fissata, a loro avviso, in una misura che ha danneggiato gravemente gli italiani. Che tale obiezione sia del tutto infondata si può rilevare dalla puntuale spiegazione tecnica pubblicata su “IlFattoQuotidiano.it” il 18 gennaio 2016, in dissenso con un ex esponente democristiano, Paolo Cirino Pomicino, il quale aveva sostenuto in un intervento televisivo che l’ingresso nell’euro non era stato di per sé un errore, ma che l’errore era stato entrarci con un cambio sbagliato, essendo a suo avviso più giusta una parità di circa 1.000 lire per ogni euro. Su “IlFattoQuotidiano.it“ l’esperto scriveva: «Vi ricordo che i paesi aderenti allo SME (fra cui noi) definivano il tasso di cambio della propria valuta in termini di ECU (European Currency Unit). L’ECU era quindi una unità di conto (appunto, l’unità di conto europea), cioè una moneta scritturale. Quali conti servisse a fare l’ECU ve l’ho appena detto: serviva a determinare il valore delle rispettive valute europee. Ad esempio: nel 1992 con un ECU si compravano 1587,48 lire, oppure 2,02 marchi tedeschi (per citare due valute appartenenti al sistema), dal che consegue che occorrevano 1587,48/2,02 = 785,88 lire per un marco tedesco. Insomma, l’ECU non era materialmente possibile metterselo in tasca, eppure, dal 1989 al 1998, aveva governato le vite di ognuno di noi, perché il valore delle valute nazionali in Europa veniva stabilito con riferimento ad esso. Il valore dell’ECU, a sua volta, da cosa era dato? Dalla media del valore di tutte le valute dei membri dello SME. L’ECU era cioè una “valuta paniere” (una valuta il cui valore dipendeva da quello di un “paniere” di valute). Quindi la lira si indeboliva rispetto all’ECU (e quindi occorrevano più lire per comprarne uno) se una delle valute nel “paniere” (ad esempio il marco) diventava più forte. Ora, ricorderete che l’art. 109j primo comma Trattato di Maastricht prevedeva che per almeno due anni prima dell’ingresso nell’Unione monetaria i paesi candidati non avrebbero dovuto svalutare la propria valuta rispetto all’ECU (fatte salve minime oscillazioni). Il senso era chiaro: prima del matrimonio (cambio irrevocabilmente fisso), buon senso chiedeva che ci fosse un periodo di fidanzamento, per vedere se si andava d’amore e d’accordo. La data del matrimonio (l’ingresso nell’euro) era il 1° gennaio 1999, quindi occorreva che i cambi fossero fissati dal 1997. Dato che a fine 1992 la lira svalutò, nel 1997 per acquistare un ECU ne occorrevano 1929,66 (più di prima). Questa quotazione venne “congelata”, ed è sostanzialmente identica alla quotazione “irrevocabile” definitiva, cioè al famoso 1936,27 (dalla quale dista dello 0.3%). Da questa storia, che è nei dati e in ogni libro di testo, traiamo due conclusioni pratiche, utili per orientarsi in un dibattito spesso dilettantesco o volutamente confuso: 1) in pratica noi nell’euro ci siamo entrati nel 1997, perché è da quella data che la lira non si è più potuta aggiustare rispetto alle valute dei principali partner europei (dato da non ignorare, per non restare vittima dei tanti furbetti in circolazione); 2) se nel 1999 avessimo preso la decisione geniale di entrare a 1000 lire per euro, di fatto avremmo rivalutato (prendendo come base la quotazione del 1997) di circa il 93%. Questo, credo, lo capiamo tutti: se invece di “comprare” un euro con quasi 2000 lire lo avessimo “comprato” con la metà (1000 lire), vuol dire che l’euro avrebbe avuto il doppio del valore. Quindi saremmo stati il doppio più ricchi, come evidentemente pensa Cirino Pomicino? Figata! E perché mai allora non ci abbiamo pensato all’epoca? Forse che Ciampi, ministro del Tesoro, bilancio e programmazione economica del governo D’Alema, cioè il successore di Cirino Pomicino in carica il 1° gennaio 1999, era un sempliciotto? Non credo proprio lo si possa dire. Credo invece che a Cirino Pomicino, e a molti suoi e miei coetanei sparsi per i vari bar della penisola, sfuggano due dettagli, che tali non sono: 1) il valore di una valuta non si decide con un tratto di penna, ma lo stabilisce il mercato (e per il mercato un ECU/euro stava da qualche parte intorno alle 1930 lire); 2) una rivalutazione del 93% ci avrebbe reso più ricchi il primo giorno, e poi ci avrebbe sbriciolato».

Questa la citazione della parte fondamentale dell’articolo citato, firmato da Alberto Bagnai, economista e accademico, già leghista all’epoca del suo intervento ed oggi senatore nonché presidente della 6ª Commissione permanente Finanze del Senato. Dato atto al prof. Bagnai dell’onestà intellettuale dimostrata, occorre però segnalare che bene avrebbe fatto a ricordare ai lettori de “IlFattoQuotidiano.it” che la causa del disagio immediatamente percepito da molti italiani sin da quando l’euro entrò materialmente in circolazione, 1° gennaio 2001, fu dovuta essenzialmente al mancato controllo del regime dei prezzi da parte del Governo Berlusconi. Infatti, mentre in altri Paesi europei fu imposto ai rivenditori di indicare almeno per sei mesi su ciascuna merce sia il prezzo in euro che quello nella vecchia moneta nazionale, i rivenditori italiani non furono assoggettati ad alcun obbligo e lasciati liberi di sbizzarrirsi come meglio credettero con i nuovi prezzi. Aggiungiamo, inoltre, che nel Governo responsabile di tale omissione c’era anche la Lega di Bossi. Sarebbe bene che questa semplice verità, così come tante altre, venisse sottratta all’oblio e portata a conoscenza degli italiani prima delle prossime elezioni europee.

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