Produrre senza gli umani: il progetto dei nuovi futurologi di Giuseppe Capuano (Pubbl. 06/11/2017)

Lo scorso 11 ottobre la Commissione permanente del Senato-Lavoro e Previdenza Sociale ha presentato il documento conclusivo sull’Indagine Conoscitiva sull’impatto su mercato del Lavoro della quarta rivoluzione industriale. Nel documento, così come nella pubblicistica, il concetto di quarta rivoluzione industriale si sovrappone a quello di Industrie 4.0 termine tedesco introdotto per la prima volta nella comunità tecnico scientifica nel 2013 da tre ingegneri, Henning Kagermann, Wolfgang Wahlster e Wolf-Dieter Lukas. Industrie 4.0 sono linee guida indirizzate ai decisori politici, per far conoscere, e in qualche modo sostenere e governare, i processi economici e tecnologici che si stanno affermando nella produzione e vendita dei prodotti nel mercato globalizzato. La non ancora risolta crisi paradigmatica che ha travolto le discipline economiche, lascia spazio a figure e profili con intenti velleitari di progettazione sociale. Ragionieri, analisti finanziari e ingegneri si alternano nel ruolo di cassandre o di improvvisati futurologi. Industrie 4.1, che non fa eccezione, ha come assunto essenziale, ormai sempre più asetticamente condiviso, che i processi innovativi introdotti nelle imprese porteranno a una rapida scomparsa del lavoro industriale. Per gli autori di Industrie 4.0 questo processo è inarrestabile, in buona parte auspicabile, e porterà al miglioramento dei contesti ambientali, sociali culturali e naturali, dove riuscirà ad affermarsi. Il processo in atto ha realmente questa prospettiva, costituisce una vera opportunità o è una delle tante semplificazioni che si susseguono con troppo frequenza, ripetute come una litania da improvvisati esperti pronti a dare dignità al loro farfugliare inserendo una delle tante sigle (1.0, 2.1 4.0) e quindi effimere e passeggere come una moda? I nodi irrisolti sono ancora troppi per dare una risposta netta a questi interrogativi. Secondo gli autori compito dei governi dei paesi avanzati sarà quello di aiutare le imprese innovative ad affermare il loro modello, promuovendo l’alta formazione per i pochi tecnici che saranno coinvolti nei processi produttivi, gestire la diminuzione degli occupati con politiche che rendano possibile una compartecipazione delle comunità agli effetti positivi della smaterializzazione della produzione. La pretesa di aver individuato l’aspetto rivoluzionario della fase che stiamo vivendo nella capacità innovativa delle imprese ci pare eccessivo. L’innovazione accompagna da sempre i processi di produzione e le imprese restano tali non se adottano nuove tecnologie ma se riescono a svilupparle, rinnovarle, adattarle. La natura dinamica è connaturata al loro agire pena il fallimento. L’estensione dell’uso delle tecnologie digitali alla produzione e accumulazioni di dati, ci dicono gli autori, pone il problema di sviluppare una capacità di trasformazione dei dati in informazioni utili alle imprese ma non solo ad esse. Anche questa è questione che potremmo definire antica. Complessivamente questa impostazione non fa i conti con il fatto che la produzione materiale non è scomparsa, né mai potrà esserlo del tutto, tutt’al più è occultata, come accade nei flussi finanziari, passando tra mille mani e paesi quasi a farne perdere traccia della sua origine. E-commerce è a volte sinonimo di nuovi e inaspettati livelli di sfruttamento delle persone. A meno di non immaginare il mondo economico globalizzato reale diviso in due grandi blocchi, quello della produzione pulita, invisibile, digitale e quello della produzione fisica e visibile fatta di lavori in miniera, nelle fabbriche lager, nei campi agricoli gestiti con metodi oppressivi, c’è nell’impostazione di Industrie 4.0 molto che non ci convince. Se la nuova grande idea di politica economica e industriale si esaurisce nel fatto che gli stati devono tornare al vecchio padrone, passando dall’attuale, il capitale finanziario, a quello industriale, non ci pare che questo significhi aver cambiato impostazione, cambiato paradigma, essere entrati in una nuova fase rivoluzionaria, sia pure industriale. C’è da chiedersi a tal proposito perché la Germania, che ha adottato nelle sue politiche le indicazioni di Industrie 4.0 è riuscita a dominare, ma non a governare, il sistema economico europeo, non riuscendo sul piano economico, come su quello politico a fare da traino. Un accenno autocritico, forse tardivo, al fondamentale ruolo della politica nel governo dell’economia e della società, emerge dai lavori della Commissione del Senato, quando si afferma “Il cambiamento tecnologico non appare peraltro neutrale negli effetti che potrà avere sui rapporti sociali ed economici. Molti si esercitano in una vuota disputa deterministica tra ottimisti e pessimisti nell'operazione complessa e utopica di calcolare i posti di lavoro persi o guadagnati nel contesto di questa nuova rivoluzione. Il tutto a discapito di una riflessione sul che fare, perché dipenderà dai decisori pubblici in primo luogo se e quando i lavoratori espulsi, o mai inclusi, potranno essere assorbiti dai nuovi processi produttivi”.  La vera questione rivoluzionaria per noi rimane un’altra, quella di immaginare un mondo non libero dal lavoro ma dalla noia, dalla ripetitività, dalla gravità e gravosità che sono i suoi fardelli.