Una modesta proposta  di Elio Mottola (Pubbl. 04/12/2018)

Nel 1729 Jonathan Swift, autore dei celeberrimi “Viaggi di Gulliver”, pubblicò un pamphlet, satirico come tutta la sua produzione letteraria, dal titolo: “Una modesta proposta per impedire che i bambini della povera gente siano di peso per i loro genitori o per il Paese, e per renderli utili alla comunità”. La proposta, volta a risolvere il problema della povertà e della sovrappopolazione nella comunità irlandese dell’epoca, consisteva nell'ingrassare i bambini denutriti e darli da mangiare ai ricchi proprietari terrieri anglo-irlandesi. Proposta tutt’altro che modesta perché l’autore, prima canonico e poi decano della Cattedrale di San Patrizio a Dublino, ambiva in realtà a sollecitare l’attenzione delle classi agiate sui gravi problemi di quelle più povere.

Nell’Italia di oggi, caratterizzata da una crescente povertà, una "modesta proposta" potrebbe essere quella di introdurre un’imposta sul patrimonio. Ora, diciamocelo subito, proporre una patrimoniale agli italiani è quasi peggio che invitarli a mangiare i bambini. Questo perché da noi ogni forma di imposizione fiscale viene letta come una ingiusta gabella e, in particolare, quella sul patrimonio perché va a toccare il “frutto dei sacrifici di una vita”. Si aggiunga poi la paura indotta dai media anche in chi possiede così poco da non dover temere nulla. Per queste ragioni, tra i politici in circolazione solo quelli di SEL e poi di LEU si addossarono il rischio di pronunciare la parola “patrimoniale”, con le conseguenze elettorali che conosciamo. Più di recente la "bestemmia" è fuoriuscita, a denti stretti, dalla bocca di Bersani. I 5 Stelle, nell’ansia di non perdere voti, si sono tenuti lontani da impegni in materia fiscale, astenendosi anche da ogni valutazione sull’abolizione dell’IMU, ma approvando poi nel contratto di governo il maxi-condono “pacificatorio” e la flat tax voluti dalla Lega. Insomma, quando si tratta di “non” far pagare le tasse, sono tutti d’accordo e chi è fuori dal coro riveste il ruolo di provocatore.

Eppure, in un momento di grave crisi identitaria di ciò che continuiamo a chiamare “sinistra”, la patrimoniale potrebbe essere la pietra angolare intorno alla quale ricostruire un’aggregazione politica solidarista. Certo, l’operazione non può essere condotta, come per il passato, in modo generico. La causa principale del terrore che l’ipotesi, sia pur lontana, di una tassa patrimoniale suscita nell’elettore non benestante, timoroso di esserne colpito anche lui, è dovuta proprio al fatto che chi si è avventurato ad avanzarla non ne ha mai precisato l’entità, i limiti, la platea a cui era indirizzata e, soprattutto, le finalità cui andava destinato l’introito. Una nuova sinistra potrebbe invece spiegare tutto, partendo dal contesto, che vede sullo sfondo l’arcinoto fenomeno planetario per cui i ricchi diventano sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri. Né dovrebbe sorvolare sul fatto che in Europa, almeno nei Paesi che contano, la patrimoniale esiste da decenni.

Guardando alla situazione nazionale, il debito pubblico italiano viaggia, in costante crescita, verso i 2.400 miliardi di euro, gravanti in parti uguali sulla testa di tutti i circa 60 milioni di italiani: ogni neonato in Italia nasce con una quota di debito nazionale di 35.000 euro; nessuno pensa che saremo un giorno chiamati a restituire l’intero debito, ma la sua persistenza comporta sfiducia nel nostro Paese e determina interessi passivi elevati, per pagare i quali si sottraggono annualmente numerosi miliardi di euro ad impieghi socialmente rilevanti. Tanto chiarito sul fronte del debito pubblico, forse non tutti sanno che il risparmio privato, cioè la ricchezza posseduta dai privati in titoli e depositi bancari, ammonta a 4.000 miliardi di euro, che però non riguardano l’intera popolazione, essendone esclusi i poveri. Cosa vuol dire tutto questo? Vuol dire che i soldi ci sono e che lo Stato (leggi, i governanti che si sono avvicendati al potere) avrebbe potuto prelevarne una parte per impedire che il debito pubblico crescesse in maniera abnorme (è il terzo più grande al mondo) o per ridurlo una volta divenuto insostenibile. Certo, tassare i risparmi non è semplice perché per i risparmiatori, specie quelli più forti, sarebbe facile ritirare i soldi dai depositi o vendere i titoli, vanificando così l’operazione, invece il patrimonio immobiliare non può essere sottratto al fisco. Ora, il patrimonio immobiliare di proprietà dei privati (immobili, terreni, macchinari industriali ecc.) ammonta (stima del 2013) a 9.600 miliardi di euro. Basterebbe l’introduzione di una imposta patrimoniale, anche di modesta entità, per liberare nel giro di qualche anno gli italiani dalla soggezione al debito pubblico. Si pensi, solo per immaginare un’ipotesi, che prelevando lo 0,50% del valore del patrimonio privato si otterrebbe un’entrata di 48 miliardi di euro all’anno; pur limitandosi ragionevolmente ad un importo più basso, pari, poniamo, alla metà, nel giro di cinque anni (la durata di una legislatura) si potrebbe ridurre sensibilmente il debito e dedicare le risorse residue ad attività e servizi essenziali. Cosa impedisce di intraprendere questa strada? La consapevolezza, storicamente dimostrata, che chi parla di patrimoniale perde le elezioni. Il problema diventa allora: è possibile vincere le elezioni proponendo la patrimoniale? C'è chi pensa di sì! Quali condizioni la sinistra dovrebbe soddisfare per avere qualche speranza? In primo luogo, dovrebbe chiarire con quale aliquota intenda procedere, mettendone in risalto l’assoluta esiguità (0,50% o 1%). Dovrebbe poi precisarne la durata, possibilmente limitata a pochi anni. Sarebbe essenziale definire, da subito, chi sarà esentato dal pagamento: se, per esempio, si volesse reintrodurre l’IMU, che è un’imposta patrimoniale, occorrerebbe subito precisare la soglia al di sotto della quale non si pagherà alcunché e ciò allo scopo di tranquillizzare la massa dei piccoli proprietari. Detto per inciso, l'IMU consisteva mediamente nello 0,25% del valore effettivo degli immobili. Infine, sarebbe fondamentale comunicare gli scopi ai quali sarebbero dedicate le nuove risorse impegnandosi a creare, se necessario, anche specifiche autorità di vigilanza, che ne garantissero il corretto utilizzo. Evidentemente le nuove entrate dovrebbero andare a finanziare investimenti, pubblici e privati, lotta alla povertà, istruzione, ricerca, giustizia, sicurezza ed altre funzioni sociali. Il tutto andrebbe chiarito preventivamente, con cifre e percentuali, nel programma elettorale. Un programma così concepito potrebbe forse attrarre anche una fetta dell’elettorato moderato, che ne cogliesse le prospettive di sviluppo e rivolgesse uno sguardo al futuro dei propri figli e nipoti. In ogni caso, anche se non si vincessero le elezioni, si riuscirebbe almeno ad aggregare gli smarriti elettori di sinistra intorno ad un progetto di redistribuzione e di sviluppo, compatibile con le normative europee che devono esser cambiate ma non abbandonate. E’ proprio di questi giorni la notizia che il nuovo governo spagnolo, guidato dal socialista Pedro Sanchez, ha varato una manovra finanziaria per il 2019 che introduce una patrimoniale dell’1% sulle fortune superiori ai 10 milioni di euro, oltre ad aumentare l’imposta sui redditi superiori ai 130 mila euro.

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