Una nuova Notte della Repubblica? di Gaetano Placido  (Pubbl. 30/03/2018)

La pubblicazione precedente su zonagrigia.it di una disamina di Barbara Balzerani dei fatti che hanno portato nel 1978 al rapimento ed alla successiva uccisione di Aldo Moro, ha suscitato tra alcuni lettori svariati commenti, alcuni condivisibili, altri meno. Non sono mancate aspre contestazioni alle critiche di Giovanni Lamagna sulle valutazioni dell’ex brigatista circa la presunta insensatezza di larga parte dell’allora classe politica che si rifiutò di aderire alla trattativa per salvare la vita dello statista democristiano. Questione affrontata da Lamagna in maniera argomentata, descrivendo il clima angoscioso di quegli anni, fissati nell’immaginario collettivo come gli anni di piombo. Noi non pensiamo di dover aggiungere altro al suo lucido commento. Ci pare tuttavia utile tornare sull’argomento per rimarcare come stia serpeggiando in certi substrati del Paese una sorta di insana attrazione verso una fase storica definita da Sergio Zavoli, in maniera efficace, “la notte della Repubblica”. Una lunghissima ed angosciante notte che travolse una generazione (quella dei “formidabili anni” di Mario Capanna”, n.d.r.) che, dal ’68 in poi, aveva aspirato alla palingenesi da un sistema socio, politico e culturale oppressivo, discriminatorio e cristallizzato, foriero di pesanti ingiustizie e di assenza di prospettive. Com’è noto, la risposta dei poteri forti all’impennata movimentista fu atroce. La strategia della tensione, le bombe disseminate nel Paese, divennero una costante, mirata a riportare indietro le lancette del tempo. In quel contesto, una parte consistente e lungimirante della politica italiana, non inquinata e preoccupata di salvaguardare le istituzioni democratiche, pur con tutte le contraddizioni del caso, avviò un percorso di convergenza, il compromesso storico, cercando di aggregare forze popolari (Dc e Pci) da sempre antagoniste. Fu allora che anche l’assalto terroristico delle BR si fece più duro, tentando di coagulare e reclutare coloro che si opponevano ad un disegno raffigurato come il tradimento della visione rivoluzionaria. La parola d’ordine fu: “Passare dalle armi della critica alla critica delle armi”. Un salto di qualità perverso, che si tradusse in una serie interminabile di gambizzazioni ed omicidi e che raggiunsero l’acme con la strage di Via Fani e l’assassinio di Aldo Moro alla vigilia del varo di un governo che, per la prima volta, avrebbe dovuto includere i comunisti. E’ a questo punto della narrazione che il fenomeno brigatista in Italia registra quel buco nero che resta da 40 anni senza alcuna decifrazione. Sono state le BR ed i loro sodali, Nuclei armati proletari, Prima Linea, ecc. un’espressione genuinamente autoctona, ancorchè delirante, di vagheggiamento rivoluzionario, o piuttosto lo strumento più o meno consapevole degli strateghi che all’epoca dirigevano la guerra fredda combattuta sullo scacchiere mondiale? (Si ricordi, la netta e minacciosa avversità di Henri Kissinger, l’allora potentissimo Segretario di Stato USA, alle aperture a sinistra di Aldo Moro). E’ questa la domanda dirimente che ancora attende risposta e sulla quale gli stessi ex brigatisti appaiono tuttora ambigui e sfuggenti. Altra considerazione: se è vero, lo si diceva in premessa, che rischiano di riaffiorare come un fiume carsico inopinati giustificazionismi degli anni di piombo, non bisognerebbe prontamente alzare le antenne, impedendo, come accaduto in recenti rubriche televisive, di trasformare ex brigatisti in una sorta di “autorevoli” opinionisti? Gli anni ’70 ed ’80 furono la parabola discendente della prima Repubblica. Una fase di transizione che all’inizio degli anni ’90 portò al suo definitivo tramonto. Oggi, come allora, nella confusione politica in atto, stiamo nuovamente assistendo al declino, più che mai indecoroso, di assetti politici ed istituzionali che non offrono più risposte ai bisogni dei cittadini di maggiore sicurezza sociale ed economica. In questo scenario di crisi si stanno imponendo rigurgiti fascisti, manifestazioni xenofobe e razziste, spinte populiste che, se non democraticamente contrastati ed arginati, potrebbero far rinascere (mutatis mutandis) un clima dicontrapposizione diretto dalle solite menti raffinate con le logiche strumentali dei cosiddetti opposti estremismi