Diritto di vita o di morte di Gaetano Placido (Pubbl. 29/08/2017)

Un’estate infuocata quella che volge al termine. Il rigurgito terroristico di Barcellona, il fuoco che ha deturpato intere aree del nostro Paese, il terremoto di Ischia. Poco o nulla ci è stato risparmiato in una sequenza angosciante di avvenimenti devastanti e luttuosi. Eppure, a ben vedere, accadimenti in apparenza dissimili fra loro hanno un filo rosso che li lega inscindibilmente: la negazione dello ius  vitae, del diritto alla vita.  Lo Jiadista che compie sulla Rambla una strage di esseri umani abbattuti come sagome informi, i piromani che distruggono il nostro habitat naturale pregiudicando per secoli un delicato eco sistema, un terremoto di non particolare intensità che fa crollare strutture abitative edificate in decenni di tollerato, se non favorito, abusivismo. Tutti eventi connessi e conseguenti al furore insensato di una umanità che si dibatte oramai sull’orlo di un precipizio, come attratta dalla voragine che la sottende. Fatti che avvalorano l’idea di un Uomo sempre più proteso nell’esaltazione del proprio Ego con sempre meno interesse al bene comune. Non vi è dubbio che siamo di fronte agli effetti degeneranti della crisi delle ideologie, di una globalizzazione sempre più foriera di diseguaglianze, di uno sviluppo tecnologico dissennato che ha dilatato a dismisura la complessità delle relazioni umane, relegando l’individuo in una sorta di angolo oscuro. Sembra un paradosso, eppure, in questo contesto di irrazionalità collettiva, l’unico rimedio efficace è l’assunzione di un atteggiamento riflessivo, capace di guardare ai tanti errori fin qui commessi e cercare di costruire un futuro migliore per i nostri figli.  Occorre imparare a riflettere sulle conseguenze che le nostre azioni possono avere sugli altri o sul mondo che ci circonda. Pensiamo solo ai disastri compiuti dalle scelte politiche dei Signori della Terra (ma condivise dai più) che hanno portato oltre la stessa area Mediorientale una guerra destabilizzante e scellerata. Stiamo parlando della improcrastinabile necessità di una riappropriazione culturale della grande intuizione che fu di Max Weber: quell’ Etica della responsabilità che ci impone di tener conto degli effetti dei nostri comportamenti, compresi quelli determinati dalle scoperte scientifiche. Solo in questo modo, come sostiene Ivo Nardi nelle sue Riflessioni sul senso della vita, potremo “…riscoprire i valori dell’onestà, della dedizione, del rispetto, senza farci abbagliare dalla finta bellezza, dalla ricchezza, imparando nuovamente a guardare negli occhi le persone. Perchè negli occhi c’è tutto”.  Compreso il senso della vita.

Commento di Aldo Bifulco

Gentile redazione,

ho apprezzato e condiviso l’articolo di Gaetano Placido, come pure quello di Giuseppe Capuano.  Hanno toccato un "nervo scoperto", la mia sensibilità rispetto a queste tematiche non è un dato recente.

Il "furore insensato , irrazionale", di cui si parla mi spaventa, mi fa rabbia, ma nello stesso tempo mi spinge ad orientare ancor più le mie forze verso l'orizzonte ambientale. E sì, la "questione ambientale" è stata per troppo tempo relegata in un piano secondario dalla cultura, dalla politica, dalla religione. E se ne vedono le conseguenze.

Io sostengo da tempo che la "questione ambientale" rappresenta lo sfondo ideale per una  visione del mondo che tenga conto del futuro delle nuove generazioni, anche per il lavoro, e forse per proporre una "spiritualità profonda".

I mestieranti della politica cercano voti, il consenso immediato, mentre l'ecologia è la scienza dei tempi lunghi. Politicamente il condono frutta di più di un programma per la prevenzione nei confronti dei disastri ambientali.

Non ricordo bene l'autore della ricerca che proverebbe come i "cambiamenti climatici siano collegati ad un aumento della violenza"

La legambiente ed altre associazioni hanno raccolto le firme per una proposta di legge contro il consumo di suolo...ma chi ne ha parlato?

Ed a proposito di Ischia, non molti anni fa di fronte alla denuncia degli ambientalisti per il moltiplicarsi dei condoni sull'abusivismo dilagante, quasi tutte le forze in campo si opposero all'abbattimento perché si trattava di un "abusivismo di necessità". Perfino il Vescovo di allora, ora scomparso,  il nostro stimato amico, Don Filippo Strofaldi si schierò contro l'abbattimento. 

Filippo sicuramente era in buona fede, non credo lo siano i politici di oggi, anche se si presentano con la "faccia pulita" quando utilizzano la stessa motivazione.

Un abbraccio militante

Aldo Bifulco