Ma la storia non insegna nulla (!?) di Gaetano Placido (Pubbl. 28/04/2017)

Quando i primi exit poll hanno registrato il vantaggio di Macron alle elezioni francesi, confermato dallo scrutinio finale, le cancellerie europee hanno tirato un sospiro di sollievo. Lo spettro di una vittoria di Le Pen, con tutto quello che avrebbe comportato per il futuro dell’Unione, è sembrato per il momento rarefarsi. Macron al ballottaggio, sempre secondo le previsioni, dovrebbe avvalersi di parte dei voti della sinistra e dei conservatori neogollisti. E’ evidente che quella francese è una sfida che travalica i confini d’Oltralpe. Sono in gioco le ricadute sulle future tornate elettorali in Europa. A partire da quelle italiane dove si paventa il successo dei cosiddetti populisti. Partita tutt’altro che facile, ipotecata dalle divisioni nel PD e dall’avanzata costante del Movimento 5 stelle. Ma sarebbe un grave errore pensare che la possibile vittoria di Macron il prossimo 7 maggio potrebbe da sola aiutare a scongiurare la deriva politica e culturale di un Paese, come il nostro, profondamente depresso, ancora in piena crisi economica e sempre più incline a sostenere rigurgiti nazionalisti ed antisistema. In Italia, al pari di altre realtà del vecchio continente, dilaga il timore di un futuro sempre più privo di prospettive, preda di una classe dirigente inadeguata e ostaggio, quando non connivente dell’establisment affaristico finanziario. Una combine alimentata ad arte dalle varie formazioni e movimenti che si autoaccreditano come i difensori delle fasce più deboli della popolazione, oppositori strenui anche di una presunta invasione immigratoria che toglirebbe ai cittadini, insieme al lavoro, sicurezza, diritti e tutele un tempo consolidate. Di certo siamo di fronte ad uno spartiacque di rilevanza epocale. Da un lato l’implosione di un assetto politico, ereditato dal ‘900, che affida a ben identificati e riconosciuti agglomerati partitici la rappresentanza degli interessi di classe, dall’altro l’avvento di un nuovo ordine nel quale è diventato difficile distinguere chi difende le ragioni dei nuovi ricchi dalle ragioni dei nuovi poveri. Un dato che spiega la tendenza dei ceti popolari a rifugiarsi, senza alcuna capacità di discernimento, sotto l’ala protettrice di quanti dichiarano tutto ed il contrario di tutto, superando gli storici paradigmi di destra e sinistra. Eppure, a ben vedere, i populismi di casa nostra, al pari degli altri, non prefiguarano certo scenari rivoluzionari in grado di sovvertire le devastanti tendenze neoliberiste. Non una parola sulle privatizzazioni selvagge perpetrate in questi anni. Nulla sul progressivo annichilimento del welfare. Tanto meno appaiono fautori di un piano per rilanciare politiche del lavoro sganciate dalla mannaia di una insostenibile precarietà. Chiedono solo un atto di fede verso il lider maximo. E ciò spiega il perché il Sindacato, la rapprsentanza sociale costituisca per costoro un nemico da rottamare al pari di quella della vecchia rappresentanza politica. Non si tratta di un processo nuovo dal punto di vista storico. Si ricordino gli esordi del fascismo negli anni venti, che fondava le sue basi attrattive (dai quali poi attinse un vasto favore elettorale) proprio sul presunto riscatto dei ceti meno abbienti. Allora, come oggi, nel disorientamento di una sinistra divisa ed allo sbando, avviluppata nell’assenza di progettualità, di una qualche strategia alternativa e soprattutto credibile, proliferano le radici di un consenso spesso congiunto all’odio per il diverso. Ma la storia, si sa, non è mai stata maestra di vita!