Strage di Capaci: un capitolo ancora aperto. di Gaetano Placido (Pubbl. 23/05/2017)

“Falcone non va ricordato solo per ciò che ha fatto contro la Mafia, ma anche per quello che altri hanno fatto contro di lui”. Con queste parole Giuseppe Ajala, ex consulente del pool antimafia di Palermo ed ex sottosegretario alla Giustizia del Governo Prodi, ha commentato l’anniversario della strage di Capaci. Parole dure come pietre che denotano come la vicenda dell’uccisione di Giovanni Falcone, al pari di quella di Paolo Borsellino, sia ancora aperta. Dopo 25 anni restano tuttora senza risposta gli interrogativi, e sono tanti, di uno dei più controversi misteri italiani: la fine tragica di un’esperienza giudiziaria ed investigativa che aveva cominciato a disvelare un fenomeno criminale rimasto per decenni (a partire dal dopoguerra) nell’ombra, quando non addirittura negato. Fu grazie alla felice intuizione di Rocco Chinnici, ucciso nel 1983 e successivamente sostituito da Antonino Caponnetto, che nacque il Pool antimafia, sfruttando quello sguardo d'insieme sul fenomeno mafioso introdotto da Falcone. Si aprì così la possibilità di indagare in maniera più ampia ed esaustiva su tutte le articolazioni della mafia, utilizzando un nuovo sistema investigativo rivelatosi determinante per le successive indagini. Ma la vera svolta, com’è noto, venne dall’arresto di Tommaso Buscetta, boss mafioso di calibro, che rivelò la struttura organizzativa di “cosa nostra”. Parlò tanto Buscetta in quell’occasione, ma si rifiutò sempre di svelare i rapporti tra mafia e politica. Il cosiddetto terzo livello. “Non è conveniente né per lei né per me”, dichiarò al magistrato, lasciando intendere che toccare quel tasto avrebbe significato toccare i fili della corrente. Si giunse così al maxiprocesso di Palermo, che iniziò il 10 febbraio 1986 per concludersi il 16 dicembre 1987. La sentenza fu durissima: 360 condanne per complessivi 2665 anni di carcere e undici miliardi e mezzo di vecchie lire da pagare, segnando un grande successo per il lavoro svolto da tutto il pool antimafia. Da allora cominciò quella che fu definita la stagione dei veleni. Una sistematica opera di delegittimazione nei confronti di Falcone in coincidenza con l’elezione a capo del Pool, al posto del dimissionario Antonino Caponnetto, di Antonino Mele, preferito dal CSM a Giovanni Falcone. Guarda caso, dopo la nomina di Meli il Pool venne sciolto, rendendo il magistrato un bersaglio molto più facile per la mafia, come ebbe a dichiarare lo stesso Borsellino. Fu poi la volta dell’attentato dell’Addaura per il quale Falcone, in privato, attribuì la responsabilità a “menti raffinatissime”, affermazione nella quale in molti videro il riferimento a servizi segreti più o meno deviati. Vi è poi la vicenda del “corvo”: lettere anonime partite dal palazzo di Giustizia di Palermo tese anch’esse ad infangare l’attività di Falcone. Seguirono una sequela di attacchi politici. L’allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando lo accusò di aver "tenuto chiusi nei cassetti" una serie di documenti riguardanti i delitti eccellenti della mafia. Totò Cuffaro, all’epoca deputato regionale, poi condannato per mafia, ad una trasmissione televisiva parlò di certa magistratura "che mette a repentaglio e delegittima la classe dirigente siciliana", con chiaro riferimento a Mannino, uno dei più influenti politici della Democrazia Cristiana, più volte ministro sotto i governi Andreotti. Infine le reazioni alla nomina di Falcone a capo della Procura nazionale antimafia, voluta dal socialista Martelli nel 1991. Incarico che scatenò non poche reazioni anche da parte di colleghi ed amici di Falcone i quali lo accusarono di fuggire dalla trincea palermitana. Falcone per l’occasione ebbe a confidare: “Mi hanno delegittimato, stavolta i boss mi ammazzano”. Drammatica profezia. Il 23 maggio del 1992, 1000 kg di tritolo mettono fine alla vita di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e di tre agenti della sua scorta. Nessuno è in grado ancora oggi di dimostrare se i “veleni” contro Giovanni falcone fossero frutto di una strategia messa in atto appunto da “menti raffinatissime”, magari senza che gli stessi interessati (manovrati come pupi) ne avessero consapevolezza. Sposiamo in pieno le parole della D.ssa Ilda Bocassini che, commentando uno dei tanti anniversari della strage, ha detto: “Non c'è stato uomo la cui fiducia e amicizia è stata tradita con più determinazione e malignità. Eppure le cattedrali e i convegni, anno dopo anno, sono sempre affollati di "amici" che magari, con Falcone vivo, sono stati i burattinai o i burattini di qualche indegna campagna di calunnie e insinuazioni che lo ha colpito”. E’ vero, Capaci è un capitolo ancora aperto!

Commento di Tina Russo

Bravo Gaetano. Questo e tanti altri sono i capitoli aperti di un libro che si chiama Italia. Dipanare la matassa di tanti intrighi, cogliere le relazione tra istituzioni, apparati e gruppi occulti malavitosi è un dovere al quale nessuno può sottrarsi, anche quando il nostro lavoro sembra non richiedere nessun impegno diretto per combattere la criminalità organizzata, è nei solchi della nostra e altrui coscienza che queste morti incidono, perchè alla fine le conseguenze le paghiamo tutti.