Sul sequestro e delitto Moro di Giovanni Lamagna *  (Pubbl. 23/03/2018)

Mi è capitato di incrociare un testo di Barbara Balzarani, una delle brigatiste rosse protagoniste del sequestro e del delitto Moro. Lo riporto integralmente e poi lo commento, perché penso possa costituire un utile riflessione di quello che ha significato storicamente e politicamente questo terribile evento.

Scrive la Balzarani: “Telefonammo alla famiglia del nostro prigioniero. Era pericoloso farlo, potevano intercettarci ma ci andammo anche come fosse un dovere, oltre che un atto politico. Chi stava a sentire avrebbe potuto capire che c’era un varco in cui la parola aveva forza di niente altro. Non fu pronunciata, neanche sussurrata.

La fermezza a ogni costo, anche della rovina. Come in risposta a logiche altre rispetto a quanto succedeva. E non sono bastati tre decenni perché una parola in più venga spesa per motivare tanta insensata rigidità.

Forse un non detto, talmente banale da non poter dire, dietro le quinte della tragedia. Perché il tempo passato non dà ragione alle motivazioni allora addotte, né credibilità ai sibili di un freddo serpentario. Più vicino al vero la foto di gruppo di un ceto politico cieco e sordo, asserragliato nei suoi palazzi, che ancora oggi continua a fare per suo conto, mettendo stancamente in agenda la sua crisi di rappresentanza. Trent’anni dopo lo stesso linguaggio, nessun dubbio, nessuna tentazione di capire. Se non altro per non farsi sorprendere ogni volta che l’indisponibilità al cambiamento presenta il conto. Come in quegli anni quando l’arretratezza di un paese bloccato ci ha consentito di nascere, durare più di un decennio, condizionare, attrarre consenso. Come non fossimo in uno di quei paesi del ricco occidente ma sui monti di qualche serra. Siamo stati i sintomi febbrili di un paese malato di finta condivisione di ragioni superiori, dove il perenne conflitto di poteri non raggiunge la dignità di forza di trasformazione, che preferisce cercare nell’occulto le cause della propria anomalia, che dentro il suo capace stomaco macina ogni conto aperto con la parola data. Un paese che non ha mai deciso di destituire del tutto il suo papa re.

Non ci voleva molto per fare tutto da soli. Nella equivalente arretratezza di ragionamenti e prospettive buone per altre latitudini e stagioni, ci siamo immaginati un luogo del potere che non c’era. Una classe dirigente capace di lungimiranza e governo dei conflitti. Un paese spaccato in due. L’esistenza in vita delle condizioni del comunismo rivoluzionario. La complessità del processo mercantile di riordino globale per un fatto compiuto. Ma abbiamo fatto tutto da soli. Chi ci accusa di essere stati manovrati dovrebbe concederci almeno l’originalità di aver servito senza compenso, senza sconti di pena o salvacondotti all’estero. Un vero mistero.

(Barbara Balzerani; “Perché io, perché non tu”)

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Provo a commentarlo. Dietro un linguaggio per molti versi ermetico (verrebbe di dire astruso, quasi quanto lo erano i comunicati di quei famosi 55 giorni) si intravedono ragionamenti se non proprio deliranti, certo (ancora oggi) fatti a proprio uso e consumo. Vediamo di enuclearli. Non tanto perché essi abbiano un qualche valore politico, ma per denunciarne ancora una volta la paranoica follia.

1)Si comincia col definire la prima telefonata come un “dovere” verso i familiari, oltre che come “atto politico”.

Dovere? Tu sequestri un uomo, una persona, metti in conto che l’esito finale del sequestro possa essere anche la sua uccisione, e poi definisci un dovere verso la sua famiglia quello di telefonarle per annunciarle il sequestro? Che bontà d’animo! Che generosità!

2)“Chi stava a sentire avrebbe potuto capire che c’era un varco... Non fu pronunciata, neanche sussurrata. La fermezza a ogni costo, anche della rovina.”

Quale rovina? La morte di Moro? Certo!

Ma i brigatisti non dicono quale rovina ci sarebbe stata se si fosse venuti meno alla fermezza. Perché questo a loro non fa comodo. Perché a loro fa comodo pensare che se lo Stato fosse venuto meno alla scelta della fermezza, sarebbe esso andato in rovina. Che era esattamente lo scopo che le Brigate Rosse si proponevano. Il varco c’era. Certo! Era la trattativa politica. Ma quale era il prezzo da pagare per fare questa trattativa e provare a salvare (cosa poi neanche scontata: chi lo avrebbe garantito? quale controprova abbiamo che questo sarebbe avvenuto? La vita dell’uomo, della persona Moro? Il prezzo da pagare per lo Stato era quello di diventare, da quel momento in poi, ostaggio perpetuo dei ricatti dei brigatisti, i quali avrebbero giocato indefinitamente al rialzo la loro partita. Io mi rendo conto benissimo, sono perfettamente consapevole che questo sarebbe piaciuto alle BR. Tra l’altro le avrebbe legittimate politicamente e perfino militarmente di fronte al popolo italiano. Che era l’obiettivo principale che si proponevano le BR con il sequestro Moro. Ma proprio per questo penso che lo Stato questo prezzo non avrebbe mai potuto pagarlo anche a costo di sacrificare la vita di un essere umano, quand’anche non di un essere umano qualunque, ma di uno dei massi esponenti della politica italiana di quel tempo, quale era Aldo Moro.

E non sono bastati tre decenni perché una parola in più venga spesa per motivare tanta insensata rigidità.”, sostiene la Balzarani.

Cosa dire di fronte a questa affermazione: a me sembra innanzitutto che la rigidità dello Stato non fosse affatto insensata. E, poi, quali altri argomenti si potrebbero ancora apportare oggi a sostegno e a rafforzamento di quelli già portati all’epoca. A me pare che quelli portati all’epoca fossero già abbastanza solidi e pertinenti.

3)La Balzarani parla di “crisi di rappresentanza” del ceto politico dell’epoca. E pare non fare differenza tra quello della Democrazia Cristiana e quello del PCI.

Ora lungi da me difendere e tantomeno esaltare questi due ceti politici. Sta di fatto, però, che essi nelle elezioni politiche che precedettero ma anche in quelle successive e per almeno un altro decennio ancora dopo il delitto Moro abbiano raccolto il consenso di svariati milioni di cittadini italiani. Questo è un dato di realtà. Quale rappresentanza invece avevano le Brigate Rosse? A nome di chi parlavano e agivano? Sono dati di fatto che sia all’indomani del sequestro Moro (il 16 Marzo) che all’indomani della sua uccisione (il 9 maggio) in tutta Italia ci furono imponenti manifestazioni popolari che diedero una dimostrazione plastica di quali soggetti politici avessero la rappresentanza di gran lunga maggioritaria del popolo italiano. Perché la Barbara Balzarani invece di vedere la pagliuzza nell’occhio degli altri non vede la trave che è conficcata nel suo? Perché, invece (o prima) di giudicare il grado di rappresentanza dei ceti politici suoi nemici, non valuta e giudica il suo, cioè quello delle Brigate Rosse? Il paragone sarebbe stato quantomeno impietoso per le BR?

4)Ancora la Balzarani afferma: “… in quegli anni … l’arretratezza di un paese bloccato ci ha consentito di nascere, durare più di un decennio, condizionare, attrarre consenso.”

Cosa rispondere? Non ci sono dubbi (sarebbe sciocco negarlo) che le condizioni politiche (più che sociali: ed è stato questo il limite strutturale gravissimo di un’organizzazione come le BR) ha consentito loro di nascere e anche di condizionare. Ma di che condizionamento possiamo parlare? Non certo di un condizionamento positivo. La nascita e il perdurare per un decennio del fenomeno terroristico (che non si è limitato alle BR) non ha prodotto alcun avanzamento né economico, né sociale, né tantomeno culturale e meno che mai politico del nostro Paese. Ma semmai un suo pauroso arretramento. E, poi, di quale consenso parla la Balzarani? Se un qualche consenso c’è stato, esso è stato del tutto marginale. Le masse a partire dalla fine degli anni ’80 hanno anzi avuto un riflusso a destra. Che in parte è stato anche (se pure non solo; anche questo sarebbe una sopravvalutazione del fenomeno) il frutto del terrorismo che ha falcidiato l’Italia per circa un decennio.

5)“Non ci voleva molto per fare tutto da soli… Chi ci accusa di essere stati manovrati dovrebbe concederci almeno l’originalità di aver servito senza compenso, senza sconti di pena o salvacondotti all’estero. Un vero mistero.”

Qui non si tratta di mettere in discussione l’autonomia politica (per quanto delirante) delle Brigate Rosse. Che dal punto di vista organizzativo, invece, abbiano “fatto tutto da soli”, ho i miei dubbi. Ho i miei dubbi, innanzitutto, sulle modalità iniziali del sequestro. Che la “geometrica potenza” di via Fani si sia potuta dispiegare con quella chirurgica precisione (cinque poliziotti uccisi e Moro uscito illeso dalla sparatoria) da parte di persone che, a detta di Fiore (uno dei Brigatisti partecipanti alla mattanza), fino ad allora non avevano mai esploso un colpo di mitra, è per me un mistero paragonabile a quello della santissima Trinità. E poi tutte le contraddizioni emerse nel corso dei 55 giorni del sequestro e perfino nel momento del ritrovamento del cadavere nella Renault 4 in via Caetani (ci sono due versioni discordanti su chi avesse aperto per primo il cofano della macchina) lasciano ampi margini di dubbio su chi abbia realmente gestito tutta la vicenda. Può darsi pure che le BR abbiano svolto il loro ruolo in maniera autonoma e separata da altri soggetti. Ma, per quanto mi riguarda, io ho ben pochi dubbi che dietro di loro si celassero ben altri soggetti politici (e, forse, persino istituzionali) e che questi abbiano condotto la trama reale ed effettiva di tutta la vicenda, consapevoli o meno che ne fossero le BR (a questo punto la cosa non ha molta importanza).

6)Infine, ma molto infine, un barlume di lucidità e di presa d’atto della realtà emergono nel ragionamento della Balzarani. E di questo voglio darle atto, allo stesso modo e tempo di come le ho contestato finora altri ragionamenti.

La Balzarani, infatti, ammette: “Nella equivalente arretratezza di ragionamenti e prospettive buone per altre latitudini e stagioni, ci siamo immaginati un luogo del potere che non c’era… Un paese spaccato in due. L’esistenza in vita delle condizioni del comunismo rivoluzionario.” Mica poco come ammissione! E’ il riconoscimento pieno del fallimento totale di un “progetto politico” non solo nei suoi esiti finali, ma anche nelle sue premesse teoriche e di analisi del contesto nel quale esso aveva la presunzione di realizzarsi. Che questo possa essere di un qualche insegnamento a chi ancora oggi non dico coltiva, ma è tentato di coltivare illusioni e deliri simili a quelli di cui furono vittime le BR e altre organizzazioni omologhe.

*filosofo e saggista