Referendum costituzionale: la posta in gioco di Giovanni Lamagna  (Pubbl. 18/10/2016)  

Già altre volte è stata modificata o si è tentato di modificare la Costituzione italiana del 1948. Nel 2001 e nel 2006 si svolsero addirittura dei referendum confermativi delle modifiche effettuate. E però mai la discussione, collegata alle modifiche, era stata tanto accesa ed animata come lo è adesso, in questi giorni, con due schieramenti che si fronteggiano come se dal risultato dovesse dipendere il futuro della democrazia italiana, oltre che il destino dei due schieramenti contrapposti. Ha ragione di essere una tale animosità? O è esageratamente sproporzionata rispetto alla posta in gioco? Io penso che il clima aspramente polemico, che stiamo vivendo già da qualche settimana e che molto probabilmente ci accompagnerà fino al 4 dicembre e forse anche oltre, abbia delle motivazioni fondate. Ci troviamo, infatti, davanti ad uno snodo importante della nostra vita repubblicana, come forse non ce ne erano mai stati di simili nella sua storia, pur molto travagliata. Non sono tanto le questioni specifiche, pure importanti, a originare questo snodo, quanto piuttosto le culture politiche che stanno dietro ciascuna delle due opzioni in campo. Queste sì molto diverse tra di loro, anzi in alcuni casi addirittura opposte. In cosa consiste questo snodo di cui stiamo parlando? Lo snodo è quello che vede contrapporsi due diverse concezioni della democrazia. E ovviamente, come è naturale che sia, dietro ciascuna di queste due concezioni ci sono culture politiche diverse, che per forza di cose quindi non possono non scontrarsi, come sta avvenendo. Perché, a seconda se preverrà l’una o l’altra, la nostra democrazia prenderà una direzione o un’altra. Quali sono dunque queste due concezioni della democrazia che si stanno fronteggiando? Da un lato abbiamo una cultura politica che privilegia il valore della rappresentanza, che dà il primato, nel progettare un ordinamento politico, al principio della sovranità popolare da estendere il più possibile, anche attraverso forme di democrazia diretta. Dall’altro lato abbiamo una cultura politica che privilegia il valore della governabilità, della efficienza dell’esecutivo. Una cultura che identifica uno dei prerequisiti fondamentali della governabilità e dell’efficienza nella rapidità con cui possono essere prese le decisioni e quindi anche nella velocità legislativa. Nessuna delle due culture nega (almeno a parole) il valore del principio fondamentale ed essenziale portato avanti in prima istanza dall’altra. La cultura politica che dà massimo valore alla rappresentanza non nega il valore e l’importanza della governabilità. E, tantomeno, quella che dà il massimo valore alla governabilità nega il valore della rappresentanza popolare. Entrambe, ripeto, almeno a parole, affermano sia il valore della rappresentanza che quello della governabilità. E però non ci sono dubbi che esse diano peso ed accentuazioni diverse all’uno o all’altro valore. A dimostrazione che non è affatto facile trovare un buon equilibrio. La Costituzione del 1948, a giudizio quasi unanime degli studiosi del diritto costituzionale e dei commentatori politici, è figlia della prima delle due culture che ho provato a definire. E il motivo per cui lo è stata appare anche piuttosto ovvio. L’Italia a metà degli anni ’40 del secolo scorso usciva da un ventennio di dittatura. E una dittatura è un sistema politico nel quale per antonomasia e per definizione prevale la logica del governo, o meglio, del comando. Fu, quindi, forse, logico, naturale, che, quasi per controbilanciare il peso assunto dalla volontà del governo/comando nel ventennio fascista, la nuova Costituzione intendesse attribuire una maggiore importanza alla volontà del popolo e alla rappresentanza politica che di questa volontà è espressione. Chi tende a difendere la Costituzione del 1948 è naturale, pertanto, che si rifaccia a quella cultura politica di cui essa fu figlia. Quelli che la vogliono mettere in discussione sono coloro che si rifanno alla cultura politica che privilegia la governabilità sulla rappresentanza. Entrambe queste due culture, non solo la prima, erano già ben presenti nel 1948. Solo che la prima allora prevalse, visto il contesto storico nel quale si svolse il dibattito che diede vita alla nuova Costituzione. La seconda, pur perdente nel 1948, non si era però affatto rassegnata alla sconfitta e ben presto diede segnali di rivincita, se non nella lettera della Costituzione formale, sicuramente nelle pieghe di quella materiale. Come potevano, d’altra parte, i milioni di italiani che avevano aderito al fascismo convintamente, in alcuni casi entusiasticamente, nonostante la dura lezione della storia costituita dalla sconfitta dell’Italia nella seconda guerra mondiale, scomparire del tutto e all’improvviso? In questi italiani rimase la nostalgia di un ordinamento politico nel quale prevalesse la funzione del governo, se non proprio quella del comando, una preferenza per un sistema politico che tendesse verso la concentrazione dei poteri piuttosto che verso la democrazia progressiva e partecipata, auspicata da altri schieramenti. Queste due concezioni del sistema politico si sono quindi sempre fronteggiate, sin dalla fondazione della Repubblica italiana, sin dal dibattito in Assemblea Costituente. Solo che all’atto di nascita della Repubblica e come risultato finale del dibattito che partorì la nuova Costituzione, ebbe nettamente la prevalenza la cultura politica che privilegiava il principio della rappresentanza su quello della governabilità. E tale prevalenza si è mantenuta per tutto il primo trentennio della vita repubblicana. Le cose cominciarono progressivamente a cambiare dalla seconda metà degli anni settanta. Le ragioni della governabilità (che, a dire il vero, si era piuttosto imballata in quegli anni) cominciarono a riaffiorare in maniera sempre più vistosa. All’inizio si cercò di dare a queste istanze una risposta che era ancora di una maggiore partecipazione democratica, attraverso il coinvolgimento del PCI nell’area di governo. Poi, a partire dalla fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90, i rapporti di forza tra le due istanze cominciarono, prima lentamente poi sempre più velocemente, a modificarsi. Il punto di svolta lo segnò l’approvazione (dopo il referendum abrogativo del 1993) di una legge elettorale maggioritaria, il cosiddetto “mattarellum”, che mise fortemente in discussione il principio del “voto eguale” (pur sancito dalla Costituzione) e quindi un pilastro importante, anzi fondamentale della rappresentanza politica. Da questo momento in poi le ragioni della governabilità si fecero sempre più prepotenti e cominciarono progressivamente a modificare anche l’immaginario collettivo. Ma non sono mai diventate del tutto e definitivamente egemoni. Hanno finora sempre trovato degli anticorpi sufficientemente forti in grado di controbilanciarle. Oggi siamo al punto che le spinte in direzione di una netta prevalenza delle istanze della governabilità su quelle della rappresentanza provano a dare la spallata definitiva per affermare la loro egemonia. Il risultato di questo referendum dirà, dunque, se ci sono ancora margini di resistenza della cultura della rappresentanza rispetto a quella della governabilità o se i rapporti di forza sanciti dalla Costituzione del 1948 a favore della prima si saranno completamente rovesciati a favore della seconda. Per questo la discussione o, meglio, la contesa sono così animate. Non si tratta, infatti, di modificare solo alcuni articoli di natura tecnica della Costituzione del 1948, lasciandone intatta (come sostengono - non so se più per ignoranza o più per malafede - i sostenitori del SI’) la sua ispirazione originaria. No, qui in gioco è proprio la cultura di fondo che era sottesa alla Costituzione del 1948. Si tratta in sostanza di sostituire a una cultura che privilegia la rappresentanza sulla governabilità una cultura istituzionale che privilegi esattamente il contrario, che dia cioè il primato alla governabilità sulla rappresentanza. Questa è la vera posta in gioco.